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Top Ten — I 10 migliori film del 2015 NON usciti in sala

E anche questo 2015 si chiude con la consueta Top Ten dedicata ai film che non hanno ancora trovato una distribuzione nelle sale italiane, ma che abbiamo potuto ammirare nei Festival di Cannes, Venezia, Roma e Torino.

Abbiamo escluso alcune opere meritevoli che hanno già una data di uscita ufficiale più o meno vicina, come “Son of Saul” di László Nemes, “Carol” di Todd Haynes — che trovate infatti nella classifica principale (entrambi in sala a gennaio) — e “The Assassin” di Hou Hsiao-hsien, nel listino di Movie Inspired. Vecchi maestri e giovani promesse, cinema di finzione e cinema documentario (e ibridi che ormai rendono superflua e obsoleta la distinzione): una Top Ten fortemente sbilanciata verso l’autorialità, epoche storiche vicine e lontane trasfigurate e rilette attraverso la lente deformante della pura arte.

Per chi ha sete di cinema “diverso”, sempre più difficile da reperire in sala: per il reperimento digitale di questi dieci film, invece, sta a voi cercare subito o attendere speranzosi. L’etica del cinefilo non è più univoca o facilmente racchiudibile in schemi (forse) obsoleti, l’imperativo categorico è dare più visibilità possibile ai dieci regali più belli (a nostro parere) che il cinema ci lascia nell’anno appena trascorso.

10. BEHEMOTH di Zhao Liang (Cina, Francia)

Dal Concorso di Venezia72, una commistione tra documentario e videoarte che lascia senza fiato per la brutale e violenta bellezza delle immagini e per la potenza plasticamente simbolica di due (non) luoghi: una miniera e una città fantasma. La sofferenza umana all’interno della prima bruciata sull’altare di un capitalismo senz’anima e cervello per produrre la seconda, spettrale teatro vuoto di vite inesistenti. Qualche sottolineatura poetica di troppo non attenua quasi per nulla la riuscita di quest’opera intensa e appassionata, durante la quale è impossibile è impossibile staccare gli occhi dallo schermo, da quel Behemoth (mitologico e mostruoso essere millenario di pura malvagità) che ci spaventa e al tempo stesso ci attrae, e che trae la sua forza dall’indifferenza acquiescente che infetta tutti noi.

9. THE WHISPERING STAR di Sion Sono (Giappone)

In un’annata particolarmente prolifica per il maestro Sion Sono, segnaliamo l’opera che si staglia monoliticamente (non a caso) su tutte le altre. Passato nella Selezione Ufficiale della Festa di Roma, “The Whispering Star”è un film che usa magnificamente la fantascienza filosofica per rappresentare artisticamente l’evento più luttuoso per il Giappone degli ultimi decenni, il disastro nucleare di Fukushima. E lo fa attraverso un universo deumanizzato e un futuro senza speranza, un luogo dove regna il silenzio, dove si sussurra quando (raramente) ci si esprime, dove un rumore sgradevole per noi spettatori può risultare accattivante per i suoi sparuti abitanti. Un’opera che vive attorno a un pugno di sequenze indimenticabili, e che afferma il suo assunto facendolo emergere dal profondo dell’universo: l’anelito di vita racchiuso nel battito d’ali di una falena vale più che l’immensità del cosmo.

8. AS MIL E UMA NOITES di Miguel Gomes (Portogallo)

Il progetto autorialmente più ambizioso del 2015 arriva dal Portogallo, dove la crisi economica ha lasciato (come e più del resto d’Europa) segni e ferite che stentano a rimarginarsi. Gomes prende la struttura delle “Mille e una notte” e ci racconta, attraverso una serie di narrazioni autoconcluse, la galassia di comportamenti umani che possono svilupparsi in una difficile congiuntura economico/sociale, dagli abusi di potere alle più piccole resistenze quotidiane, mischiando la denuncia e la satira, la meraviglia del reale e l’attualità del favolistico, cercando di comporre contrasti all’apparenza inconciliabili, e dichiarandolo davanti alla macchina da presa all’inizio di tutto, in una cornice che rappresenta una ulteriore firma d’autore forse inevitabile in un’operazione di tale portata. Diviso in tre parti (Volume 1 – O inquieto, Volume 2 – O desolado, Volume 3 – O incantado), diseguale e non sempre centrato, lascia comunque stupefatti per il coraggio e i fiumi di creatività confluiti in sette ore di proiezione che non pesano (quasi) mai. Alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes 2015.

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AS MIL E UMA NOITES

7. 11 MINUT di Jerzy Skolimowski (Polonia, Irlanda)

Il film più adrenalinico del 2015 arriva da un 77enne maestro del cinema polacco, che porta in Concorso a Venezia72 un vertiginoso esercizio di stile che insieme parodizza, sublima e reinventa il cinema d’azione, ambito cinematografico pericolosamente tendente allo sclerotismo senile e al recupero del modernariato ammuffito negli ultimi tempi (ma quest’anno è andata bene, anche a livello “mainstream” abbiamo avuto “Mad Max: Fury Road”, diretto da George Miller, un altro 70enne che ha capito la modernità più dei giovani cineasti). L’ineluttabilità del destino di personaggi schiavi del regista/demiurgo, che può permettersi di fare e fargli fare ciò che vuole, di giocare con loro e con noi spettatori, di orchestrare una sinfonia complessa dove ogni tassello finisce inevitabilmente al posto destinatogli. In questa Top Ten, il film che più potrebbe incontrare i gusti del grande pubblico, se qualcuno si decidesse a mostrarglielo.

6. IN JACKSON HEIGHTS di Frederick Wiseman (USA)

Ogni nuovo film di Frederick Wiseman è un viaggio fisico e speculativo, che si appropria della materia trattata e la analizza fin nei particolari più insignificanti, tutti tesi a comporre il complesso e profondo quadro d’insieme. In poco più di tre ore, che sembrano tante ma sono il frutto di un’immane lavoro di sintesi e di montaggio, il più grande documentarista vivente ci mostra tutte le contraddizioni, la vitalità e la solidarietà interna di un quartiere newyorkese, Jackson Heights, e di una comunità perennemente sotto attacco, da parte di speculatori edilizi, dinosauri della burocrazia, poliziotti inutilmente zelanti e tanto altro ancora. A metà classifica solo per l’abitudine verso la maestosità dell’opera di Wiseman, e perché il cineasta statunitense ha già trionfato negli anni passati. Ma, anche in questo 2015, il documentario DA VEDERE prima degli altri è indubbiamente questo.

5. RABIN, THE LAST DAY di Amos Gitai (Israele, Francia)

In Concorso a Venezia72 e, come tutti i film più meritevoli di quest’edizione, fuori dal palmarès, l’ultima opera dell’israeliano Gitai è una docufiction che usa i potenti mezzi dell’arte cinematografica per drammatizzare e mettere in scena gli eventi successivi all’assassinio del premier Yitzhak Rabin, avvenuto la sera del 4 novembre 1995 per mano di Ygal Amir, studente e sionista ultraconservatore. L’assurdità del fondamentalismo, le responsabilità politiche, l’humus culturale e sociale che permette il proliferare d’idee e rappresentazioni del reale completamente artefatte nella mente degli uomini e delle donne: tutto questo, raccontato attraverso verbali d’interrogatorio, udienze e riunioni pubbliche, ma anche attraverso piani sequenza e folgoranti idee registiche. Né documentario, né finzione, semplicemente cinema.

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RABIN, THE LAST DAY

4. BALIKBAYAN #1 – MEMORIES OF OVERDEVELOPMENT REDUX III di Kidlat Tahimik (Filippine)

Davvero difficile provare a comprimere in poche parole la gigantesca visione di Tahimik, che abbiamo potuto ammirare nella sezione Onde del Torino Film Festival. Un film frazionato in due parti, all’apparenza, ma che può parcellizzarsi in infiniti atomi di senso. Alternando frammenti di un film mai finito su Magellano, e (soprattutto) sul suo schiavo filippino Enrique, alla ricerca odierna di un occidentale che percorre le Filippine in cerca di un uomo anziano rimasto impresso su pellicole fotografiche ritirate fuori dopo molto tempo, Tahimik combatte il colonialismo e la cristianizzazione forzata del suo Paese con l’unica arma che le sue mani possono impugnare: la pura arte. Il concetto di sovraesposizione del titolo si estende, si amplia a dismisura, diventa una perfetta sintesi del mondo: resilienze fotografiche, epoche sovrapposte (e, quindi, sovraesposte) l’una all’altra, l’una sull’altra, l’una contro l’altra. Un’opera sicuramente di non facile fruizione, ma intellettualmente appagante.

3. UNDER ELECTRIC CLOUDS di Aleksej German Jr. (Russia)

Il regista russo è forse l’unico figlio d’arte in grado di competere e di convivere con l’immensa figura artistica del defunto padre, di cui quel Jr. sottolinea l’omonimia, senza rimanerne sovrastato e senza rimanere vittima d’impietosi paragoni. Un apologo potente, astratto e insieme concreto, che intreccia arte e storia in un unico discorso coerente, complesso nei rimandi e nelle connessioni, ma fruibile anche per chi non è addentro alla storia del Paese, che può semplicemente perdersi nella bellezza delle immagini, nell’intensità degli sguardi, nell’umana pietas verso un orientale digiuno della lingua locale, verso chi cerca di ridare vita e presente ad un passato tralasciato e rimosso, verso un artista che vede la sua opera dismessa e lasciata a metà. Un capolavoro, senza mezzi termini, ammirato al Torino Film Festival nella sezione Festa Mobile.

2. MOUNTAINS MAY DEPART di Jia Zhang-ke (Cina)
In Concorso al Festival di Cannes, il film di Jia Zhang-ke sfiora la piazza più alta, rimanendo comunque una delle visioni gigantesche di questo 2015. Tre parti distinte, tre diversi stili narrativi, tre epoche temporali: un film lieve ma pieno di rime e consonanze interne, parimenti abile nel creare personaggi sfaccettati e nel posizionarli in un quadro storico/geografico più ampio. La voglia di Occidente della Cina contemporanea, i cambiamenti economici, una madre che rimpiange il figlio lontano: un film che resiste al tempo perché ne viene attraversato. Dovrebbe uscire con BIM nel 2016.

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MOUNTAINS MAY DEPART

1. CEMETERY OF SPLENDOUR di Apichatpong Weerasethakul (Thailandia)

Dopo la Palma d’Oro del 2010, il regista thailandese torna a Cannes, questa volta nella sezione Un Certain Regard e, pur non portando a casa premi, ci lascia letteralmente senza fiato. Un film che non si può ricondurre o ridurre ad una trama, ad uno svolgimento narrativo, ma che va assimilato per sensazioni, spalancando gli occhi e facendosi attraversare dalle immagini, dalla messa in scena, dai rigorosi quadri compositivi. Un altro tassello di un percorso d’autore che rasenta la perfezione e un personale tentativo di salvare e trasfigurare, mediante l’arte, la memoria e la tradizione di un Paese come la Thailandia, soggetto a dittature, occupazioni e tragici eventi naturali a scadenza regolare nel corso dei decenni. I tubi al neon, scenografici e significanti, che squarciano il buio della corsia nell’ospedale improvvisato dove dei reduci di guerra (soprav)vivono nell’incoscienza: è questa l’immagine più potente di questo 2015 cinematografico.

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