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Top Ten, i 10 film italiani che non ti aspettavi

I dieci film italiani che non ti aspettavi (che fossero belli. Poi se n’è parlato, e il passaparola ci ha portato tutti al cinema).

In questa classifica non troverete gli autori italiani di conclamata fama internazionale oggi in attività. Niente Sorrentino in odor di Oscar, o Garrone, e neanche i conquistatori dell’America Salvatores e Tornatore, che l’ambita statuetta d’oro ce l’hanno già nella vetrinetta del salotto (o del bagno, coma ha candidamente confessato Salvatores).

E non troverete nemmeno le commedie italiane convenzionali, con le loro trame rassicuranti a cui siamo abituati da anni, quelle di Leonardo Pieraccioni, Carlo Verdone, Neri Parenti o Fausto Brizzi.

I dieci film italiani che non ti aspettavi sono i “film sorpresa”, visti in anteprima nei vari festival, da cui sono partiti scatenando un tam-tam mediatico e gli applausi del pubblico. Si tratta di piccoli grandi film, spesso opere prime di autori che sono prima di tutto dei narratori, che riescono a raccontare storie interessanti con uno stile personale che rappresenta una ventata d’aria fresca nel cinema italiano.

10. “IL TERZO TEMPO” di Enrico Maria Artale

Rimaniamo in tema sportivo, ma spostiamoci sul rugby. Anche Enrico maria Artale esordisce nel lungometraggio di fiction, dopo essersi fatto notare con un documentario sulla squadra di Rugby de L’Aquila durante il post-terremoto. Con “Il terzo tempo” racconta una classica storia di formazione: un bullo con problemi  di alcol e droghe in famiglia esce dal carcere minorile e viene “recuperato” da un asssistente sociale con cui instaura da subito un rapporto problematico ma autentico. Imparerà che l’amicizia, la condivisione tra avversari durante il famigerato terzo tempo è più importante della regola del più forte, e troverà anche l’amore. La più semplice delle storie, che però funziona sempre, anche grazie ad una regia che restituisce bene la fisicità, la fatica dei corpi e il disagio di un ragazzo che non ha avuto la vita facile.

9. “L’ARBITRO” di Paolo Zucca

Opera prima del sardo Paolo Zucca, questa divertente pellicola girata in un elegante bianco e nero è sbarcata alle Giornate degli Autori della 70esima Mostra del Cinema di Venezia. Cosa ci fa il parisienne Stefano Accorsi in un paesino della Sardegna più remota, immobile in un tempo arcaico? L’arbitro in uno strampalato campionato di calcio, nutrito di vecchie faide tra pastori e rivalità provinciali. Polifonico e un po’ sfilacciato, il film è stato apprezzato per l’originale mix di toni grotteschi ed eleganza formale, che anche quando calca il terreno dell’usuale riesce a scartare il prevedibile con invenzioni ironiche e divertenti (la trovata dell’arbitraggio calcistico accompagnato dalla musica swing).

8. “SALVO” di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza

Film acclamato a La semaine de la Critique di Cannes, Salvo è una felice opera prima. Sembra proprio che sia l’anno degli esordi, e fra questi “Salvo” è tra i più importanti. Fabio Grassadonia e Antonio Piazza mettono in scena un impianto narrativo e stilistico che fonde i contrasti di ambienti grezzi e materici, come i sentimenti che raccontano, trasfigurando luoghi e corpi attraverso un talento estetico, a volte un po’ compiaciuto, tecnicamente basato sul contrasto fra eleganza formale e scabra autenticità sensoriale.

7. “LA LEGGENDA DI KASPAR HAUSER” di Davide Manuli

Chi l’ha detto che in Italia non si possono fare film di fantascienza? Questo film di Davide Manuli non solo smentisce la “maledizione”, ma contamina il genere con il cinema sperimentale underground che ricorda quello americano anni ’70, e lo rinnova alla luce delle tendenze contemporanee, con l’uso rabbioso e sfrenato dell’elettronica, cui fa da contrappunto il glaciale silenzio dell’indifferenza umana, il vero cuore (non) pulsante di questo film.

6. “LA MIA CLASSE” di Daniele Gaglianone

L’edizione 2013 delle “Giornate degli Autori” di Venezia ha premiato i registi italiani, portando alla luce e facendo apprezzare film assolutamente interessanti. Anche Daniele Gaglianone, regista già strutturato e insegnante di cinema, è stato pertecipe di questa rinascita del cinema italiano dei “narrautori”. Un film esperimento, in bilico tra finzione e realtà. Valerio Mastandrea è un attore che interpreta un maestro che dà lezioni ad una classe di stranieri che devono prendere il permesso di soggiorno. C’è un copione che è una sorta di canovaccio, fin a quando non cadono le barriere: culturali, tecniche e artistiche; la troupe entra in campo, Mastandrea si diverte a mescolare sapientemente l’uomo e l’attore, e i veri immigrati raccontano le loro vite con i loro veri problemi e le aspettative.

5. “L’ARTE DELLA FELICITA'” di Alessandro Rak

Film d’animazione per adulti interamente realizzato dalla factory Mad Entertainment, è stato uno dei film evento di Venezia 2013, dov’è stato presentato ad apertura della Settimana della Critica. Emozionale, malinconico e viscerale, ha fatto breccia nel cuore del pubblico festivaliero, registrando il tutto esaurito in sala e anche molte persone che sono rimaste fuori. Anche questa, manco a dirlo, è un’opera prima. La firma è di Alessandro Rak, ma in questo caso si tratta di un vero e proprio lavoro di squadra, non solo di animazione cinematografica ma anche musicale: il film sprigiona tutta la sua carica artistica attraverso la migliore scena musicale napoletana, oltre ad un disegno volutamente marcato e appassionato, come la storia e il sentimento di riscossa morale che esprime.

4. “LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE” di Pierfrancesco Diliberto

Accoglienza calorosa ed entusiasta per il debutto su grande schermo di Pif, nome che connota molto bene lo strambo e simpaticissimo personaggio, il quale tuttavia ha un nome abbastanza impegnativo, Pierfrancesco Diliberto. Impegnata, appassionata e volutamente ingenua, l’opera prima di Pif mixa il dramma e la commedia, restituendo un punto di vista autentico su uno spaccato tragico della nostra storia più recente, filtrata dal punto di vista personale di un ragazzo che di quei fatti, e di quella realtà sopprattutto, è stato “testimone”.

3. “LA PRIMA NEVE” di Andrea Segre

Che magnifico narratore che è Andrea Segre. La prima neve è la sua opera seconda, presentata nella sezione Orizzonti a Venezia 70, dove un paio d’anni prima aveva debuttato con la sua opera prima, “Io sono lì”. Con questa pellicola Segre torna ad affrontare il tema dell’integrazione, ma da un punto di vista introspettivo, come il dolore di un figlio che non può più essere figlio e di un padre che non riesce ad essere padre. Un film in cui le emozioni si fanno estetica e poesia, tra le valli di Trento, spazi aperti e velati di una nebbia sottile, che invitano al silenzio, ad una sensibilità e a una discrezione da cui lo spettatore trae un arricchimento che scalda malinconicamente il cuore.

2. “ZORAN – IL MIO NIPOTE SCEMO” di Matteo Oleotto

Un debutto nella commedia con i controfiocchi per Matteo Oleotto, coadiuvato da una solida squadra di giovani sceneggiatori, che si è avvalsa anche del prezioso aiuto si un attore sensibile e intelligente come Giuseppe Battiston. Una commedia incentrata su un personaggio sgradevole, esasperato e contemporaneamente umanizzato da Battiston. Non si ride sguaiatamente perché Oleotto sceglie sapientemente il registro realistico,regalando ai suoi personaggi un aflato di autenticità che va oltre il grottesco della storia. Anche questa pellicola è stata presentata all’interno della Settimana della critica di Venezia 70: un en plein!

1. “SACRO GRA” di Gianfranco Rosi

Il sacro Leone. Si contavano sulle dita di una mano i critici che avevano azzardato la vittoria di un documentario italiano. E invece il presidente di giuria Bernardo Bertolucci ha compiuto un atto coraggioso, consegnando il Leone d’Oro della 70esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ad un grande regista italiano ingiustamente poco conosciuto, autore di documentari visivamente potenti e contenutisticamente sempre molto forti e inediti (chi mai si era interessato ad una comunità di homeless che vive in una base militare dismessa vicino Los Angeles a quaranta metri sotto il livello del mare, in “Below Sea Level”, oppure, chi mai avrebbe avuto il coraggio di girare un documentario tutto in una stanza con protagonista un uomo incappucciato, un killer dei narcos su cui pende una taglia di 250mila dollari, in “El Sicario Room 164”?). Gianfranco Rosi, con il “Sacro GRA”, è riuscito a gettare una luce inedita anche sull’umanità, la flora e la fauna che si aggira attorno al GRA, creando un affresco narrativo che trascende il film stesso per librarsi nei campi aerei della poesia e di un’accorata e vibrante corda morale che pervade tutto il film.

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