Home > Rubriche > Compilation > Top Ten, i 10 migliori attori del 2013

Top Ten, i 10 migliori attori del 2013

Dall’Italia al Cile, dalla Francia agli Stati Uniti, le dieci interpretazioni che nel 2013 hanno fatto la differenza. Tra scelte obbligate e qualche nome meno scontato, viaggiando tra western, commedia, teatro e politica.

10. FABRIZIO GIFUNI in “La leggenda di Kaspar Hauser” di Davide Manuli

Chi frequenta i teatri lo conosce bene ma Fabrizio Gifuni al cinema è sempre stato, con poche eccezioni, utilizzato poco e male, spesso per ruoli semplicemente drammatici (a gennaio però esce “Il capitale umano” di Paolo Virzì, teniamolo d’occhio). In televisione poi lo si è visto più di una volta alle prese con dialoghi imbarazzanti in fiction storiche o papali presto dimenticate. Uno dei registi che ha saputo coglierne al meglio l’energia fisica stilizzata e mettere a frutto le sue abilità vocali in contesti surreali e ironici è stato Davide Manuli con “Beket” e il più recente “La leggenda di Kaspar Hauser“: qui Gifuni, nei panni del Prete, recita monologhi pensati e scritti per lui da Giuseppe Genna.

9. JAMES FRANCO in “Spring Breakers” di Harmony Korine

Il distributore americano ha persino provato a spingere per una candidatura all’Oscar nella categoria best supporting actor ma quello di Harmony Korine, al di là di una certa incompatibilità tematica e stilistica con i gusti dell’Academy, non è certo un film d’attori. Eppure se “Spring Breakers” riesce a essere così forte e iconico lo deve, oltre che alla regia e al montaggio, anche ai corpi che ci stanno dentro, quello dell’Alien di James Franco e quelli delle quattro ragazze immerse nella sospensione spazio-temporale, spaventosa e attraente, della vacanza di primavera.

8. GAEL GARCÍA BERNAL in “No – I giorni dell’arcobaleno” di Pablo Larraín

Sottile, inquietante e molto meno colorato di quanto il sottotitolo italiano faccia supporre, “No” trova nel volto bello e aperto di Gael García Bernal l’immagine perfetta della politica che nel Cile di fine anni 80 scopre la pubblicità e del linguaggio televisivo, ricalcato sul modello americano, che diventa ambiguo strumento di democrazia. La recitazione è trasparente, concentrata sui contenuti; il film è molto dialogato. Ma le sfumature espressive ci sono — ricordate l’inquadratura finale? — e l’occhio di Pablo Larraín ce le fa cogliere tutte.

7. BILL NIGHY in “Questione di tempo” di Richard Curtis

Protagonista del film è il simpatico giovinetto Domhnall Gleeson ma chi sa tirar fuori le vere perle interpretative dalle battute di Richard Curtis sono il padre Bill Nighy, l’amico commediografo Tom Hollander e persino Richard E. Grant e Richard Griffiths impegnati in ruoli minuscoli. Perché in fondo non è così difficile per un attore uscire da un dramma a testa alta, se ben diretto. Ma brillare, commuovere, costruire personaggi umani e credibili in una commedia spudoratamente romantica e farcita di buonissimi sentimenti come “Questione di tempo” è frutto di classe, serietà e bravura fuori dal comune.

6. TONI SERVILLO in “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino

Jep Gambardella è una sintesi delle strade che la scrittura di Paolo Sorrentino ha percorso negli ultimi anni, una scrittura sempre piena di tensione teatrale, di gusto per le parole e per il loro suono. Da Tony Pisapia (“L’uomo in più“) è nato Tony Pagoda, protagonista del romanzo — ma soprattutto dell’audiolibro — “Hanno tutti ragione“; e poi è arrivato Jep, con quella voce fuori campo romanzesca che rende Toni Servillo un narratore prima che un attore, un osservatore, una presenza, un’idea di personaggio. Forse strabordante, ma è raro che la simbiosi tra regista e interprete produca risultati artistici così ricchi e multiformi.

5. MATHIEU AMALRIC in “Venere in pelliccia” di Roman Polanski

Un film sull’essere attore, bellissimo e ammaliante. C’è lo scontro tra maschio e femmina, c’è la guerra tra servo e padrone, c’è la violenza, c’è il piacere di sottomettere ed essere sottomessi. Un gioco dei ruolo che Roman Polanski conduce con tanta grazia da potersi permettere qualunque eccesso, ogni lungaggine, qualsiasi languido indugiare sui suoi protagonisti. Emmanuelle Seigner fa suo un personaggio di gustoso mistero e la drammaturgia di Polanski la vuole dominatrice. A Mathieu Amalric però basta pochissimo per strapparci il cuore, è sufficiente una mano che mima il gesto di versare il caffè in tazzine immaginarie e il miracolo del teatro si compie. Sullo schermo di un cinema.

4. JOAQUIN PHOENIX in “The Master” di Paul Thomas Anderson

La giuria di Venezia 69 lo premiò saggiamente in coppia col suo compagno di scena Philip Seymour Hoffman: personaggi speculari, approcci alla recitazione divergenti. Se infatti Hoffman nel film di Paul Thomas Anderson si conferma interprete raffinato, preciso e minuzioso, Joaquin Phoenix dà vita al suo Freddie con furia generosa e distruttiva, senza alcun freno. Non è mimetismo e nemmeno, o almeno non soltanto, empatia istintiva: è piuttosto un modo di stare in scena che va oltre la tecnica (che pure c’è), oltre il desiderio di apparire bravo.

3. CARLO CECCHI in “Miele” di Valeria Golino

Semplicemente l’attore (di teatro) più grande che abbiamo oggi in Italia. Valeria Golino al suo esordio alla regia dà a Carlo Cecchi un ruolo che per gli standard cinematografici odierni si potrebbe definire complesso ma che mette in luce solo una piccolissima parte della sua impressionante capacità di riempire la scena, di dare valore e significato a ogni sillaba, di manipolare i non detti. L’ingegner Grimaldi, per quanto affascinante, non eguaglia la poesia altissima del “matematico napoletano” Renato Caccioppoli ma rivedere Cecchi al cinema in un ruolo da protagonista è un piacere immenso.

2. DENIS LAVANT in “Holy Motors” di Leos Carax

Un’opera sulla recitazione, cinema puro e assolutamente radicale, dalla narrazione esplosa eppure leggibile e familiare come un vecchio film. Denis Lavant lo attraversa come un’atleta o un soldato, prova dopo prova, fino alla fine. Il suo personaggio, Oscar, lo fa «per la bellezza del gesto». Ma cosa fa, esattamente? Recita? Gioca? Inganna? Uccide? Muore? Salva? Fa innamorare? Per finta o per davvero?
Cosa fa un attore? Che cos’è, un attore?

1. CHRISTOPH WALTZ in “Django Unchained” di Quentin Tarantino

Se Quentin Tarantino non se ne fosse innamorato probabilmente Christoph Waltz sarebbe rimasto incastrato in qualche puntata del Commissario Rex. E invece eccolo al cinema, con due Oscar, una Palma d’Oro e l’adorazione delle platee di tutto il mondo. La statuetta dorata l’ha vinta (di nuovo) come supporting actor ma il vero motore dell’azione, nel western di “Django Unchained”, è il Dr. King Schultz, europeo di spietata ironia, cultura raffinata, eloquio elegante e armi infallibili.
Leonardo DiCaprio è mirabile, Samuel L. Jackson gigantesco. E Jamie Foxx un eroe indimenticabile. Ma lui è King, e li batte tutti.

«His name was King, he had a horse. Along the countryside, I saw him ride.»

Scroll To Top