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Top Ten: i migliori film del 2019

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Ecco i dieci migliori film del 2019 scelti dalla redazione di LoudVision: la lista comprende rigorosamente titoli usciti nelle sale italiane nel corso dell’anno solare, dal primo gennaio al 31 dicembre. Prendetela per quello che è: il tentativo di onorare e consigliare (per chi li avesse persi) le migliori opere prodotte nell’annata appena trascorsa. Operazione particolarmente difficile quest’anno, da ricordare per ogni cinefilo per la qualità e la quantità delle proposte di valore da ogni angolo del globo. È la nostra classifica, sicuramente parziale e frutto del nostro gusto, figlia di compromessi e interminabili discussioni. In coda, cinque menzioni speciali, cinque opere rimaste fuori dalla Top Ten ma meritevoli, per uno o più redattori, di segnalazione. Un sentito grazie ai nostri lettori per la fiducia e la fedeltà concessaci, e tanti auguri di buone nuove visioni per il 2020!


10. Storia di un matrimonio

Vengono subito in mente le “Scene da un matrimonio” bergmaniane, anche al regista naturalmente, che ci scherza su con una deliziosa citazione. E di bergmaniano nel film c’è anche altro: la sopraffina direzione attoriale (c’è davvero la sensazione di trovarsi davanti a una compagnia teatrale, che conosce a menadito il testo), la capacità di strappare il cuore allo spettatore con un monologo, un primo piano… Baumbach riesce comunque ad inserire robuste dosi di umorismo, ad alleggerire i toni in più punti, a rendere il film un flusso unico, una progressione emotiva incalzante e senza pause.

Svettano su tutti, naturalmente, i due protagonisti. Il Charlie di Adam Driver (alla quarta collaborazione col regista che, in pratica, lo ha scoperto) e la Nicole di Scarlett Johansson ci vengono immediatamente presentati, con pochi tratti di penna, in un superbo incipit, e poi i due interpreti ampliano a dismisura la dimensione emotiva e umana dei loro corrispettivi che, dopo 136 minuti, ci sembrano davvero dei vecchi amici di cui conosciamo tutto, pregi e (soprattutto) difetti. New York e Los Angeles, le due anime culturali degli Usa, incarnate.

[La nostra recensione]

9. Joker

Phillips e Phoenix, con un lavoro congiunto, riescono a portare sullo schermo un interessante personaggio tragico per il quale non si può provare una certa empatia, ma senza renderlo un eroe o un anti-eroe. Diventa invece, l’incarnazione di una deriva incredibilmente attuale. Un violento criminale senza speranza o morale frutto di una società altrettanto efferata, machista, basata sull’immagine del “vincente che si è fatto da solo” e che ha emarginato le classi sociali bisognose di sussistenza (le stesse di cui, in fondo, parla “Us” di Jordan Peele) . E per tutto il film, questa non sembra mai una giustificazione al comportamento di Fleck, solo un dato di fatto.

Così, grazie anche al lavoro curatissimo fatto da Hildur Guðnadóttir (conosciuta per aver collaborato con Jóhann Jóhannsson) sulla colonna sonora, che accompagna noi e Fleck in questo viaggio nella sua testa, Todd Phillips vince la sua scommessa nel creare un film di genere supereroistico attuale, narrativamente solido e ancorato strettamente al reale. Tutto questo, senza comunque rinnegare la “dimensione del fumetto”.

[La nostra recensione]

8. Noi

Come nel suo precedente “Scappa – Get Out”, Jordan Peele si preoccupa già nell’introduzione di nascondere in bella vista la chiave di lettura del suo film. E se nell’opera d’esordio il sogno americano, con le sue case simmetriche in periferia e le staccionate bianche dei giardino, era al centro di un discorso molto preciso e diretto, in “Us” allarga l’orizzonte della riflessione, solleva nuove domande. Su chi siamo, cosa abbiamo fatto e dove stiamo andando.

[…] perché “Us” di Jordan Peele è un film così interessante e importante? Perché è pensato per intrattenere nel buio della sala e stimolare riflessioni complesse dopo, a luci accese. È cinema che pone domande, e lascia a noi il compito di trovare le risposte. Perché, ci tengo a dirlo sinceramente e fuor di retorica, lo stimolo alle riflessioni complesse, di questi tempi, è proprio quello di cui abbiamo bisogno. Perché, anche se è possibile notare un sorta di autocompiacimento in questa doppia natura, rimane ugualmente un’opera straordinaria nel coniugare un’incredibile lucidità nella rappresentazione dell’essere umano e di un intero Paese, allo straniamento tipico del genere fantastico. Perché, infine, il linguaggio e l’immaginario che il regista americano sceglie di utilizzare per raccontarci questa storia è lo stesso del suo pubblico.

[La nostra recensione]

7. Il traditore

Marco Bellocchio, a quasi ottant’anni, è ancora il regista italiano più dotato, più innovativo, capace di muoversi nell’alveo del proprio percorso autoriale mutando sempre gli elementi, ma mai la sostanza.

[…] Favino nel ruolo della vita, ma tutto il comparto attoriale rende al meglio, su tutti il Totuccio Contorno di Luigi Lo Cascio, che elabora un grammelot siculo/italiano di rara forza (in)espressiva. Ad una prima parte di marca quasi scorsesiana, tra ellissi narrative e temporali e colpi di pistola, segue il lungo procedurale centrale, che utilizza la stessa aula bunker originale palermitana del maxi processo del 1986 per una rilettura storica di rara forza drammaturgica. Buscetta al centro, i giudici, i mafiosi schiumanti nelle loro gabbie e il montaggio di Francesca Calvelli che coordina parole e piani di ascolto, annullando le coordinate spaziali e posizionandosi su quelle emotive.

La famiglia e la Famiglia, la fedeltà all’una e all’altra, l’argomento bellocchiano per definizione che trova una nuova chiave di rappresentazione, ancorandosi al tempo, alla politica, alla Storia, pur non uscendo mai dalla percezione di un uomo, un piccolo uomo. Uscito in sala nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci (troveremo l’attentato nel film, da una prospettiva inquietante e inedita), il film restituisce anche il miglior Falcone visto finora su grande schermo.

[La nostra recensione]

6. Ritratto della govane in fiamme


In “Ritratto della giovane in fiamme” per la prima volta i personaggi di Sciamma sono persone adulte: ancora giovani, è vero, ma non più bambine. E il racconto si concentra su quel tipo di relazione – adulta, appunto – che per comodità potremmo chiamare di coppia, intesa però non tanto, o comunque non solo, in un’accezione sentimentale o esclusiva: a Sciamma interessa indagare la capacità e il desiderio che hanno gli esseri umani (nel caso specifico, donne) di lasciare il loro naturale stato di solitudine per aprirsi alla conoscenza profonda di un’altra solitudine. Solo da questa conoscenza, da questa connessione che non è facile né indolore, può nascere la felicità, e quindi l’affetto, e a volte l’amore.

“Fugere non possum”, si canta ad una festa popolare in un momento straniante, quando la scintilla amorosa sta per scoccare. E fuggire dai propri obblighi sociali e di classe, alla fine del XVIII secolo, pare sia davvero impossibile, e l’amore omosessuale vada vissuto come una parentesi di sogno e magia, in una manciata di giorni in cui il mondo viene lasciato fuori e tre donne si trovano a sperimentare sulla propria pelle amore e dolore, per poter poi continuare a vivere. La Sciamma usa benissimo l’ambientazione, sfruttandone ogni caratteristica, ogni candela, ogni drappeggio per calarci in un’atmosfera che sintetizza visivamente quanto uno spazio aperto possa (anche) essere prigione insormontabile.

[Il nostro approfondimento] [La nostra recensione]

5. The Irishman

Adattamento del libro di Charles Brandt (Fazi Editore lo ripubblica per l’occasione con nuovo titolo e copertina in linea col film), “The Irishman” inizia con un piano sequenza che attraversa i corridoi di un ospizio, la macchina da presa finisce per posarsi sul vecchio Frank, che inizia a raccontare la storia della sua vita. A chi la sta raccontando? Alle forze dell’ordine, che l’hanno tenuto in galera per anni? Al suo prete confessore, unico depositario possibile di segreti tanto scabrosi (una delle battute più riuscite: “L’unica maniera di tenere un segreto tra tre persone? Due devono essere morte”)? All’infermiera afrodiscendente che, come la maggior parte dei giovani americani contemporanei, non sa chi sia Jimmy Hoffa? No, a noi spettatori, che non abitiamo in quel mondo, che siamo chiamati ad attraversare i decenni attraverso il parziale occhio di Frank, che non capisce tutto, forse non capisce nulla, ma si trova a far da esecutore, per tutta la vita, di ordini che piovono dall’alto, dall’uccisione dei nemici nazisti in Italia durante la guerra ad un’ultima esecuzione che ne orienterà per sempre il destino. La scelta più difficile della sua vita: quale padre/padrino eliminare, il mafioso o il sindacalista?

Dalle Tv accese la Storia fa da contrappunto alle vicende, a partire dalla fallita insurrezione della Baia dei Porci del ’61 (che doveva detronizzare Castro a Cuba), passando per la crisi dei missili, l’omicidio Kennedy, fino ad arrivare al Watergate del 1974. Notizie agghiaccianti che lasciano il cittadino relegato a ruolo di spettatore, con un quadro generale imperscrutabile anche per la manovalanza criminale che potrebbe/dovrebbe aver avuto un ruolo importante in un decennio chiave per le sorti della nazione protagonista del XX secolo. La sceneggiatura del veterano Steven Zaillian inanella una scena madre dopo l’altra fino ad arrivare al gran finale, quando, come ne “Il padrino – parte II”, si rimane soli con Frank e il suo progressivo disfacimento, del corpo e della mente, una mente che vorrebbe tanto dimenticare il mancato rapporto con la figlia (una statuaria, e quasi muta, Anna Paquin) e con la famiglia tutta, timorosa nel farsi aiutare da un padre violento e anaffettivo.

[La nostra recensione]

4. Midsommar

Sono due gli aspetti di Midsommar” che colpiscono immediatamente: la luce e il suono. Una luce tanto brillante e avvolgente, quanto aliena, accompagnata da suoni armoniosi e, allo stesso tempo, dissonanti. È un’opera prima di tutto sensoriale. La riflessione arriva dopo aver “percepito” il disagio generato dalla convivenza di questi contrasti. Ari Aster, alla sua seconda prova, punta ancora una volta lo sguardo sulla dimensione personale e familiare, per poi ampliare il punto di vista. Sceglie, così, di raccontare l’ansia, la paura, lo smarrimento per la perdita – di una persona cara, di una relazione, della salute fisica e mentale, delle direttrici etiche individuali e di comunità – alla piena luce del sole.

Prendendo in prestito dal folk horror britannico i tratti narrativi distintivi e filtrandoli attraverso la personalissima sensibilità artistica, il regista americano si concentra sulla rappresentazione dell’isolamento. Psicologico, come quello in cui vive da anni Dani (una straordinaria Florence Pugh); fisico, del gruppo di “stranieri” che si trova bloccato in un luogo escluso dal resto del mondo; sociale, di una comunità capace di grande empatia, ma solo verso chi non percepisce come “diverso”. Aster riesce a far proprio il sottogenere, realizzando un folk horror estremamente personale, ricco di allegorie e sottotesti, che si pone in stretta continuità narrativa e stilistica con uno dei capostipiti del genere, “Wicker Man” di Robin Hardy. Il risultato è un’opera stratificata, tecnicamente impeccabile e visivamente frastornate capace di riflettere criticamente sulla contemporaneità. [Cristina Resa]


3. C’era una volta a… Hollywood


[ … ] Un film che abbina complessità tematica e cultura cinefila, gusto figurativo e rispetto per l’icona, che rifiuta programmaticamente di organizzare una narrazione compiuta per concentrarsi sui suoi (pochi) personaggi principali, sul loro mestiere, sulla fatica e il rischio, che precedono il sopraggiungere dell’Arte in questa meravigliosa macchina chiamata cinema. Il cinema come è sempre piaciuto a Tarantino, senza steccati tra generi e autori, tra serie A e serie B, il cinema che ha sempre cercato di fare e che ha costantemente cercato di farci amare.

[ … ] L’ennesima declinazione tarantiniana della mitologia, di un Paese in cui arte e spettacolo sono sempre contaminati dal reale, e viceversa. Questa volta l’approccio è più apertamente colto del solito, (ancora) più malinconico, ma nessuna tragedia può incrinare il piacere e la forza di vivere appieno la vita, attraverso il cibo, l’intrattenimento, i begli uomini e le belle donne, belli anche perché ancora non contaminati dalla funerea cappa del reale a ogni costo, della Verità imposta e soffocante. Quello che l’Era dell’Acquario avrebbe dovuto portare in tutto il mondo, la pace e la fratellanza, un sogno bellissimo nel quale siamo ancora immersi, anche se poi è andata male, anche se hanno (abbiamo) perso , pace e fratellanza tra i Paesi, tra i generi, tra la seria A e la serie B del cinema.

[La nostra recensione]

2. Parasite


[…] Il ritmo serrato non concede pause e riposo ai personaggi né alle emozioni dello spettatore, in un crescendo continuo che conduce ad un finale struggente (pur se già visto). Il determinismo sociale, la cristallizzazione delle classi, possono sì essere sconfitti, ma soltanto attraverso l’immaginario, la fuga nell’onirismo non escapista ma creativa, il cinema appunto.

Popolo ed élites, il primo e l’ultimo gradino della scala sociale, divisi da gradini, concreti, faticosissimi da salire e persino da ridiscendere, nella scena più bella di tutta l’opera, sotto una pioggia battente che travolge tutto e tutti (tranne chi sta “in alto”, naturalmente). È giusto che qui si rimanga il più vaghi possibile sugli snodi di trama, perché mai come questa volta è importante farsene travolgere, sottoporsi al fuoco di fila di avvenimenti e cambi di tono con un approccio vergine alla materia. Una satira sociale che transita dalle parti del thriller d’invasione del privato per poi sfociare in momenti di pura follia splatter.

[La nostra recensione]

1. La mafia non è più quella di una volta


Franco Maresco, il più grande outsider del cinema italiano, lasciato da anni al mainstream l’ex sodale Daniele Ciprì, si è definitivamente rinchiuso nella sua Palermo, e da lì scruta i cambiamenti di un mondo apparentemente immutabile, che continuano a non piacergli per nulla. Ancora più cupo e pessimistico del precedente, “La mafia non è più quella di una volta” si concede una squarcio di luce incarnato, un controcanto, nello sguardo della fotografa Letizia Battaglia, testimone della violenza mafiosa da sempre (sua la famosa foto che ritrae il cadavere, in macchina, di Piersanti Mattarella, fratello del Presidente della Repubblica), disillusa ma incapace d’arrendersi. Il duello/duetto verbale tra il cineasta palermitano e la Battaglia è il punto focale dell’opera: davvero non c’è più alcuna speranza, davvero il popolo palermitano è assuefatto e perduto, o vale ancora la pena combattere?

Maresco ripropone i grandi modelli dello spettacolo popolare (questa volta non Franco e Ciccio, ma Totò e Peppino nelle dinamiche tra Mira e il suo finanziatore Mannino), li contrappone al gusto contemporaneo e traccia schizzi di sardonica e crudele satira, che non fa prigionieri e non risparmia nessuno, in alto e in basso. Conscio di star realizzando un film funereo e senza speranza, ha la geniale idea d’inserire un contradditorio, di farsi insultare in campo dalla fotografa per il suo disfattismo, di mettere in piedi spassosi duetti, che di spassoso hanno spesso solo il linguaggio e il turpiloquio.

[La nostra recensione]

Menzioni speciali

Per chiudere, cinque film rimasti fuori dalla stesura finale della Top Ten, cinque film che hanno fomentato dibattiti, che per questo o quel redattore erano degni dell’inserimento, anche nelle primissime posizioni. Un ulteriore occasione, dunque, per segnalarvi opere meritevoli e rilanciare le nostre recensioni. A voi scoprire, quando li vedrete, se avrebbero meritato la classifica principale:

“Mademoiselle” di Park Chan-wook

“I fratelli Sisters” di Jacques Audiard

“Suspiria” di Luca Guadagnino

“Il primo re” di Matteo Rovere

“The Rider – Il sogno di un cowboy” di Chloé Zhao: purtroppo non recensito (nostra culpa), altrimenti probabilmente avrebbe trovato posto nella Top Ten. Arrivato da noi in ritardo (è del 2017), è il secondo film di una talentuosa cineasta sinoamericana, già precettata dai Marvel Studios per il prossimo venturo “The Eternals”. Cinema in bilico tra realtà e finzione (sulle orme del nostro Roberto Minervini) che ha fatto meritatamente incetta di premi in tutto il mondo, consigliato e da scoprire. [Donato D’Elia]

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