Home > Recensioni > Torino 2015 — Evolution

In una remota isola abitata esclusivamente da giovani donne e bambini maschi di circa 10 anni, il piccolo Nicolas (Max Brebant) e gli altri ragazzi sono sottoposti regolarmente a misteriosi trattamenti medici in un ospedale che si affaccia sull’oceano, mentre strani rituali notturni coinvolgono le madri e il mare.

Lucile Hadzihalilovic torna a parlare di sviluppo e crescita, a nove anni da “Innocence” (2004), film che seguiva un anno della vita di alcune ragazzine in un collegio. Con “Evolution”, nella sezione After Hours del Torino Film Festival 2015, sembra invertire la prospettiva, affrontando la stessa tematica attraverso un punto di vista maschile, ponendosi la domanda: «Cosa accade quando si cresce?»

Body horror, film di fantascienza, ma soprattutto opera sperimentale, “Evolution” si costruisce come un’esperienza sensoriale che avvolge lo spettatore con un’atmosfera rarefatta, sembrando quasi il ricordo sfuocato di un sogno nell’attimo successivo al risveglio. Non trovo altro modo per descrivere quest’opera ricca di suggestioni che arrivano dalla mitologia e dalla fantascienza, ma che in qualche modo sembrano quasi inafferrabili, immerse nell’enigmatica bellezza di scene senza dialoghi, in cui i suoni e le immagini la fanno da padrone.

Il lavoro di sound design di Fabiola Ordoyo è eccellente, ma quello colpisce di più è certamente la splendida fotografia di Manuel Dacosse (strettissimo collaboratore di Hélène Cattet e Bruno Forzani, autori di “Amer” e “L’étrange couleur des larmes de ton corps”, e direttore della fotografia dell’interessantissimo “Alléluia” di Fabrice Du Welz), capace da sola di dare al mondo immaginato dalla Hadzihalilovic l’aria di appartenere alla dimensione ciclica del tempo del mito.

Un racconto di evoluzione e mutazione, incentrato sui corpi: quelli delle madri, strane creature i cui volti si confondo tra loro e sembrano le singole parti di una stessa entità marina; quello dei bambini, che proprio all’inizio del percorso di pieno sviluppo biologico, subiscono spaventose operazioni chirurgiche di modificazione, in grado di invertire il ruolo madre-figlio e confondere il discrimine tra maschile e femminile. Al centro di tutto, l’acqua, il principio creatore, con il quale sia le donne che i bambini sembrano strettamente in contatto: si tratta quasi certamente di un’allusione al liquido amniotico, ma anche alle divinità primordiali di cui sono ricche le tradizioni antiche o a miti come quello di Ermafrodito.

Ci sarebbe molto da scrivere su “Evolution”, si potrebbe andare ad analizzare tutti gli elementi ispirati alla mitologia greca, o ancora più indietro nel tempo, alle tradizioni vicino-orientali sul mare, ma non è questo il luogo per affrontare un discorso così specifico e complesso. Dall’opera della Hadzihalilovic traspare sicuramente un grande studio, ma l’autrice non fornisce la chiave di lettura, lasciando le spiegazioni alla libera interpretazione di ognuno.

Tuttavia, non è questa ambiguità nella narrazione ad essere il punto debole del film, ma il modo in cui alcune sequenze vengano dilatate in modo eccessivo, dando la sensazione di voler raggiungere la durata di un lungometraggio con una storia che sarebbe certamente stata valorizzata di più in un corto.

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