Home > Recensioni > Torino 2015 — Nasty Baby

Mentre Freddy (Sebastián Silva) e il compagno Mo (Tunde Adebimpe) cercano di avere un figlio con l’aiuto dell’amica Polly (Kristen Wiig), i tre si trovano alle prese con il comportamento molesto di un vicino mentalmente instabile e omofobo soprannominato “Il Vescovo” (Reg E. Cathey).

Prodotto da Pablo Larraín e ambientato nel quartiere multiculturale e gentrificato di Fort Greene a Brooklyn, “Nasty Baby” è il tentativo di Sebastián Silva (sceneggiatore, regista e interprete) di raccontare il luogo in cui vive. «Un piccolo saggio irresponsabile sulla gentrificazione e la paternità e, infine, un divertimento, un esperimento di manipolazione che spero vi lasci moralmente confusi», dice lui stesso del film, fornendo una precisa chiave di lettura della strana storia di questi tre personaggi sostanzialmente positivi, tolleranti e dai valori condivisibili,  alla ricerca di autodeterminazione.

“Nasty Baby” è sicuramente un film che confonde: mantiene il tono di una commedia indipendente per almeno due atti, per poi prendere improvvisamente una svolta tragica e inquietante nella spiazzante terza parte. Un’opera molto attenta a rendere in modo realistico un preciso spaccato di vita, con lo stile asciutto e le strette e traballanti inquadrature tipiche della camera a mano, rinunciando ad una vera e propria sceneggiatura, per lasciare agli attori la possibilità d’improvvisare.

A guardare con attenzione, i tre brillanti newyorkesi, dietro la loro vitalità, nascondono, come tutti, delle profonde debolezze: si ha la sensazione che Freddy, artista con qualche problema di autocontrollo, stia affrontando l’esperienza della paternità senza rendersi conto della serietà dell’impegno; Mo, invece, sembra restio a voler diventare padre senza un’attenta riflessione; Polly appare quasi ossessionata dall’idea di mettere al mondo il figlio dei due, tanto da intromettersi nelle decisioni della coppia. Silva, Adebimpe (noto, tra l’altro, per essere cantante dei TV on the Radio) e Wiig risultano davvero efficaci nel dare tridimensionalità a protagonisti non sempre amabili, ma con cui è facile identificarsi.

Quello che succede nel terzo atto, che per ovvi motivi è meglio non rivelare, riesce a mettere alla prova lo spettatore, che rimane attonito di fronte alla difficoltà di condannare del tutto i comportamenti di personaggi così umani e, in un certo senso, così simili a lui.  In questo sta l’esperimento di manipolazione di cui parla il regista. La storia non arriverà sicuramente a tutti allo stesso modo. Da questo punto di vista, “Nasty Baby” potrebbe portare alla riflessione, lasciare indifferenti o far arrabbiare moltissimo. Non è chiaro chi siano i buoni o i cattivi: l’autore cileno non sembra interessato al politically correct. Non si tratta nemmeno, come potrebbe sembrare, di un’opera dalla tematica specificatamente LGBT, ma di un film che, attraverso le vicende di un qualunque gruppo di giovani amici liberal della classe media, prova a riflettere sulla natura umana e sulla conflittualità della convivenza nella società odierna. Una storia ambigua, che dà la sensazione che Sebastián Silva si sia, in un certo senso, preso gioco di noi. È proprio questo il pregio e, allo stesso tempo, il grande difetto del film.

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