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Tommy Reeve ringrazia i pirati di tutto il mondo!

Tommy Reeve è in testa alle classifiche USA.

Il che potrebbe anche essere un fatto di assoluta irrilevanza se il discorso non fosse legato ad un’altra delicata questione, che comincia con una domanda.
Chi è Tommy Reeve?

Nessuna meraviglia se il nome suonerà sconosciuto a molti. Tommy, cantante di pop/country, ha venduto poche, pochissime migliaia di copie. E in più pratica un genere di nicchia. Ciò nonostante, il suo nuovo album, “Ready For You“, è primo in chart. Come è possibile?

Questo è uno dei tanti effetti della crisi del mercato discografico.
Oggi, per ottenere un disco di platino, è sufficiente aver venduto 60.000 copie: un numero nettamente inferiore rispetto a quello che era necessario raggiungere prima dell’avvento della pirateria informatica.

L’industria discografica, ovviamente, estrae dai cassetti tutto un fiorire di studi che snocciolano dati con estrema superficialità, senza chiarire i criteri su cui vengono elaborati.
L’ultimo di questi, effettuato dalla IDC, leader mondiale nelle ricerche di mercato, avvisa che, se l’attuale tasso di pirateria (attualmente pari al 49% del mercato, solo in Italia) dovesse calare nei prossimi quattro anni di dieci punti percentuali, si creerebbero ben 7.538 nuovi posti di lavoro, circa 3.637 milioni di euro in termini di nuovi volumi d’affari sviluppati e oltre 1.245 milioni di euro di ulteriori entrate fiscali entro il 2013, di cui l’80% rimarrebbe all’interno dell’economia nazionale.

Più di uno di questi studi è stato però smentito. Spesso l’industria discografica si è trovata di fronte all’imbarazzante necessità di ammettere l’inesattezza e la fantasiosità dei dati forniti.
Da ultimo, ci hanno pensato due studenti, guarda caso dell’università di Oslo. I due svedesi, Anders Sørbo e Richard Bjerkøe, hanno pubblicato una tesi in cui, dopo aver studiato l’ultimo decennio dell’industria discografica del loro Paese, hanno concluso che le denunce delle major del disco erano solo un bluff.
Se anche è vero che le case discografiche hanno leggermente ridotto le loro stime di crescita per via della pirateria, non è stato lo stesso per gli artisti che, invece, grazie al tam tam della rete ed al filesharing, sono riusciti a promuoversi ed a guadagnare di più attraverso le esibizioni live. I soldi, dunque, non vengono più dalla vendita dei cd o degli mp3, i cui proventi costituiscono meno della metà del reddito dei musicisti. Sono i concerti quelli che rendono (così come era nel settecento e nell’ottocento).
Si comprende dunque quanto falsa sia l’affermazione secondo cui la pirateria uccide la musica…

A Roma è stata appena presentata la ricerca IPSOS 2011 sulla circolazione di contenuti fuori dai canali ufficiali. A presiedere la relazione c’erano le teste dell’antipirateria: Filippo Roviglioni, presidente della FAPAV (Federazione Anti Pirateria Audio Visuale), Stefano Mannoni, commissario dell’Agcom, Nicolas Seydoux, presidente della ALPA (Association de Lutte contre la Piraterie Audiovisuelle), infine Fabrizio Del Noce, ora direttore di RaiFiction.

La ricerca ha confermato i dati dell’ultimo censimento: la pirateria in Italia è in aumento. Il 37% degli italiani è pirata. Si tratta di giovani tra i 15 e 34 anni, di buona istruzione, con una forte propensione all’uso tecnologico. Viene anche meno il mito della scarsa qualità del materiale scaricato: gli intervistati, infatti, si sono dimostrati in larga parte soddisfatti della resa dei contenuti pirata. Il 50% delle motivazioni che spingono alla pirateria sembra infine girare intorno al risparmio e alla facilità di reperimento del materiale (rapido e casalingo). Eppure gli incassi dell’industria cinematografica hanno segnato un netto incremento (+23%). E questo anche grazie a titoli come “Avatar” e “Benvenuti al Sud“. Le previsioni per il 2011 sono altrettanto rosee, frutto soprattutto del sol out di “Qualunquemente” e l’ultimo di Checco Zalone. E ciò conferma una circostanza interessante: la pirateria si contrasta anche con la qualità dei prodotti.

Niclas Sseydoux, che ha portato l’esperienza francese, ha detto che per il 2014 e 2015 l’industria discografica prevede un fatturato pari al solo 10% di quello che era all’inizio del secolo. In Francia, dove vi è una più capillare diffusione della banda larga rispetto all’Italia, la pirateria è più diffusa. Così sono state previste anche sanzioni più severe: multe fino a 300 mila euro o, in determinati casi, il carcere. Ma, poiché le sanzioni non sono state un valido deterrente nei confronti dei giovani, si è intervenuto con un ribasso dei prezzi su alcuni prodotti (un catalogo di oltre 5000 titoli è scaricabile a solo 2 euro) e con la famosa legge dei tre colpi.

L’esperto d’oltralpe ha poi terminato asserendo che internet non è un mezzo per meglio diffondere la diversità. Il maggior numero di download illecito è relativo a canzoni o film già noti e famosi. Quindi, secondo la sua opinione, internet non servirebbe per far conoscere lo sconosciuto, ma solo per meglio reperire il già conosciuto.


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