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Top Ten: I migliori dischi del 2016

Eccoci qui. Siamo sopravvissuti anche a questo 2016 o almeno teniamo duro, visto che manca poco. Come da tradizione, noi di Loudvision abbiamo deciso di compilare una lista dei dieci migliori album usciti durante l’anno. Un compito difficile e ricercato, lo ammettiamo. Principalmente perché ci si deve confrontare con le numerosissime riviste che fanno la stessa identica cosa: classifiche di fine anno. Quasi viene il dubbio che siano una cosa che interessi solo noi che scriviamo di musica. Qualora non fosse così, dateci un segno contrario, per favore. Inoltre, ci si arrovella sempre su quale sia, in ultima analisi, il migliore tra i tanti che sono stati scelti.

Per nostra fortuna, quest’anno è stato piuttosto semplice e, in via confidenziale, vi diremo: mai scelta scontata è stata più bella. Il miglior album del 2016 è “La fine dei vent’anni” di Francesco Motta. L’album è uscito a marzo e l’entusiasmo provato ascoltandolo la prima volta si è evoluto nel tempo, senza perdere quella sorprendete intensità che ci ha colpito durante il primo ascolto. C’è sempre un motivo, un umore particolare, una suggestione valida per riscoprire e riascoltare una delle canzoni contenute ne “La fine dei vent’anni”. Le forze che contribuiscono a fare dell’esordio di Motta un vero successo sono sicuramente molteplici. Dalla produzione perfetta del maestro Riccardo Sinigallia alla semplice efficacia delle poche frasi che Motta intona nelle sue canzoni, capaci di raccogliere una generazione in un contenitore comprensibile, condivisibile e originale. Così il sopraggiungere dei trent’anni diventa quel lieve senso di ansia che si ha quando si è in ritardo ad un appuntamento. Roma diventa la puzza di gente che prende per il collo.

 

Motta, La fine dei vent’anni 
“La fine dei vent’anni” è un disco che ti guarda negli occhi con sincerità, ti parla e grida in faccia, ti trascina per i capelli o ti accarezza, in qualche modo ti ascolta anche e ti capisce.
La scelta di consegnargli la medaglia doro, forse discutibile se inserito assieme ad album come Blackstar di David Bowie, vuole però essere un riconoscimento simbolico, e sicuramente modesto, ad un certo modo di scrivere e comporre le canzoni. Ad uno modo di fare musica e di viverla. Motta non è il primo e non sarà l’ultimo, ma di quest’anno è stato sicuramente il più rappresentativo.
Abbiamo vinto un’altra guerra.

David Bowie, Blackstar
L’ultimo capolavoro del Duca Bianco nonché suo testamento. È stato pubblicato due giorni prima della sua morte ed è stato registrato con la consapevolezza della grave malattia che ci stava privando di uno dei maggiori geni musicali. C’è la creatività e l’urgenza impellente di esprimerla. Prima del suo ritorno nello spazio David Bowie ci ha lasciato un album sublime ed enigmatico, tanto da commuovere ed inquietare.

Radiohead, A moon shaped pool
Un nuovo album con pochi inediti, ma poco importa perché si tratta dei Radiohead e quindi va tutto bene. Un album in cui la meraviglia scavalca lo stupore, anche grazie a brani come “Daydreaming” o “Identikit”. Tra i più grandi in circolazione e sicuramente una delle uscite più belle e attese dell’anno.

Nick Cave & The Bad Seeds, Skeleton Tree
Un confronto a tu per tu tra la morte e Nick Cave, dopo un lungo walzer durato una carriera intera. Skeleton Tree è stato pubblicato in seguito alla tragica morte di Arthur Cave, figlio dell’artista, e la disperata delicatezza con cui ogni brano si circonda di questa tragedia tocca e commuove. Un capolavoro, tra i migliori di Nick Cave.

Angel Olsen, My Woman
My Woman è un album al femminile e quindi bello per definizione. Inoltre, rientra tra i migliori del 2016 per via del grande lavoro che la cantautrice Angel Olsen ha fatto nel corso degli ultimi anni. Sensibile, deciso, sfacciato, confidenziale, divertente. Dite quello che vi pare, quest’album è una perla.

Lambchop, Flotus
Sono passati più di vent’anni dal primo album del collettivo Lambchop e Flotus è il dodicesimo album in studio. Eppure, dopo tutto questo tempo, l’unica vera costante della band rimane il cambiamento. Questa volta su frequenze elettroniche e utilizzo del vocoder. Ogni album è una nuova scoperta.

Trent Reznor & Atticus Ross, Gustavo Santaoalalla, Mogwai, Before The Flood (Music from the Motion Picture)
Colonna Sonora del documentario di Leonardo DiCaprio, come ogni produzione firmata Reznor e Ross è molto di più di una semplice colonna sonora. È un album in cui le sonorità incontrano e si mischiano agli ambienti naturali evocati nel documentario e la trama di fondo, il degrado del mondo, è palpabile nel profondo di ogni canzone. Turba e rilassa.

Metallica, Hardwired…to self distruct
Se questa lista fosse una classifica Hardwired…to self distruct sarebbe al primo posto, perdonaci Motta. Ma non tanto perché l’album in questione sia effettivamente la migliore uscita dell’anno, cosa che non è tra l’altro, ma perché i Metallica sono ancora i Metallica e fanno un **** così a tutti.

Tim Hecker, Love Streams
Love Streams è il nuovo viaggio sonoro del genio di Tim Hecker. Un’immersione in un fluido musicale capace di estraniare la coscienza. Un’intensa nebbia di suoni e rumori in cui ogni punto di riferimento è perso.

Afterhours, Folfiri o Folfox
Folfiri o Folfox, ultimo lavoro degli Afterhours, un doppio album scuro che porta il nome di quella che per molti rappresenta l’ultima speranza. Agnelli, quest’anno in particolare, è stato accusato di tutto dopo aver accettato la sua partecipazione ad X-factor. Di tutta risposta con i suoi colleghi ha pubblicato un album che ammutolisce per la sua bellezza, intensità e forza. “L’odore della giacca di mio padre” o “Se io fossi il giudice” sono due esempi di come gli Afterhours rimangano una delle migliori band italiane in circolazione.

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