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  • Tori Amos: Strange Little Girls

    Tori Amos

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Strange little cover songs

Ricordo ancora con grande affetto il momento in cui, oramai più di una decade or sono, quasi per errore incocciai uno strano disco enigmaticamente titolato “Y Kant Tori Read”, in cui una giovane cantautrice americana giocava con sonorità a metà strada tra Kate Bush ed il rock melodico più sofisticato. In quel disco c’era un pezzo, “Etienne Trilogy” che mi aveva letteralmente ammaliato. I successivi albums “Little Earthquakes” e “Under The Pink” contribuirono a dare un quarto vertice a quella che fino ad allora era il mio ideale triumvirato femminile: Kate Bush, Ann Wilson e Lisa Dalbello. La mia love-story con la musica di Tori è più viva che mai, ma viene oggi ulteriormente consolidata dall’uscita di questa splendida raccolta di cover-versions: raramente ho incontrato un musicista in grado di appropriarsi così totalmente del lavoro altrui, e riuscire a restituirlo in maniera così personale. Tori non è nuova a questa esperienze, i suoi shows e numerose B-sides avevano visto la nostra prendere brani totalmente distanti dal suo background musicale (un esempio? “Smells Like Teen Spirits” dei Nirvana), smontarli e ricostituirli con passione, gusto e la giusta umiltà. In questo dipartimento, Tori non ha sbagliato un colpo. “Strange Little Girls” di questi colpi ne conta ben 12, uno meglio riuscito dell’altro. Non voglio nemmeno commentare la musica – il disco è nei negozi, per cui vi invito a comperarlo ed a bearvene. Per onore di cronaca mi limito a dirvi che tutti i brani inclusi sono stati scritti da autori uomini, ma ognuno viene reinterpretato da Tori Amos partendo da un punto di vista femminile, sfruttando ogni canzone per impersonare un differente personaggio (quando non due, come per esempio in “Heart Of Gold”, in cui la prospettiva è quella di due gemelle). Tanto vale a questo punto citare le covers incluse: si parte con “New Age” dei Velvet Underground (da “Loaded” del 1970), per proseguire con “’97 Bonnie & Clyde” di Eminem, da “The Slim Shady” del 1999 (notare come nelle mani di Tori quasta sia finalmente diventata una canzone!). La title-track è in realtà il noto pezzo degli Stranglers mentre “Enjoy The Silence” è una cover dei Depeche Mode. Abbiamo poi “Rattlesnake”, che fu portata al successo da Lloyd Cole & The Commotions con l’omonimo album del 1984, “I’m Not In Love” dei 10CC ed una splendida rielaborazione di “Time” di Tom Waits. A seguire, “Heart Of Glod” di Neil Young (dal classicissimo “Harvest” del ’72) e la nota “I Don’t Like Mondays” dei Boomtown Rats di Bob Geldof. Non manca neanche un tributo ai Beatles, di cui Tori propone una mistica versione di “Happiness Is A Warm Gun” tratta dal “White Album” (se ricordate, anche i Dream Theater ne proposero una cover dal vivo, con Steve Hogarth dei Marillion alla voce). Ma veniamo al pezzo che probabilmente solleticherà maggiormente la vostra fantasia, ovvero il reworking, a prima vista poco probabile, di “Raining Blood” degli (!!!) Slayer: a riprova della mai sopita propensione di Tori Amos ad esplorare nuovi territori, la ragazza s’impossessa di un brano lontano anni luce dal suo background musicale, lo stravolge completamente e lo rielabora secondo la sua visione, trasformandolo in un’allucinante soliloquio acustico, accompagnandosi solo con il fido Bosendorfer. Letteralmente da brividi. L’album si chiude magistralmente con un’esaltante cover di “Real Men” di Joe Jackson (da “Night & Day” del 1982): ho adorato la versione originale, adoro ancora di più l’arrangiamento della Amos. Che altro dire? Semplicemente divina.

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