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  • Tool: 10000 Days

    Tool

    Data di uscita: 24-04-2006

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Oltre il pensiero laterale? Il dolore

Sofferente per 10000 giorni, approssimativamente 27 anni di paralisi, incubo ad occhi aperti e nonmorte per alcuni, rinascita per altri. Questo il triste destino di Marie, madre di Maynard, e siamo al punto: il dolore. Un concetto per cui i Tool hanno sempre avuto un debole e che ha finito per essere tema portante di questo loro maestoso ritorno sulle scene. Immagini in 3d e sound i 4, dopo 1825 giorni di attesa per noi, adepti, drogati. Occhi ovunque e i nostri che si chiudono, iniziano a vedere il suono. Le orecchie sanguinano di gioia. “Vicarious”, primo e intricatissimo singolo, sbriciola il ponte col passato e coi suoi 7 minuti netti ci mette in guardia, ci preannuncia un nuovo lungo viaggio e porta a “Jambi”, la “Eulogy” dopo dieci anni di crescita. Iniziamo a pregustare crescendo e aperture verso l’alto, e si supera l’atmosfera con una pressante gradualità che ci sotterra in “Wings for Marie”, tenebrosa memoria e luminosa speranza. Da sotto terra, ne usciamo con un ribollente sussulto, fisso, ansimante, è la titletrack, dove anche quel matacchione di Lustmord partecipa col suo ritmato temporale. A questo punto si è fuori, sporchi di fango, piove, e sentiamo una nuova energia, un Maynard che non era mai stato così melodico nel gorgheggiare coi tre amici una concept song che si sviluppa per undici minuti e oltre. Cede una rotula e parte il falsetto atipico di “The Pot”. Siamo di nuovo a terra, era una finta, la canzone si rivela come prima potenziale hit da classifica pop dei Tool, non fosse per la crudeltà dei suoni usati, rasoiate e splendide impennate a ripetizione con grand final metallone. È tempo di danze sciamaniche su “”Lipan Conjuring” mentre “Lost Keys” e il suo lungo fischio ci trasporta come Caronte verso “Rosetta Stoned”, altra perla del disco, contorta e spietata nell’incedere, altri 11 minuti che vi destruttureranno il cervello, la summa del sound Tool, mai così spezzettato, ostico, cattivo ed etereo nella sua apertura alla soglia dei 9 minuti, con chiusura all’insegna del minimalismo definitivo. Sciogliamoci con “Intension”, soffice tribalismo ritmico, eclettico drum’n’bass e fragilità onnipresente. “Right in Two”, prima vera ballad dei nostri eroi, si prende il suo tempo, tutti i minuti che vuole, ti culla e ti porta e, seppur vicina al sound A Perfect Circle, sa farsi apprezzare e inizia dopo 360 minuti a rovesciarci come calzini. Chiude l’inspiegabile “Viginti Tres”, giungla di suoni alieni e preoccupanti vibrazioni a cascata.
Non è il “dopo Lateralus”, che aveva portato alle nostre deboli orecchie, un sound unico e nuovo. Ora non è più nuovo, certo, ma c’è sempre il pathos, l’onnipotenza ritmica, la capacità di mutare passando da delicati feti a rabbiosi mutanti. Abbiamo ancora, e di più, quei minutaggi che pochi altri azzardano ed è sufficiente lasciarsi trasportare per non uscirne più, fanno tutto loro per noi. I Tool hanno forse trovato la loro aenima, se mai ne hanno avuta una. E noi continueremo a dannare la nostra per capire che tipo di fenomeno anomalo ci troviamo a fronteggiare ogni cinque anni, e per tutti i cinque anni di mezzo. Il resto è nero, tutto nero. I Tool sono un investimento: per i quattro saggi otteniamo successo, fama, gloria e denaro meritati, per noi un accrescimento musicale, stilistico, mentale senza paragoni. La più godibile sfida degli ultimi anni. La sfida.

Stefano Gaspari
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È dall’incipit di “Vicarious” che avverto una sensazione di “Lateral”-izzazione. E la prima cosa strana che noto è un mancato feeling con il timbro di Maynard, cosa che fino ad un mese fa non avrei creduto possibile in nessuna dimensione di pensiero. “10.000 Days” non offre quello stacco di classe od innovazione che, tra “Undertow” ed “Aenima”, o tra “Aenima” e “Lateralus”, spiazzò qualsiasi ascoltatore. In questo caso, si può diagnosticare un tentativo d’inscatolamento della creatività dell’ultimo lavoro, col risultato di rendere brani le sfuggevoli atmosfere.
Gli arpeggi ispirati, il ritmo cardiopulsante, i (contro)tempi dispari sono tratti caratteristici, marchi registrati di Maynard e soci, ma da soli non fanno l’album geniale che si aspettava da cinque anni. “Lateralus” rimane impareggiato, davanti ad una non troppo evidente commercializzazione del suono, in veste assolutamente tooliana, ma che non soddisfa, perché le alte aspettative per i lampi di genio nei confronti dei Tool sono d’obbligo. La tessitura sonora propone ancora quella tendenza all’armonia perfetta, quella giusta misura del Bello: eppure, così umana, così antropocentrica. Questi Neo-Umanisti giocano con l’ipnosi, di nuovo colle suggestioni laterali, con il dettaglio che si perde nell’insieme. E la profonda dicotomia quiete/inquietudine, Bello apollineo e leggere sfuriate od increspamenti dionisiaci, si stendono nel subconscio. Il problema è che l’attento ascoltatore abituato a “Lateralus”, qui riesce facilmente a prendere le misure, le dimensioni del disco ed a farsene una ragione. Il mistero non permane, viene presto svelato dall’intento, poco onorevole, di rendersi consapevolmente perscrutabili. Canzoni come “10.000 Days”, e la successiva “The Pot” che, nonostante le premesse suggestivamente cariche, non si sollevano oltre quel tappeto teso di suoni, contrazioni e rilassamenti, già impliciti nella struttura-brano. A “10.000 Days” (l’album) manca l’Enigma. Il simbolismo, quel mistero cosmico ed armonico che stava dietro le scelte artistiche. Dio è stato svelato. Ed è fin troppo evidente l’implicazione para-antiteoretica in alcune liriche, inaspettata concessione del gruppo rispetto alla loro tradizionale imperscrutabilità. La suite di diciassette minuti “Wings For Marie (pt. 1)” e “10.000 Days (Wings Pt. 2)” sfocia sì nel prog rock più di quanto la band abbia mai osato, ma è ahimè troppo leggibile il lutto materno da cui deriva. Personale e insolito per Maynard, ma diviene un autocompiangimento ed un’ispirazione artistica al limite del fuori-tema per il gruppo. Eppure, la tematica di partenza si incastra nella freddezza di stile tooliana, mancando anche la finalità patetica. Forse perché questo disco voleva essere parzialmente più musicalmente sciolto del predecessore, vengono prese in considerazione tematiche sociali come ai tempi di “Undertow”. In ultimo, la performance di Maynard diviene opinabile (ed ai limiti del disimpegno disinvolto) nell’arco di tutto il lavoro; una resa, aggravata ulteriormente da una scelta effettistica sulla voce altrettanto discutibile, poiché estraniante, asciutta, ed asettica.
Nel 2006 i Tool, divenuti parafrasabili, non ci portano in nessun posto particolare. Un ottimo disco per una band normale, diviene prova discreta ed un po’ prolissa per un gruppo fondamentale della scena post-rock anni ’90.

Massimiliano Monti e Sara Moriconi

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