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Tommaso Talarico: Viandanti (Canzoni Da Un Tempo Distante) brano per brano

 

Un esordio appunto, ma decisamente figlio di anni di esperienza, di vita e di musica. Una lunga gestazione – genesi che forse un giorno ci faremo raccontare nel dettaglio – un parto doloroso ci piace pensare, ma sicuramente convincente che ha portato Tommaso Talarico a realizzare e realizzarsi come cantautore in questo suo primo disco ufficiale dal titolo “Viandanti (Canzoni Da Un Tempo Distante)”. Di certo sono numerose le ingenuità che dobbiamo perdonare da ufficio visto l’esordio ma è sull’equilibrio di queste canzoni leggere e d’autore, sul suono e sugli arrangiamenti sempre competenti e ben strutturati. Un disco che di certo non rivoluziona lo scenario musicale ma che gioca le sue carte, tra nostalgie di grandi maestri e una personalità sottile e decisa. Un disco firmato RadiciRecords, di sicuro una garanzia per i messaggi d’autore e per l’estetica artigianale dell’antico mestiere del cantastorie.

Tommaso Talarico, “Viandanti (Canzoni Da Un Tempo Distante)” brano per brano

In Nome Di Dio

Vuole essere una riflessione sul Potere, o meglio su come il Potere esercita in vari modi il controllo sulla vita e la morte delle persone attribuendo la volontà di scelte o necessità a un Dio qualunque, di cui molti tuttavia, in un tempo senza sacralità, sentono ugualmente il bisogno. È concepita come un rock con venature pop, con un groove molto marcato e moderno.

Viandanti

È una ballad, con un arpeggio di chitarra acustica caratterizzante, con figure di donna che evocano solitudini urbane appena accennate, in una città “senza mare e vento “, a significare nostalgia di luoghi amati e lontani, o desiderio di libertà. Nei personaggi prevale un senso di estraneità, in fondo siamo tutti “viandanti”, viaggiatori dentro un tempo che attraversiamo “senza bussola né compagnia”, in cui solo a tratti riusciamo a scorgere un significato e un senso nei capricci del destino.

Caleidoscopio

Come in “Viandanti”, anche in questa canzone il tema è l’alienazione urbana, in cui i protagonisti si isolano, ciascuno a suo modo,dal frastuono di un mondo circostante in frantumi e senza riferimenti , senza arrivare a comprendere se stessi e i propri sentimenti, mentre si perdono nel mare di “illusioni e sogni sempre nuovi” e desiderano i“grandi schermi accesi” e i simboli di superficie dell’epoca contemporanea. Il pezzo comincia quasi come un blues, per poi aprirsi verso un rock melodico nel ritornello, con archi e chitarre elettriche che ricordano le atmosfere U2 e Coldplay

Eolie

Canzone d’amore delicata, nata in un periodo oscuro, sospeso tra la fine di qualcosa e l’attesa di qualcosa che non c’è ancora. Scritta di getto, con il cuore e gli occhi ancora pieni della bellezza selvaggia delle isole Eolie, in cui il mare e il vulcano diventano simboli di tutto ciò che temiamo e desideriamo al tempo stesso, la potenza sconvolgente della natura , la paura delle profondità misteriose che non conosciamo, che al tempo stesso ci attirano e ci respingono, piene di cose perdute,ma anche di nuove possibilità di aprirsi alla vita.

Storia di Lillo

Racconto duro in musica dell’odissea di un’esistenza segnata dalla tossicodipendenza, sospesa tra il desiderio di redenzione e l’orgogliosa rivendicazione di una libertà che però non esiste mai realmente. È la canzone musicalmente più complessa del disco, con una struttura composta da più parti, uno sviluppo in chiave rock che anche qui si apre nel ritornello, con la chitarra elettrica di Giuseppe Scarpato che oscilla tra atmosfere distorte a aperture alla The Edge.

Il Dono

Canzone densa di un’atmosfera e un erotismo mediterranei, che si fonde con echi bossa-nova (la chitarra acustica suonata da Marco Fontana), che evoca stavolta un amore “carnale” , immaginato tra “ fichi d’india e nuvole” e i campi bruciati dal sole accanto ai binari della ferrovia. Splendido l’assolo di sax di Claudio Giovagnoli.

Sud

Il paesaggio in fondo è lo stesso de “Il Dono”, ma dominato da una cupa solitudine. Sud è una canzone sofferta, scritta in un momento di rabbia, cronaca di un agguato di ‘ndrangheta, sullo sfondo un paesaggio dove “le case son grigie di ferro e cemento e pilastri che spuntan dai tetti” e “” i paesi di notte sembrano costellazioni arroccate nel buio”, una canzone che vuole raccontare la disgregazione di un tessuto sociale, in cui l’individualismo favorisce il dominio della criminalità, la solitudine profonda e senza scampo, la lontananza dall’incedere della Storia, la presenza dello Stato a volte solo simbolica. È un pezzo di ispirazione “Silvestriana”, con la chitarra che ripercorre le atmosfere dei film di Tarantino.

Il Tempo Delle Favole

Pezzo nato per gioco, su un giro armonico sempre uguale, in cui i personaggi delle favole classiche stanno accanto a eroi dei cartoni animati, calati nella realtà quotidiana in chiave ironica e graffiante, e le cui vicende così trasfigurate sono intervallate dal refrain “ Alice benvenuta nel paese delle meraviglie benvenuta a Disneyland”.

L’amore Di Sé

Racconto di una coppia in disfacimento, parabola di un amore finito in cui, nella confusione dei ruoli, la vittima è il rapporto stesso, e, malgrado “ tutto l’amore passato”, si commettono inevitabilmente sempre gli stessi errori e nasce il sospetto che in fondo, a prevalere, sia l’amore per sé stessi.

Alla Facoltà Di Lettere E Filosofia

Canzone costruita per immagini, nata ascoltando per caso un’invettiva, che è l’incipit del pezzo (“ se vogliamo che l’economia riparta noi dobbiamo attuare una politica di stampo liberale” ) che poi prosegue con continui rimandi tra il ricordo di un vecchio amore, la descrizione di personaggi apparentemente estranei alla vicenda e frasi autoironiche ( “ ripenso con affetto ancora a quando stavo male”). È la traccia più scanzonata e “leggera” del disco, anche nell’arrangiamento, costruito con percussioni, fischiettii e una chitarra da serata con gli amici.

La Schiuma Dei Giorni

Traccia di chiusura dell’album, probabilmente la canzone più intima del disco, in cui si intravede la malinconia del tempo che passa, le occasioni perdute, il senso di estraneità, la voglia di fuga e la nostalgia per gli “scoppi di vita, partenze, ritorni, tumulto dei sensi”, la schiuma dei giorni che vanno veloci, in cui ciò che veramente conta è la cura per “ quel po’ d’amore che c’è in questo andare senza”. Arrangiata in chiave jazz, con un finale costruito come un dialogo tra la chitarra semiacustica di Riccardo Galardini e il sax di Claudio Giovagnoli.

 

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