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Top Ten: i migliori dischi del 2014

Natale si avvicina, così come il 2015. Prima di voltare pagina sorridendo al futuro, soffermiamoci un’ultima volta su quest’anno trascorso. Perché alle sentenze non si sfugge. E nemmeno ai bilanci. Come al solito stilare una classifica è tanto divertente quanto violento. Non vi piace l’attributo “violento”? Come definire altrimenti quello stato di frustrazione che ti porta, sul filo di lana, a dover preferire un disco rispetto a un altro, quando entrambi sono già dei classici nella tua esistenza? E, in un anno pieno di sorprese come questo, i duelli all’ultimo sangue non sono mancati. In questa top ten sono innumerevoli i nomi lasciati fuori (cito due band a me molto care, gli Interpol e gli Alt-J). Senza aggiungere altro (e, soprattutto, non pentirmi troppo in fretta), premiamo il tasto start.

10) “Alaska“, Fast Animals And Slow Kids. Un’ottima conferma per il gruppo di Aimone & soci. Nulla di nuovo, nulla di inaspettato, ma tutto molto incazzato e senza troppi fronzoli. Da loro ci si aspetta questo. C’è da aggiungere altro?

9) “Cronaca e Preghiera”, Cronaca e Preghiera. Italiani (anzi, italianissimi), vena cantautoriale che strizza l’occhio ai folli maestri del passato (Freak Antoni), sbandamenti blues, scie elettroniche. Non provate ad orientarvi, non ci riuscirete. Sono il debutto nostrano che farà piacere a tutti. Non deludiamoli.

8) “Sonic Highways”, Foo Fighters. Se ne è fatto un gran parlare. La serie TV sta spopolando in America. La mondibola di Dave Grohl è digrignata in un sorriso di compiacimento. Sta veramente andando tutto bene per i Foo. In realtà, per me, l’ottava posizione è più una delusione che una conferma. I tempi dell’adrenalitico “Wasting Light” sono finiti. Facciamocene una ragione.

7) “Seeds”, TV On The Radio. Dopo i primi due singoli ho gridato al miracolo. Il resto dell’album fila liscio, opera di degni professionisti del mestiere. Certo, i confronti (non sempre vincenti) coi precedenti lavori vengono spontanei. Ma dopo “Test Pilot “, “Trouble” e “Happy Idiot” (canzone dell’anno), ti rendi conto che per i TV On The Radio la fantasia non è un attributo, ma una filosofia.

6) “Content Nausea”, Parkay Quartz. Tuffo nelle sabbie polverose del Texas, con sosta obbligata nei locali punk di New York City. I Parkay Quartz (prima con il nome Parquet Courts) sanno dosare bene gli ingredienti della tradizione americana. “Content Nausea” è un album ancora molto (troppo) recente che forse meriterebbe una o due posizioni in più. Per adesso, il beneficio del dubbio.

5) “Romancitysm”, Universal Sex Arena. Pazzi. Schizofrenici. Divertentissimi. Dance ma non troppo. E, dulcis in fundo, italiani. Questi gli Universal Sex Arena. Romancitysm è il disco più originale di questa classifica, quello partorito in una seduta spiritica tra Bob Marley e Daft Punk. Se ho attirato la vostra attenzione, è un buon inizio.

4) “They Want My Soul”, Spoon. Che fatica suonare musica “indie rock” oggi. Soprattutto in America. O ti estingui o illumini la pista. E oggi a tenere in alto la fiaccola sono gli Spoon (= voce sporca, chitarre affilate e beat elettronici proprio quando pensi “sì, in quel punto ci starebbero bene”).Tutto registrato sapientemente. Io ho provato a trovare un pezzo brutto nel lotto, ma non ce l’ho fatta.

3) “Lullaby and… The Ceaseless Roar“, Robert Plant. Che suoni con i Led Zeppelin o da solista, Robert Plant riesce sempre a essere sulla bocca di tutti. Echi africani uniti al rock tradizionale fanno di questo disco un classico non-classico. Col tocco del miglior prestigiatore, Plant ha fatto una magia: una serie di brani che ti stupiscono e ti fanno sognare, mai scontati e ripetitivi. Il peggior torto che possiamo fargli, dopo tutti questi anni, è sorprenderci ancora.
2) “Lazaretto”, Jack White. È possibile oggi prendere il buon vecchio blues e dargli un’anima un po’ più giovane, in linea coi nostri tempi? Jack White, con la perizia di uno scultore, ha preso decenni di storia del rock e ne ha tirato fuori una creatura di straordinaria bellezza. “Lazaretto” puoi ascoltarlo ovunque, in qualunque stato d’animo. Davanti all’evoluzione dell’elettronica, Jack White storce il naso e si mette al piano e alla chitarra. Il cuore non batte davanti a una consolle, ma in presenza delle vibrazioni nell’aria scaturenti da un assolo.

1) “Everyday Robots”, Damon Albarn. Sentenza inappellabile. Definire pop quest’album non basta. Il sound, onirico e quasi fantascientifico, è lo sfondo di un diario che racconta, in modo cinico e schietto, la nostra esistenza. Cenni autobiografici (“You and Me”), critiche velate ma non troppo (la title track) e atmosfere malinconiche (“Lonely Press Play”) fanno di Damon Albarn un cantautore atipico, un artista tormentato sempre in cerca di nuove soluzioni (tantissime le influenze nei suoi brani). La cosa bella è che quest’album possiede, comunque, un’anima british ben definibile. Difficile rimanere indifferenti. Difficile non amarlo.

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