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Top Ten 2018 – I migliori film dell’anno

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Inauguriamo il 2019 con un’ultima occhiata alla stagione cinematografica appena conclusa, ai dieci film che la redazione di LoudVision ha scelto come rappresentativi di un anno qualitativamente rilevante e da ricordare. Film di genere, film d’autore, film italiani con sguardo internazionale, una Top Ten che spazia e che cerca di essere il più possibile onnicomprensiva di gusti e tendenze, a testimoniare lo sguardo “laico” con cui abbiamo deciso di approcciare da sempre il cinema tutto.

Uscite sala, home video, streaming: perché bisogna ricercare il grande cinema ovunque esso venga presentato al pubblico, dopo le visioni privilegiate nei grandi festival. Dieci film più uno, perché è impossibile incasellare Orson Welles, artista unico e inimitabile da sempre competitore in un campionato a parte. L’ordine di classifica è puramente strumentale e compilativo: questi sono i dieci film (più uno) che più ci sono rimasti nella memoria di questo 2018 appena trascorso.

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10. L’ISOLA DEI CANI  di Wes Anderson

La prima domanda che viene da porsi è “perché in Giappone?”, e questa è la prima sfida che si sono scelti Anderson e compagnia: è stato un omaggio al cinema giapponese che è risultato in uno sforzo creativo sbalorditivo per le scenografie (di Paul Harrod e del premio Oscar per “Grand Budapest Hotel” Adam Stockhausen) e gli inserti di animazione tradizionale che richiamano le stampe di Hiroshige e Hokusai.

Ma soprattutto la volontà di mantenere i personaggi nella loro lingua di origine, inventando ogni sorta di stratagemma ai limiti della meta-narrazione per mantenere questo arbitrario realismo (in un film di fantascienza con cani parlanti).

La seconda domanda, ovvero la seconda sfida, è “perché l’animazione?”. Wes Anderson è al suo nono lungometraggio e alla sua seconda incursione nel mondo dell’animazione stop-motion dopo “Fantastic Mr. Fox”. Una tecnica che moltiplica i costi e i tempi di lavorazione ma che rientra perfettamente nella gamma espressiva di Wes Anderson e, avendola già esplorata nel film del 2009, si è potuto permettere richieste più ardite agli animatori.

[La nostra recensione]

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9. LA FORMA DELL’ACQUA di Guillermo del Toro

Nello sguardo di Del Toro c’è l’amore più sincero possibile: l’amore per i suoi protagonisti, per il cinema, per tutti coloro che si sono sentiti soli, diversi, emarginati. Un amore senza genere né forma, come l’acqua. 

Con una scrittura misurata, un impianto visivo curatissimo, che si avvale di scelte cromatiche dalla forte componente simbolica, e una selezione musicale non originale particolarmente azzeccata, il regista messicano mette in scena la propria versione della storia della bella che si innamora del mostro, ma spogliata di ogni retorica.

Una versione costruita, come dicevo, a partire da quello che possiamo considerare come una sorta di moderno folclore popolare. Non si tratta di mero citazionismo, ma di un tipico meccanismo di rifondazione che funziona con le fiabe, con i miti e, perché no, anche con il Cinema.

[La nostra recensione]

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8. HEREDITARY di Ari Aster

Al suo esordio, Ari Aster confeziona l’horror migliore dell’anno, sicuramente destinato a entrare nella storia del genere. Raffinatissimo a livello tecnico, e forse ancora di più da punto di vista narrativo. Non credete a chi dice che “sì, ok, bello ma si perde nel finale” perché, semplicemente, non è vero. Tutto, in “Hereditary” è costruito per convergere verso QUEL finale. Tutto – compreso lo spazio in cui si muovono i personaggi –  acquista nuovo senso, solo dopo QUEL finale.

Perché  “Hereditary” è un film che si stratifica via via, che inizia come un dramma familiare, sembra diventare una storia demoniaca, per poi svelare la sua vera natura di folk horror purissimo, che non solo incorpora elementi del folclore, ma pone i personaggi (e anche lo spettatore) a confrontarsi con le proprie credenze.

È come se “Sentinel”, l’horror del 1977 di Michael Winner, avesse incontrato “Wicker Man”, dando vita a una storia che, attraverso il soprannaturale e il raccapricciante, porta i propri protagonisti al punto di rottura, affrontando temi molto delicati come la maternità, le malattie mentali e l’ereditarietà. E tuttavia, in “Hereditary” l’allegoria non cannibalizza mai l’aspetto puramente narrativo, in una storia terrificante e sempre tesissima, che si avvale dell’interpretazione della vita di Toni Collette, un utilizzo del suono pazzesco e una delle colonne sonore più curate degli ultimi anni. [Cristina Resa]

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7. CHIAMAMI CON IL TUO NOME di Luca Guadagnino

uadagnino muove benissimo la macchina da presa attorno ai corpi dei suoi protagonisti (citiamo anche la deliziosa Marzia interpretata da Esther Garrel, sorella di Louis e figlia del maestro Philippe), punta sull’effetto nostalgia per almeno un paio di generazioni (che ricordano le 128, i walkman con le musicassette, le canzoni dell’epoca) e realizza un perfetto esempio di cinema “mainstream” d’autore capace di piacere più o meno a tutti, pubblico, critica e Academy.

Un film con una maniacale attenzione, ed è la scelta vincente, al dettaglio, ai rumori e alla consistenza materica di oggetti e corpi, superfici lisci o ruvide da esplorare, con le mani e con tutti gli altri sensi. Un’ora di prologo, di immersione nella placida atmosfera della campagna lombarda, di nuotate in una vasca minuscola (sintesi visiva mirabile della cappa opprimente del mondo anche in regime di totale e apparente libertà) e poi ogni altra cosa scompare, perde d’importanza, rimangono solo due ragazzi innamorati, ebbri del piacere dell’altrui presenza fisica.

Un film da fruire obbligatoriamente (pochissime sale in tutta Italia, non ci lamentiamo poi se i cinefili si rivolgono principalmente all’offerta pirata) in lingua originale, pena il completo fraintendimento di alcuni importanti momenti e di alcune scelte fondamentali: Elio parla in francese alle donne e in inglese agli uomini, la musicalità e la scelta gergale nelle varie lingue fanno parte della messa in scena, un sensazionale momento familiare di traduzione dal tedesco è uno dei passaggi fondamentali dal primo al secondo atto.

[La nostra recensione]

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6. DOGMAN di Matteo Garrone

E una figura fiabesca che torna, nel cinema di Garrone, è quella dell’orco: letterale nel “Racconto dei racconti” ma già evocata dal cacciatore di anoressiche Vitaliano Trevisan in “Primo amore” e, in maniera forse più sfumata”, dall’imbalsamatore Ernesto Mahieux.

In “Dogman” l’orco è Simoncino (Edoardo Pesce, già visto in “Romanzo criminale – La serie”), che tormenta con ripetute azioni criminali ed eccessi violenti un desolato quartiere periferico su un litorale che resta geograficamente vago, fuori da precise coordinate spazio-temporali. Quasi un villaggio western senza centro, tutto orizzontale, che nega ogni possibilità di fuga, o di salvezza.

Di fronte all’antagonista Simoncino sta il protagonista Marcello (Marcello Fonte, musicista e interprete teatrale), un groviglio di passività, servilismo, ostinazione e solitudine che cerca di restare a galla in un ambiente duro e ostile, vezzeggiando i cani che incontra svolgendo con bravura il suo lavoro di toelettatore e ponendosi – un po’ per paura e convenienza, un po’ per una contorta forma di legame affettivo – all’ombra di Simoncino. Se Simoncino chiede, Marcello esegue. Finché il meccanismo non si rompe e identificare l’orco non è più così semplice.

[La nostra recensione]

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5. LA BALLATA DI BUSTER SCRUGGS di Joel e Ethan Coen

Naturalmente l’operazione è tutt’altro che una mera riproposizione di quel mondo, letterario e d’immaginario, ma un’intellettuale rivisitazione che esplicita il canone proprio per tradirlo, manipolarlo, farcelo vedere da una nuova prospettiva. Si parte con due episodi umoristici, che sono anche quelli con la durata più breve, per poi transitare sempre più verso l’esistenzialismo e la malinconia, il tragico e, in una magnifica incursione nel finale, il soprannaturale.

Noi preferiamo su tutti il vecchio e stanco cercatore d’oro di Tom Waits, ammiriamo con lui le vallate del Colorado mai toccate dall’uomo, soffriamo ogni volta che la sua pala spacca la terra e contamina per la prima volta, irrimediabilmente, quell’eden pieno di fauna e flora. Ma non possiamo non segnalare anche il meraviglioso freak che recita, su un itinerante palco scalcagnato, Shakespeare e la Bibbia, crudelmente sacrificato in nome dell’involgarimento dello spettacolo e dei gusti del pubblico. Non si può non leggere un preciso rimando all’oggi, quasi un atto di contrizione dei Coen per aver “ceduto” allo streaming e alle serie, che Joel ha più volte ribadito (anche alla Festa di Roma) di detestare.

[La nostra recensione]

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4. ROMA di Alfonso Cuarón

Incorniciato da quattro carrellate laterali magnifiche e di complessa realizzazione, che scandiscono senza bisogno di cesure effettive o scritte su schermo le diverse parti in cui è divisa la narrazione, il film è un dramma popolare e borghese, umanista e politico, che compone contrasti e allo stesso tempo li rende più evidenti, sontuosamente dicotomico nonostante la calibrata uniformità del tutto. Ispirato dal neorealismo italiano in maniera esplicita (e, crediamo, anche da insospettabili cineasti provenienti da mondi geografici e cinematografici completamente differenti, vedi Lav Diaz), Cuarón torna a girare in lingua spagnola, e da una vicenda semiautobiografica tira fuori un apologo universale e senza tempo, completamente al femminile. Gli uomini, in questo film, sono meschini, approfittatori, doppiogiochisti.

Più di una sequenza da consegnare immediatamente alla storia della Settima Arte: un addestramento alle arti marziali di massa coordinato da una sorta di ciarlatano in costume da luchador, una violenta repressione di una protesta studentesca mostrata dagli occhi impauriti dei nostri protagonisti, un parto straziante e durissimo, un’ultima scena in mare che chiude i cerchi, narrativi ed emotivi.

[La nostra recensione]

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3. MEKTOUB, MY LOVE: CANTO UNO di Abdellatif Kechiche

Che meraviglia assoluta il cinema di Abdellatif Kechiche! Un autore unico nel panorama contemporaneo, un erede di Eric Rohmer meno cerebrale del maestro di Tulle ma più empatico verso i suoi personaggi, spesso molto giovani, spesso problematici, sempre adorabili.

Nel fluviale e leggiadro “Mektoub, My Love: Canto uno”, in Concorso a Venezia 74, prima parte di un progetto che il cineasta tunisino naturalizzato francese vorrebbe si componesse pienamente con almeno un seguito, la completa fusione tra tempi della (non) narrazione e fisicità degli attori in campo, la precisione dei gesti, la presenza invisibile e insieme connotativa della macchina da presa, l’assenza totale di titoli di testa che ci getta in mezzo agli sguardi e ai corpi immediatamente e senza filtri,  tutto questo (e tanto altro) concorre a rendere il film un’esperienza cinematografica da esperire in sala, per catturare la carnale multisensorialità di un cinema che appare il più fluido e diretto del mondo, ed è questa la sua forza.

[La nostra recensione]

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2. FIRST REFORMED: LA CREAZIONE A RISCHIO di Paul Schrader

E’ davvero complesso scrivere a caldo su un film denso e stratificato come “First Reformed”, in Concorso a Venezia 74 e che si candida da subito al podio delle migliori visioni di questa edizione della Mostra. Paul Schrader realizza un’opera che è (anche) una summa del suo cinema precedente, sia scritto che diretto, e dei suoi gusti cinematografici, stilisticamente rigoroso e intellettualmente stimolante, politico e spirituale al contempo.

In una filmografia ricolma di opere importanti, quest’ultimo lavoro rappresenta un colpo d’ala che francamente non ci aspettavamo più, convinti (erroneamente) che gli ultimi anni della carriera dell’autore di Grand Rapids avrebbero prodotto complesse riflessioni teoriche (“The Canyons”, a Venezia nel 2013) o divertissement di genere (“Cane mangia cane”), ma non più gigantesche riflessioni sul mondo contemporaneo con le quali fare i conti per i prossimi anni a venire. Mai stati più felici di vedere smentita la nostra mancanza di fede.

[La nostra recensione]

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1. IL FILO NASCOSTO di Paul Thomas Anderson

Il filo nascosto” (“Phantom Thread”) di Paul Thomas Anderson è un’opera d’arte cinematografica sfuggente e violenta, affascinante e sconvolgente. Lo è perché mette sullo schermo uno schema narrativo noto (la storia d’amore, la dinamica servo-padrone, la figura della ‘nuova moglie’) e un contesto estetico attraente (la sartoria e la moda) e poi li rivolta fino a farcene vedere l’aspetto più nero e spaventoso. Che però non cessa di risultare attraente.

Perché la regia di Paul Thomas Anderson è stata accostata più volte, e a maggior ragione per “Il filo nascosto”, a quella di Stanley Kubrick? Se c’è un punto di contatto tra i due, io credo, sta nella capacità di usare i pezzi del linguaggio cinematografico – inquadrature, montaggio, corpo dell’attore, costumi e scenografie, musica – in modo talmente crudo, senza filtri o figure retoriche, da essere percepito dallo spettatore come disumano.

[…] All’interno di questo approccio registico che ho definito impropriamente disumano, ma che è appunto semplicemente non-indulgente, si aprono però sprazzi di umanità lacerante (la scena del Capodanno!). E di totale, spietata onestà nella rappresentazione dei rapporti sentimentali e amorosi.

[La nostra recensione]

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Menzione speciale: THE OTHER SIDE OF THE WIND di Orson Welles

Dopo più di quarant’anni, l’alieno è finalmente arrivato davanti ai nostri occhi, prima alla Mostra di Venezia, poi tramite Netflix. Dalle 96 ore di girato vede finalmente la luce “The Other Side of The Wind”, ultimo capolavoro di Orson Welles ridotto alle attuali due ore abbondanti dall’amico e sodale di Welles (e attore nel film) Peter Bogdanovich.

Un film difficile, ma estremamente e totalmente wellesiano, per come rielabora, arricchisce e dà nuova forma (o nuova deformazione) alle sue ossessioni, ai suoi temi cari, come l’amicizia virile e il tradimento, o come la caduta e la morte di un personaggio bigger than life (qui incarnato dal cineasta settantenne Hannaford/John Huston). Allo stesso tempo fa una riflessione che negli altri suoi film non c’è, o almeno che non è posta così apertamente: una riflessione sullo sguardo, sull’immagine, sulla cannibalizzazione del reale da parte dei meccanismi di riproduzione. Il reale e la sua maschera, la sua riproduzione, la sua riproposizione, la sua parodica e grottesca rappresentazione.

Abbiamo ancora bisogno dell’occhio di Welles, che dall’oltretomba continua ad essere un cineasta imprescindibile della modernità, impossibile da relegare in un angusto anfratto del passato. Cinema purissimo, al di là del mezzo che lo veicola, un magnifico paradosso che avrebbe divertito, ne siamo sicuri, anche il Maestro. [Donato D’Elia]

 

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