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Top Ten — I 10 migliori film del 2014 NON usciti in sala

Ed eccoci arrivati al bilancio dell’anno cinematografico in via di conclusione. In questa Top Ten si prenderanno in esame i film visti ma non (o non ancora, si spera) sbarcati nella sale cinematografiche nostrane, direttamente dai festival di Cannes, Giffoni, Venezia, Roma e Torino.

Potete vederli sulla rete o rintracciarli tramite le distribuzioni estere, ma soprattutto (anche leggendo e condividendo questa classifica, se vi va) contribuire a far cominciare quel percorso di passaparola che potrebbe portarne qualcuno in sala durante il 2015.

Non sono inclusi alcuni film che hanno già una sicura distribuzione per l’anno a venire, come il Leone d’Oro veneziano “A Pidgeon Sat on a Branch Reflecting on Existence” di Roy Andersson (uscirà con Lucky Red) o “Foxcatcher” di Bennett Miller (al cinema a marzo con Bim), premiato per la miglior regia al Festival di Cannes.

Buona lettura!

10. BURYING THE EX di Joe Dante
Qui il critico lascia lo spazio al fan. Il ritorno alla regia del grande Joe Dante va ricordato, anche per il grande omaggio al cinema di genere italiano nei primi minuti del film. L’imperante moda zombie sbeffeggiata in una commedia corrosiva e intelligente, con dialoghi brillanti e gag ben orchestrate, ritmo indiavolato e minutaggio che sembra volar via. La fine di una storia d’amore in una chiave metaforica perfetta, disfacimento del corpo e dei sentimenti. E, come sempre nel cinema di Dante, la materia horror trattata con rispetto, e un pugno di scene che non piaceranno comunque agli stomaci deboli. Tutto questo con un budget risicato e meno di un mese di riprese. Alexandra Daddario è già cresciuta dopo Percy Jackson ed è bella da star male. Assolutamente imperdibile. Presentato fuori concorso a Venezia.

9. THE NOTEBOOK di János Szász
Non di solo Bela Tarr vive il cinema ungherese (quest’anno anche trionfatore al Certain Regard di Cannes con il dimenticabile “White God” di Kornel Mundruczo). È magiaro il miglior film dell’ultimo Giffoni Film Festival, “The Notebook” del veterano János Szász, passato anche a Toronto nel 2013 e ora nel listino di Academy Two. Tratto dalla prima parte de “La trilogia della città di K.” di Agota Kristòf, è un romanzo di formazione capovolto, l’adattamento alla guerra e alle privazioni (sentimentali e fisiche) che ne derivano di due 13enni. Cupo, pessimista, spietato nel descrivere orrori e reazioni agli stessi, ma artisticamente quasi perfetto per totale contiguità di forma e contenuto. Un piccolo gioiello, una gemma rara da scoprire e preservare, cinema puro e non consolatorio, come lo sguardo dei due splendidi protagonisti (i giovani András e László Gyémánt, fratelli anche nella vita reale).

8. THE POSTMAN’S WHITE NIGHTS di Andrej Koncalovskij
Uno dei migliori film in concorso all’ultima mostra veneziana, diretto dal regista che ha fatto dell’eclettismo la sua bandiera (ha diretto “Tango&Cash” con Stallone e Russell, ma ha anche cosceneggiato “Andrei Rublev” di Tarkovskij, uno dei massimi capolavori della storia del cinema). Un paesino come metafora di un Paese in forte crisi d’identità, incerto su quali contatti mantenere con il mondo esterno, dove la distanza tra lo Stato (un razzo che parte verso l’ignoto) e i suoi abitanti è insieme breve e infinita. Un postino che non riesce a dormire di notte, che s’interroga sul senso della sua vita distrutta e del suo lavoro in via d’estinzione. Una barchetta che vaga in mezzo al lago, con a bordo facce dure, scavate, con lo sguardo perso nel vuoto. Metodo induttivo, dal particolare all’universale, per un film che non dimenticheremo presto.

The Postman's White Nights

The Postman’s White Nights

7. AS THE GODS WILL di Takashi Miike
Alla terza partecipazione consecutiva al Festival di Roma, Takashi Miike, il regista contemporaneo più prolifico, porta una sua opera del versante “giocoso”, ma che contiene in filigrana, come sempre, discorsi ben più profondi. Un’opera che parte come una sorta di incrocio tra “Battle Royale” e “Saw”, ma poi si rivela anche (molto) altro. La fantasia visiva di Miike deborda da ogni inquadratura, pur nella sostanziale classicità dello stile, insieme alla sua graffiante ironia. Dio, gli alieni, le vestigia dell’oggettistica pop orientale e occidentale, tutto frullato in due ore violente ed esilaranti, sadiche e tenere. È Miike con una gran voglia di divertirsi, vi basti questo per non lasciarvelo scappare.

6. ANGELS OF REVOLUTION di Aleksej Fedorčenko
Ancora un cineasta russo, di una generazione diversa, ancora un grandissimo film. Fedorčenko riceve il Marc’Aurelio del Futuro al Festival di Roma e ripaga tutti noi con un’opera sperimentale e classica al contempo. Non c’è futuro senza metabolizzazione del passato, non c’è avanguardia che non abbia introiettato in sé la classicità che si propone di abbattere. Un film che ci parla dei primi anni successivi alla Rivoluzione d’Ottobre, del tentativo di “russificare” le estreme periferie dell’impero non con gli eserciti, ma attraverso un pugno di artisti, musicisti, teatranti, cineasti. Una splendida utopia, un messaggio che esce dal suo tempo per lanciarsi come un proiettile nel presente, per elevarsi fino al cielo e spandersi nel mondo, a bordo di una traballante mongolfiera. A livello di consapevolezza teorica e uso del mezzo cinematografico, quello russo è forse, oggi, è il cinema autoriale migliore al mondo (qui la nostra intervista a Fedorčenko).

5. NOBI/FIRES ON THE PLAIN di Shinya Tsukamoto
Il miglior film, a parer mio, dell’ultimo concorso veneziano. Il vero erede, all’interno del filone bellico, dell’apocalisse coppoliana. Tsukamoto tradisce leggermente se stesso e il suo percorso d’autore e ci precipita per un’ora e mezza in un inferno terrificante, dal quale si fatica ad uscire con tutto il proprio bagaglio emotivo ed emozionale intatto, come il protagonista interpretato dallo stesso autore. Il regista ci porta nella giungla filippina durante la seconda guerra mondiale, con la sua interpretazione si fa carico dell’occhio spettatoriale, tutti noi siamo lì con lui, in pericolo, spettatori di atrocità nemmeno lontanamente concepibili dalla nostra civiltà urbanizzata. Una guerrigliera filippina spara verso la macchina da presa, accompagnando le raffiche di mitra ad urla belluine, i fari che squarciano la notte ci feriscono e ci accecano: Tsukamoto punta tutto sulla totale empatia emotiva con la materia narrata e, grazie al suo incredibile talento, vince a mani basse la scommessa.

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Fires on the Plain

4. SNAKESKIN di Daniel Hui
L’oggetto cinematografico più inclassificabile e sperimentale dell’anno cinematografico, visto nella sezione TFFdoc del Torino Film Festival. Siamo a Singapore, nel 2066. L’unico sopravvissuto di una setta misteriosa racconta gli eventi drammatici che hanno portato alla diffusione e alla scomparsa del culto da essa praticato e di come si siano intrecciati con la storia del suo Paese. Fantasmi ritornano dal passato come testimoni. Tutto intorno, sospeso in un’atmosfera onirica, il paesaggio di Singapore, specchio di un’identità nazionale inespressa e inesplorata. Viaggiatori nel tempo e pellicole distrutte, drammi personali e inconscio collettivo: un capolavoro, complesso e stratificato, da vedere e rivedere.

3. JAUJA di Lisandro Alonso
Il vero vincitore morale del Certain Regard di Cannes. Il nuovo, bellissimo, film di uno degli autori più interessanti del panorama contemporaneo, quel Lisandro Alonso che questa volta trova in Viggo Mortensen l’interprete perfetto su cui poggiare l’architettura scenica di una narrazione emotiva e non lineare, sospesa tra lunari paesaggi intrisi della bellezza, insieme attraente e respingente, che solo la natura selvaggia sa regalare. Una ragazzina ha bisogno di credere in suo padre, e allora lo immagina come l’eroe western di una ricerca memore dell’Ethan Edwards interpretato da John Wayne nel capolavoro fordiano “Sentieri selvaggi”. Ma non è l’unica interpretazione possibile, forse nemmeno quella più esatta, forse non ha nemmeno senso dare una visione univoca ad un viaggio sciamanico nella storia, nel tempo e nel cinema. Da premiare il coraggio dell’artista, la visionarietà e la soprannaturale (questa sì) gestione dello spazio cinematografico. Tifiamo per un’uscita in sala come degli ultràs da stadio calcistico.

2. P’TIT QUINQUIN di Bruno Dumont
Formalmente è una miniserie televisiva. Praticamente è un film di quasi quattro ore diviso in altrettanti episodi per essere presentato in Tv. Ma questa suddivisione ormai non ha alcun senso, parliamo semplicemente dell’opera di fiction più maestosa e innovativa dell’anno cinematografico 2014. Bruno Dumont innesta massicce dosi di umorismo nel suo cinema, e ci presenta personaggi meravigliosamente in bilico tra tragedia e farsa, senza mai far pendere la bilancia da una parte sola, senza mai scadere di tono, tenendo il filo dell’attenzione e della tensione ben teso per tutta l’impegnativa durata. Parodia di “Twin Peaks” nell’assunto, con una sorta di Clouseau grottesco tra i protagonisti, il tutto filtrato dall’ottica di un ragazzino vivace e problematico. Presentato alla Quinzaine di Cannes e riproposto al Festival di Torino, un’opera per tutti i palati: la sua universalità è la sua vera forza.

1. NATIONAL GALLERY di Frederick Wiseman
Il 2014 è stato indubbiamente l’anno di Frederick Wiseman, il re del documentario. Premiato con il Leone d’Oro alla carriera a Venezia, a Cannes ha invece portato la sua ultima gigantesca fatica, una totale immersione all’interno della National Gallery londinese. La capacità di Wiseman di condensare OGNI aspetto della materia presentata all’interno di un solo lungometraggio è la sua più grande qualità, far “scomparire” la macchina da presa, creare la magistrale illusione dell’occhio invisibile, che si insinua, che spia, che ruba squarci di vita e di verità. È uno dei vertici massimi che il cinema possa raggiungere, probabilmente, o quantomeno uno dei due poli del mondo della Settima Arte. Da questa monumentale opera traspare l’amore totale per le arti tutte, che il film vuole esaltare creando una sorta di compendio armonico dove ognuna dialoga con le altre. A livello personale, poi, l’immenso piacere d’intervistare il maestro a Cannes, di stringergli la mano. Sì, questo è proprio l’anno di Frederick Wiseman, e questo lo rende un anno artisticamente indimenticabile (il film è nel listino di I Wonder Pictures).

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