Home > Recensioni > Torino 2015 —Sunset Song

Tratto dal omonimo classico della letteratura scozzese di Lewis Grassic Gibbon, “Sunset Song” di Terence Davies, vincitore del Gran Premio Torino assegnato dal 33° Torino Film Festival, racconta la storia della giovane Chris Guthrie (Agyness Deyn), nata in una famiglia di contadini di Aberdeenshire, nel nord della Scozia, agli inizi del ventesimo secolo.

Si tratta di un classico racconto di formazione, che attraverso le esperienze di questa giovane donna e la sua lotta per la sopravvivenza, cerca di dipingere, con un certo realismo lirico, la Scozia rurale del periodo, costantemente divisa tra tradizione e cambiamento, tra lingua scozzese e inglese, tra amore per la terra e desiderio di progresso.

Terence Davies affida il racconto alle splendide immagini, dove spicca la fotografia elegante e pittorica di Michael McDonough, e ai lunghi silenzi, limitando il commento musicale e rendendo i canti tradizionali contadini parte della narrazione stessa (come accade nella bellissima sequenza del matrimonio). Un approccio interessante, che però viene vanificato dall’ingombrante voce fuori campo, che, recitando alcuni passaggi letterari, sottolinea in modo estremamente didascalico gli stati d’animo della protagonista.

Peter Mullan fa un lavoro eccellente sul personaggio di John Guthrie, riuscendo a dare al padre severo e violento di Chris una sorta di umanità percepibile solo nello sguardo.

L’ex modella Agyness Deyn ha una fisicità perfetta per affrontare il ruolo, ma scivola spesso, soprattutto nel finale, nell’eccessiva drammatizzazione e teatralità, dando a quella che dovrebbe essere una grande epopea storica il sapore del melodramma, togliendo alla storia autenticità e impedendo il coinvolgimento emotivo.

Il cambiamento di personalità del marito Ewan Tavendale (Kevin Guthrie), di ritorno dalla Guerra, che poteva funzionare nel materiale letterario originale, con una gestione diversa dei tempi, è affrontato qui maniera troppo sbrigativa e superficiale, spezzando definitivamente la tensione e smorzando irrimediabilmente la tragicità del dramma familiare.

Le stagioni, così, si susseguono nei 135 minuti del film Davies, senza che lo spettatore riesca ad immedesimarsi in questo lungo viaggio di crescita e autodeterminazione di Chris Guthrie. Alla fine rimane solo la straordinaria messa in scena, ma questo non basta. 

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