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Top Ten: i peggiori dischi del 2014

Ci siamo: volenti o nolenti, è ora di tirare le somme di questo anno che va a chiudersi.

Cosa ci ha colpito ed emozionato? Ma soprattutto di cosa avremmo fatto volentieri a meno?

Noi di Loudvision, abbiamo declinato questo dubbio amletico (anche) al mercato discografico e, se qualche settimana fa vi avevamo anticipato le nostre scelte sugli album più significativi del 2014 (leggi classifica), oggi vi presentiamo i dischi di cui… non avremmo rimpianto l’uscita.

Ecco a voi i dieci peggiori dischi del 2014.

Un’avvertenza: abbiamo escluso da questa classifica i nomi frutto di antipatie personali, scegliendo, per quanto possibile, una lettura oggettiva.

10) Nickelback – No Fixed Address. Sono passati i tempi d’oro di “Silver Side Up” (2002), uno dei dischi più suonati ed ascoltati nella cameretta di chi vi scrive (eh sì…); è passata la curiosità dietro a “All The Right Reason” (2005), che vedeva l’ingresso del batterista dei 3 Doors Down, Daniel Adair. Se già con “Here and Now”(2011) si era respirata l’aria di flop, “No Fixed Adress” è la conferma lampante di come la band dei fratelli Kroeger abbia esaurito la propria vena creativa. “What Are You Waiting For?” – ci/si domanda il frontman Chad Kroeger. Ecco Chad, ci piacerebbe che vi dedicaste ad altri progetti, magari solisti, oppure provaste un po’ a sperimentare, ad uscire da quello schema compositivo, che poteva intrigare all’inizio, ma che, alla lunga, puzza di stantio. Speriamo che almeno live, sappiate trasmettere grinta e smalto perduti.

09) U2 – Songs Of Innocence.  Eccolo, uno dei dischi più controversi degli scorsi mesi, insieme al ritorno dei redivivi Pink Floyd. Se non conoscete la storia dietro a “Songs Of Innocence”, ve la riassumiamo in breve: gli U2, in partnership con I-Tunes, avevano deciso di distribuire gratuitamente, ai clienti della piattaforma, il disco fino al 13 ottobre.  Se la band di Bono Vox ha cercato, con questa mossa furba, di stare al passo con i tempi col formato, a livello di contenuto il disco delude non poco. Si salvano forse gli arrangiamenti di un paio di canzoni (“Raised BY Wolves”, su tutte), ma la sostanza complessiva non merita la sufficienza. Ci dispiace, ma dopo il flop di “No Line The Horizone” (2009), un po’ ce lo aspettavamo.

08) Die Antwoord – Donker Mag. Terzo capitolo del gruppo hip-hop sudafricano capitanato dai rapper Ninja e Yo-landi. A differenza  di “Ten$Ion” (2012) e dell’esordio $O$ (2009), “Donker Mag” manca d’incisività. Non ci sono neppure i ritmi martellanti che hanno fatto la fortuna dei singoli “I Fink U Freeky” e“Fatty Boom Boom”; quello che rimane è, piuttosto, un’accozzaglia confusa di suoni e parolacce a sproposito. Pochi secondi di “Ugly Boy” – brano scelto per presentare il disco –  fanno solo venir voglia di stoppare tutto il resto. Banali e senza senso. Bocciati.

07) The Kooks – Listen. Fra le delusioni del 2014 segnaliamo il nuovo lavoro dei Kooks, “Listen”. Abbiamo raccolto il loro invito, ma dopo svariati ascolti, non siamo ancora riusciti a capire se la melodia dei brani si basi o meno su campionamenti di suonerie per cellulari. Un lavoro che cerca di essere trascinante, ma che finisce sommerso nel frastuono rumoroso che genera. No way.

06) Skrillex – Recess. Neppure Skrillex si salva, anzi piuttosto che spiccare il volo, precipita paurosamente nel baratro dell’inascoltabilità. Il suo “Recess” si presenta come una mistura confusa e non omogenea di sonorità senza né capo né coda. Manca un filo logico, quello che si avverte è un senso di confusione generale che sfocia nel frastuono.  Neppure i numerosi featuring (otto per undici tracce!) presenti nel lavoro riescono a farci cambiare idea. Non c’è storia, rimandato.

05) Sam Smith – In The Lonely Hour. Forza, alzi la mano chi non conosce Sam Smith! La sua è una delle voci più ascoltate in radio negli ultimi mesi e, dopo i fortunati featuring con Disclosure per il brano “Latch” e con Naughty Boy nel tormentone “La La La”, il cantautore firma il suo primo lp solista. Che dire? Nonostante il timbro vocalico così unico e particolare, Sam Smith non riesce a sfornare un disco degno delle – alte- aspettative riservategli, limitandosi a mettere in fila poco più di una dozzina di tracce vuote e senza spessore, sia a livello compositivo/testuale, che melodico. “In The Lonely Hour” sembra la colonna sonora ideale per una domenica pomeriggio al centro commerciale. Che tristezza…

04) Calvin Harris – Motion / David Guetta – Listen. Una quarta posizione ex- aequo per i dj più famosi del globo, Calvin Harris e David Guetta. Come hanno fatto a meritarsi questo triste primato? E soprattutto che ne è di hit come “Acceptable in the 80’s” (Harris) o “Titanium” (Guetta)? Pare che il successo abbia dato alla testa ai due dj e producer  portandoli a sfornare due dischi totalmente incapaci di uscire dalle logiche del dancefloor: groove vuoti, zero sperimentazione, totale apatia mascherata da ritmi catchy. Una nota di demerito è costituita, inoltre, dal costo spropositato di ogni loro show: si parte da un minimo di 150/160 euro. Un consiglio: magari l’anno prossimo tornate in pista con un po’ più di  umiltà.

03) Robin Thicke – Paula. Lo scorso anno abbiamo canticchiato ed ancheggiato la sua “Blurred Lines” per mari e monti, mentre quest’estate ci siamo sorbiti niente meno che un disco dedicato alla moglie tradita, Paula Patton. Proviamo a metterci nei panni di Paula: non è affatto piacevole scoprire un tradimento per mezzo d’altri, peggio se la notizia viene sbandierata sulle testate di mezzo mondo. E che dire se tuo marito, fedifrago impunito, ti dedica un disco che sfiora il patetismo, per implorare il tuo perdono? Fra imbarazzo e fastidio, Paula ha scelto la cosa migliore: mollare Thicke e cambiare musica. Ed è lo stesso consiglio che ci sentiamo di darvi. Ricorda Robin, chi la fa l’aspetti.

02) Meghan Trainor – Title EP/ Nicky Minaji – The Pinkprint. Un ‘altra posizione condivisa, un altro strazio musicale. Ricorderemo il 2014 come l’anno dell’ass-pride, l’orgoglio delle culone: non scandalizzatevi, ma riflettete; vi sarà sicuramente capitato di imbattervi nel video di “Anaconda” della rapper Minaj, o ancora nello zuccheroso (e sovrabbondante) “All I About The Bass” della Trainor. Ok, qui si valuta la musica e non l’immagine, ma entrambi questi dischi ne veicolano una molto forte:  dal falso orgoglio per le curve(della biondona Trainor), alle rime che sottolineano un’indipendenza femminile a base di sesso (la Minaj scandisce: This dude named Michael/used to buy motorcycles/Dick bigger than a tower,/I ain’t talking about Eiffel/Real country ass nigga/let me play with his rifle). All’assenza di contenuti, si abbina una povertà melodica impressionante. Non c’è molto altro da aggiungere.

01) Suor Cristina – Sister Cristina. Sicuramente il 2014 passerà alla storia come l’anno delle stranezze, non solo climatiche, ma musicali. Non avremmo mai pensato di vedere una suora partecipare ad un talent musicale, né tantomeno avremmo scommesso sulla sua vittoria; invece Suor Cristina ha sbaragliato concorrenza e pregiudizi, aggiudicandosi il primo posto a The Voice. “Sister Cristina”, questo il titolo del suo esordio, ha attirato su di sé l’attenzione di tutti, divenendo un caso mondiale; persino Madonna, si è interessata a Suor Cristina, dopo aver ascoltato la sua cover di “Like a Virgin”. E allora, cosa c’è che non va? L’amara considerazione che per sfondare si debba puntare sulla stranezza o sulla diversità (un po’ com’è successo a Conchita Wurst) e non tanto sul talento personale. Ok, Suor Cristina ha una bella voce, ma avrebbe ottenuto tutta questa considerazione se fosse stata una fanciulla come le altre?

Davvero la musica sta diventando il teatrino dell’assurdo? Abbiamo bisogno di questi espedienti per emozionarci un po’? Concludiamo la classifica con questi interrogativi ai quali, ci auguriamo, il nuovo anno fornisca le adeguate risposte.

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