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  • Tool: Fear Inoculum

    RCA Records / Sony Music

    Data di uscita: 30-08-2019

    Loudvision:
    Lettori:
    5 (100%) 1 vote[s]

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Quando Maynard James Keenan mi sussurra the venom in what you say inoculated, avverto una strana sensazione di déjà vu.

Però, ecco, non è solo quello. C’è dell’altro.

È quel mix dissonante di endorfine e adrenalina che solo un’opera dei Tool può innescare.

“Fear Inoculum”, ultima loro fatica a seguito una spasmodica attesa lunga 13 anni, suona come un lascito, la chiusura di cerchio già chiuso nel 2006. Sì, perché la band, il monumentale “10000 Days” alle spalle, non ci doveva niente. Andava tutto bene,  dopo anni passati a smontare e rimodellare il genere metal in forme sempre più geometriche, tra serie di Fibonacci, tempi in 7/4 e liriche a metà tra canti gregoriani e ruggiti catartici.

Ma loro, presto accostati a capricciosi dei dell’Olimpo che tutto possono, si sono presi gioco di noi, anche e soprattutto per sfuggire alle (enormi) aspettative di chi li mitizzava. E tanto più procrastinavano l’uscita del nuovo album, tanto più l’aurea di band cult cresceva.

I Tool ci hanno tirato addosso “Fear Inoculum” come una granata. Per zittirci. Lo hanno fatto con l’ipnotica title track che apre il disco, ricca di sinestesie, bassi pulsanti e atmosfere orientaleggianti. Si riconoscono, sono loro. Negli ultimi 2 minuti (su 10) la chitarra di Adam Jones disincaglia un pezzo che sembra riavvolgersi su se stesso.

È proprio Jones il protagonista del disco: ora ad accompagnare un Maynard JK nelle sue eteree elucubrazioni canore (“Culling Voices”), ora a trascinare gli altri membri della band in jam session infinite e distorte (“7empest”).

“Invincible” e “Descending”, già ascoltate in anteprima al loro concerto a Firenze, racchiudono lo Yin e lo Yang del disco: la prima dall’incedere aggressivo e tradizionalmente “metal”, la seconda più delicata, intrisa di quello spleen che abbiamo imparato a conoscere dai tempi di “Lateralus”.

E se l’impianto ritmico di “Pneuma” ricorda per certi tratti “Schism”, ci pensa la voce di Maynard JK (in stile A Perfect Cyrcle) a tirare fuori nuove idee da una materia che, talvolta, rischia di (s)cadere nell’auto-citazionismo. Non ci sarebbe da stupirsi per chi, in mezzo ai gridi di entusiasmo di vecchi e nuovi proseliti, resterà deluso. Per chi dirà che anche i Tool sono ripetitivi. “Fear Inoculum”, in fondo, non è un disco necessario, ma sufficiente. Anzi, sorprendente.

Pro

Contro

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