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Top Ten: I migliori film del 2017!

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Festeggiamo l’ingresso nel nuovo anno con la Top Ten dei migliori film del 2017 scelti dalla redazione di LoudVision. Con una sola eccezione, la lista comprende titoli usciti nelle sale italiane nel corso di quest’anno. Tuttavia, includere questa eccezione ci è sembrato doveroso, per omaggiare quella che è stata per tutti noi un‘esperienza totalizzante, collettiva e sovversiva, che va oltre le etichette e le classificazioni e che, probabilmente, ha cambiato per sempre la nostra concezione del prodotto audiovisivo. 

Come sempre, la nostra classifica vuole essere semplicemente un modo per ricordare e consigliare bei film: grazie ai nostri lettori e tanti auguri di buone nuove visioni per il 2018!

10. MADRE!

10 mother

Ci sono almeno tre film diversi dentro mother!.

Quello che funziona di più è indubbiamente il primo, una storia d’amore mostrataci con gli occhi e nella testa di una donna innamorata, disperatamente innamorata.

Poi c’è il rapporto tra la musa e l’artista, l’Ispirazione, messa da parte al compimento del lavoro per poi rimettersi alla ricerca e ricominciare da capo.

Poi c’è la rappresentazione biblica, probabilmente la più importante per il regista ma di sicuro per noi la meno interessante. Noi ci prendiamo la seconda, quella che riconduce anche i tanti sbrachi retorici in un recinto coerente, in un’idea sicuramente non originale nel contenuto ma di sicuro fantastica nella forma.

[La nostra recensione da Venezia 74]

9. SPLIT

9 split

«The broken are the more evolved». Che le persone danneggiate, fisicamente o interiormente, si dimostrino le più evolute e pronte ad affrontare pericoli e paure non è una novità nel cinema di M. Night Shyamalan.

In “Split” ad essere broken è il cervello di Kevin (James McAvoy) che, in seguito agli abusi subiti ripetutamente nella primissima infanzia, ha sviluppato ventitré personalità. Alcune socialmente accettabili, altre no. Se questa frammentazione mentale debba significare debolezza o una forza sconosciuta agli esseri umani normali è la domanda che si pone la dottoressa Fletcher che lo ha in cura, e noi con lei.

E la sorpresa finale, che dal “Sesto senso” in poi ha caratterizzato nel bene e nel male più di un film del regista? C’è, ma non si tratta di un vero e proprio colpo di scena. Potremmo definirla piuttosto un’indicazione di lettura, che ci fa riconsiderare quanto abbiamo appena visto. Qualunque considerazione approfondita sul confronto con l’altro da sé (o l’altro dentro di sé, in questo caso), sulle immagini speculari (altra ossessione di Shyamalan, al pari dei contrasti cromatici) e sul vedere come atto di conoscenza e responsabilità rischierebbe di finire rovinosamente in zona spoiler.

[La nostra recensione]

8. ARRIVAL

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Un film che esibisce tutta la sua ambizione in un’ultima parte che tira le fila del discorso tentando di volare altissimo, tra contrazioni dello spazio/tempo e intimismo sentimentale, planando dall’universale al particolare.

Qual è la base di una civiltà, il linguaggio o la scienza? È la comunicazione che può salvare il mondo? Noi crediamo di sì, il film tenterà di darvi questa e altre risposte, inserendosi in un flusso citazionista (un ulteriore viaggio nel tempo, nella storia del cinema di fantascienza da invasione) che parte da “Ultimatum alla Terra”, sorvola abbastanza velocemente gli “Incontri ravvicinati del terzo tipo” spielberghiani, per poi planare dalle parti di “Contact”, sottovalutato film di Robert Zemeckis.

[La nostra recensione da Venezia 73]

7. SIERANEVADA

7 sieranevada

Una fluviale immersione nella vita, nei rituali, nelle speranze, nelle idiosincrasie di una famiglia come tante, ma metonimia della Romania contemporanea e dell’Europa tutta.

In quasi tre ore, in tempo reale, pedinando, intrufolandosi, limitandosi ad osservare, la macchina da presa di Cristi Puiu diventa un membro aggiunto del nucleo familiare, attraverso lunghi piani sequenza che ci catapultano in quegli angusti corridoi, in quelle stanze modestamente ma dignitosamente arredate, a scavare in rapporti inevitabilmente logorati dal tempo e dalle avversità ma forse, proprio per questo, ancora saldi.

[La nostra recensione da Cannes 2016]

6. SILENCE

6 silence

Silence, ovvero il silenzio di Dio con il quale si scontrano dolorosamente i protagonisti del film di Martin Scorsese: un film che è una riflessione faticosa, e assolutamente non risolta, sulla fede, sul ruolo dell’immagine divina connessa con l’umano senso del sacro, sulla religione come prodotto culturale e strumento di potere, sull’esistenza della verità, sul valore morale del dubbio, e naturalmente – siamo in un film di Scorsese – sulla violenza.

Silence” è densissimo nei contenuti e cristallino nella messa in scena: la regia assume su di sé l’opprimente silenzio di Dio, inquadrando fatti e azioni sempre attraverso una contemplativa, terribile distanza.

[La nostra recensione]

5. DETROIT

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Ispirato dalle sanguinose rivolte razziali che sconvolsero la Motor City, sede della originaria fabbrica Ford, nel 1967.

Cineasta dallo stile muscolare e adrenalinico, capace come poche di far percepire umori e odori dei suoi personaggi tormentati e complessi, la Bigelow si tuffa con la sua macchina da presa nelle strade, tra la gente, mostrandoci sempre tutte le forze in gioco da una focalizzazione interna, utilizzando la macchina a mano per concitate sequenze che sorprendono per l’esattezza del montaggio, della successione di piani, dell’armonizzazione di una incredibile pluralità di punti di vista e d’osservazione.

Un film “politico” di pura regia, quasi un miracolo, che non può che ricordarci il capolavoro di Gillo Pontecorvo “La battaglia di Algeri” per approccio e modalità di messa in scena.

[La nostra recensione dalla Festa del Cinema 2017]

4. DUNKIRK

READY PLAYER ONE

Dunkirk” di Christopher Nolan arriva a destrutturare le classiche unità di tempo, spazio e azione, scomporre un’unica vicenda in tre linee narrative distinte, per poi ricomporla in modo inatteso, polverizzando la comune percezione dello spazio-tempo. Quasi come un quadro cubista.

Una settimana per rivelare la vulnerabilità dei soldati bloccati sul molo; un giorno per raccontare il senso di responsabilità dell’equipaggio della piccola Moonstone, mentre naviga verso una zona di guerra, e il profondo terrore di chi, dalla guerra, è appena fuggito; un’ora mostrare per l’estrema concentrazione dei piloti degli Spitfire.

Una settimana, un giorno, un’ora, in apnea, senza poter riprendere fiato.

[La nostra recensione]

3. BABY DRIVER – IL GENIO DELLA FUGA

Ansel Elgort

Edgar Wright continua la sua esplorazione/rivisitazione dei generi consegnandoci – sfruttando il più classico canovaccio da crime movie con storia d’amore incorporata – il vero musical del nuovo millennio.

Se vi siete mai trovati a passeggiare per le strade, con in cuffia il vostro pezzo preferito, credendo che tutto intorno si muova a quel ritmo, questo è il film che fa per voi, poiché praticamente la pellicola vive di questa sensazione, sfruttando al meglio le possibilità del montaggio (soprattutto interno alle scene) ed una selezione musicale di primissima scelta. Il gioco, alla lunga, può stancare, ma la prima ora di “Baby Driver” è magia pura.

[Il nostro incontro con Edgar Wright]

2. SCAPPA – GET OUT

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Al suo esordio, Jordan Peele si inserisce in quella tradizione portata avanti da George Romero, Tobe Hooper, John Carpenter e Wes Craven, proponendo un tipo di cinema di genere estremamente politico, in cui però il racconto non viene sacrificato in nome dell’allegoria.

Cinema di denuncia, che non dimentica di essere anche intrattenimento. Lo fa prendendo una direzione ben precisa, abbracciando le istanze del movimento Black Lives Matter e scegliendo di concentrarsi sulla tematica del corpo. Il corpo come identità, come categoria antropologica. Il corpo sfruttato, violato, imprigionato, rubato.

Get Out” usa i generi – horror, fantascienza, thriller – per parlaci di schiavitù, segregazione razziale, incarcerazione di massa, riuscendo a dialogare a distanza con un’altra grande opera di quest’anno nata dalla stessa urgenza, ”I’m not your negro” di Raoul Peck, film documentario basato sul manoscritto incompiuto di James Baldwin “Remember This House”.

Così, questo piccolo, ma potentissimo, horror a basso costo prodotto da Jason Blum, racchiude in sé l’intera storia delle donne e degli uomini afroamericani e, in qualche modo, dell’America stessa.

[La nostra recensione]

1. TWIN PEAKS – IL RITORNO

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È una serie Tv, è un film, si può inserire, non si può inserire… sterile dibattito fiorito in questi tempi di classifiche e migliori e peggiori, ma è (per noi) semplicemente impossibile non collocare “Twin Peaks – Il ritorno” in cima alla classifica dei migliori prodotti audiovisivi di questo 2017. Un’opera di video arte che è insieme cinema e il suo superamento, televisione e la sua negazione, semplicemente un passaggio imprescindibile di questo nuovo secolo, con il quale in futuro si dovrà per forza fare i conti.

Un racconto (non fatevi fuorviare dai pigri che liquidano la complessità definendola insensata) che si fa cosmogonia, individuando le origini del Male nell’incubo atomico (nell’ormai mitica ottava puntata, da culto istantaneo) e spingendo l’analisi e la riflessione fino al nostro destrutturato presente. Presente che nessun artista ha ancora rappresentato con questa forza, questo capacità d’introspezione, questa sconfinata fantasia visionaria.

Nella penultima parte tutto si compie: le due generazioni della saga di “Twin Peaks” si fondono in maniera mirabile, ciclica, infinita mentre si mostra spietatamente la finitezza di mondi, di attori e attrici, di esseri umani.

Lunga vita a David Lynch e buon 2018!

[La recensione dei primi episodi da Cannes 2017]

 

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