Home > Recensioni > Torino 2015 — High Rise

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Il film evento della 33ma edizione del Torino Film Festival, almeno sulla carta, era senza dubbio “High Rise“. Un regista di culto, il Ben Wheatley di “Kill List” e “A Field in England”, un romanzo di culto, “Condominio” di James Ballard, e un cast che annovera attori del calibro di Tom Hiddleston, Luke Evans, Sienna Miller e Jeremy Irons. Ma qualcosa è decisamente andato storto, e siamo di fronte ad una delusione cocente, soprattutto viste le aspettative di cui sopra.

Solo Spielberg e Cronenberg, non certo due qualunque, sono riusciti a dare una forma cinematografica compiuta alla materia letteraria ballardiana, complessa nel suo delineare, cercando di tirar giù una linea guida unitaria in un corpus composito e multiforme, i suoi antieroi impegnati a seguire ossessivamente le proprie pulsioni, qualsiasi conseguenza questo possa comportare all’interno dell’ordine sociale nel quale si muovono.

Regno Unito, 1975. Il dottor Robert Laing (Tom Hiddleston) si è trasferito in un nuovo condominio alla ricerca di una tranquillità che sconfini nell’isolamento e nell’anonimato. Ma i suoi nuovi vicini di casa non sono della stessa idea e lo coinvolgono in una rete di rapporti ai quali, suo malgrado, si adatta per amor di quieto vivere. La vita dei residenti è dominata da dinamiche in cui le classi sociali sono ben delimitate e la sotterranea lotta per il potere è senza esclusione di colpi. Intrappolato da questi meccanismi, Laing inizia a perdere contatto con la realtà. Parallelamente anche l’edificio dà segni di cedimento strutturale, con frequenti avarie che mettono a dura prova i condomini: basterà un semplice blackout elettrico per scatenare la rivolta.

La messa in scena sontuosa, le architetture del mega condominio, lo straniamento (voluto e pensato) tra l’ambientazione Seventies e le riprese in formato digitale: ci sono tante cose buone nel film di Wheatley, tutte concernenti il lavoro di messa in scena, però.

Il vero problema è rappresentato dalla sceneggiatura di Amy Jump, moglie del regista e sua fida collaboratrice da sempre. Forse per troppo rispetto verso il romanzo, la Jump si limita ad estrapolare scene, quadretti, bozze di umanità che sembrano vivere per davvero solo nelle ellissi narrative che non ci vengono mostrate. Non ci si appassiona alle vicende dei singoli personaggi, non si rimane affascinati dal complesso universo simbolico e sociale che la storia contiene in sé. Un grattacielo rigidamente diviso in classi, dal basso verso l’alto, dove ai piani più bassi si trovano individui “soltanto” benestanti, e in vetta a tutto c’è Anthony Royal (Jeremy Irons), architetto della struttura e simbolo, una volta scatenatosi il rivolgimento, dell’istituzione da sovvertire. Non essendoci una progressione narrativa solida, e nemmeno una costruzione ellittica ben delineata, è proprio la scarsa consistenza di questo “villain” gigione e senz’anima uno dei problemi principali del film.

Al cinema conta chi arriva prima: il romanzo di Ballard ha ispirato un’intera generazione di registi alla prese con la fantascienza distopica, ma il suo adattamento arriva tardi, quando il confronto è con opere come il recente Snowpiercer di Bong Joon-ho, davvero di un altro pianeta. Un film comunque da vedere, anche solo per avere una conferma del talento visivo di Wheatley; basta solo entrare con le aspettative giuste, io vi ho avvisato, anche perchè è sicura la distribuzione nelle sale italiane, anche se ancora non c’è una data precisa. Quando le nubi si addenseranno e partirà il probabile gioco al massacro, voi ricordatevi di questa recensione …

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Contro

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