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Torino 2015 — Refn e Lucisano presentano Terrore nello Spazio di Bava

«Chiamare “Terrore nello spazioB-Movie è come dire che i Beatles fossero una band passabile. Siamo seri, questo è grande cinema italiano, questa è pop-art».

Così Nicolas Winding Refn, autore di film come “Bronson”(2008), “Valhalla Rising” (2009) e “Drive”  (2011), ha introdotto il restauro “Terrore nello spazio” (1965) di Mario Bava, realizzato dalla Cineteca Nazionale per il 50esimo anniversario e presentato il 27 novembre alla 33esima edizione del Torino Film Festival, nel corso di un evento che aveva il sapore di una grande festa per gli amanti del cinema di genere italiano.

Refn, il produttore Fulvio Lucisano e Emiliano Morreale della Cineteca Nazionale hanno fatto il loro ingresso nella sala 1 del Cinema Massimo accompagnati da astronauti che indossavano le divise originali del film di Bava, realizzate dal costumista Gabriele Mayer.

Con “Terrore nello spazio”, pellicola che ha influenzato tutto il successivo immaginario sci-fi, Bava si è inserito nel filone fantascientifico senza rinunciare alle peculiarità del suo cinema, con una fotografia dai colori saturi e vibranti e un’attenzione particolare per scenografia e costumi, qui contraddistinta da una spiccata venatura pop.

Prima della proiezione, Refn ha presentato il film al pubblico:

«Si tratta di vera fantascienza, che non si basa sulla noiosa tecnologia, ma riguarda la filosofia e la religione. È un film horror, che parla di fantasmi, vampiri, del subconscio e della paura dell’oscurità. Inoltre, è un’avventura eccitante, con una grande colonna sonora sperimentale, scenografie e costumi straordinari, una bellissima fotografia. Ok, la recitazione è così così, ma nessuno è perfetto, e alla fine sono così tutti meravigliosi che vorresti scoparteli».

Un grande classico, secondo il regista danese, che dovrebbe essere incluso di diritto nella top ten dei migliori film italiani di sempre.

Prima di passare la parola a Fulvio Lucisano, Refn ha voluto concludere con una sorta di provocazione: «Un altro esempio di quanto Mario Bava fosse grande? Se fosse ancora vivo, avrebbe diretto “Drive”».

Fulvio Lucisano ha invece tracciato una breve storia produttiva del film:

«Conoscevo Mario da tanto tempo, frequentavo il padre Eugenio, grande maestro del cinema sperimentale. Così abbiamo cominciato a parlare di come realizzare questo film. L’abbiamo girato al Teatro 5 e le riprese sono durate poche settimane. Il direttore della fotografia era l’elettricista di Mario, perché, in un certo senso, era lui ad occuparsi della fotografia. Quando l’ho visto restaurato, sono rimasto sorpreso dal mio stesso film! Non mi aspettavo colori così belli. La sceneggiatura era stata rivista quattro o cinque volte, Mario aveva cambiato alcune cose addirittura durante le riprese. Inoltre, come tutti sapete, “Alien” è stato quasi copiato da questo film, per ammissione dello stesso Ridley Scott. Lui [indicando Refn e ridendo, ndr] mi ha addirittura suggerito di fare causa!»

Emiliano Morreale ha invece parlato del restauro, per il quale Lamberto Bava, aiuto regista del padre in quell’occasione, ha supervisionato il complesso lavoro di color correction:

«Il restauro è stato realizzato in 4K presso Fotocinema, ma sono state stampate anche due copie in 35 mm, perché al momento la pellicola è ancora il modo migliore per conservare i film. Siamo partiti dal negativo, con una versione un po’ più lunga rispetto a quella in HD di qualche anno fa e i titoli originali. Mentre lavoravamo al restauro, Lamberto Bava ci ha dato una piccola lezione di quanto il padre fosse un autore consapevole. Questo film ha dei colori pop, ma un po’ meno sgargianti. Come ci ha spiegato Lamberto, questo era proprio un progetto visivo del padre. Le classiche gelatine di Bava in questo film avevano addirittura un voltaggio più basso, per dare un’idea di grigiore, di un pianeta un po’ sperduto. Lui, naturalmente, curava tutto. Voleva che le tute, che venivano dal laboratorio originale di Mayer, somigliassero a quelle dei nazisti, perché, come ci ha raccontato Lamberto Bava, questi astronauti non erano poi così buoni. C’era questa ambiguità di fondo che poi è stata ripresa, ad esempio da “Guerre stellari” e “Starship Troopers”. Un’altra idea di Bava era quella di esaltava le scenografie vuote, che sembrano quasi dei magazzini, con il grandangolo, per fare il senso di desolazione e angoscia del vuoto».

TERRORE NELLO SPAZIO (c) fotogramma tratto dalla pellicola conservata presso la Cineteca Nazionale_IMG_7131

Durante la conferenza stampa del 28 novembre, Refn ha parlato in modo più approfondito del suo rapporto con “Terrore nello spazio”:

«Credo di aver visto per la prima volta “Terrore nello Spazio” in televisione a New York, dove ho vissuto. Sono sempre stato affascinato dalla fantascienza e dalla cultura pop degli anni ’60. Questo film è stato una grandissima sorpresa per me. Naturalmente, avevo già visto “Alien”, ma ho subito pensato che questo modo di combinare fantascienza, horror e pop art fosse davvero un approccio unico. Ho sempre avuto ammirazione per il film. Quando ho cominciato a lavorare con Fulvio Lucisano, l’ho inondato di domande su Mario Bava e continuo a farlo tuttora».

Una passione, quella per la cultura pop degli anni ’60 e ’70, che ha profondamente influenzato il suo cinema.

«Mi piace veramente molto il cinema pop degli anni ’60 e ‘70: i film non erano solo film, parlavano di moda, di  movimenti politici e sociali. Pensiamo solo alla libertà sessuale di “Barbarella”. Ieri sera, vedendo “Terrore nello spazio” sul grande schermo per la prima volta, mi ha molto colpito quanta sessualità trasparisse dal film, anche se non ci sono elementi di nudità. I costumi di pelle sostituiscono quasi la nudità e la lotta allude ad un rapporto sessuale, una sorta di erotismo omosessuale. Il mio approccio è sempre questo: come far passare un sottotesto sessuale in un film senza mai mostrare il sesso? Penso che la pop art riguardi elementi del nostro subconscio. L’estetica dei costumi di “Terrore nello Spazio” è la stessa della giacca di “Drive”, veicola la stessa idea di sessualità. Inoltre, quando ieri sera ho visto il film restaurato, sono rimasto impressionato dall’approccio architettonico. Sono cresciuto a New York negli ’80 e ho sempre avuto un grande interesse per il movimento culturale underground: ieri ho avuto quasi la sensazione di entrare in una galleria underground. Anche confrontato ai film di fantascienza di oggi, “Terrore nello Spazio” ha certamente superato la prova del tempo. L’estetica e il design di questo film sono estremamente efficaci, come quelli di altri grandi film come “Blade Runner” o “2001 Odissea nello Spazio”. Mario Bava si è sempre considerato un artigiano più che un artista, ma questo film dimostra il suo valore e la sua capacità di creare questi incredibili universi».

Nel corso della conferenza, il regista danese ci ha raccontato della sua rigida educazione, che ha fatto sì che si avvicinasse ad un certo tipo di cinema di genere, in una sorta di ribellione alle imposizioni culturali dei genitori.

«Sono cresciuto a New York, ma mia madre e il mio patrigno mi hanno impartito una rigida educazione di stampo scandinavo socialista e salutista. A mia madre non piaceva molto la televisione. Arrivare da Copenaghen, dove c’era un solo canale, a New York, dove potevo potevo guardare la tv per tutta la notte, è stato come essere in paradiso. Quella è stata la mia introduzione al cinema. Trovo che la televisione sia molto sexy, la amo molto come immagine. Mia madre non voleva che la guardassi per più di mezz’ora al giorno, ma avevo i miei trucchi per fregarla. Ricordo di aver visto questo film molto sottovalutato, “Città Violenta” di Sergio Sollima con Charles Bronson, che mi colpì particolarmente. Mi piacerebbe molto vederlo ancora in versione restaurata».

Refn ha invece mantenuto il riserbo sui suoi due nuovi progetti, la serie tv “Les Italiens”, (coprodotta da Lucisano) e il nuovo film “The Neon Demon”, la cui lavorazione è ancora in corso, promettendo di rispondere a tutte le domande a film ultimato.

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