Home > Recensioni > Torino 2015 — Tag (Real oni gokko)

«La vita è surreale, fai qualcosa di imprevedibile» ripete più volte la giovane Sur (Ami Tomite) in “Tag” di Sion Sono, nella sezione After Hours del Torino Film Festival 2015.

In qualche modo, questa sembra la perfetta massima per descrivere il cinema del regista giapponese, autore in grado di spaziare tra generi nettamente differenti (basti pensare, ad esempio, alla delicatezza di un film come “Himizu” o al violento surrealismo del bellissimo “Why don’t you play in Hell?”), mescolando i registri in maniera inaspettata.

Tratto da un romanzo di Yusuke Yamada, che precedentemente aveva ispirato una serie di sei film intitolata “Chasing World”,  “Tag” racconta la storia di Mitsuko (Reina Triendl), adolescente perseguitata da un’invisibile forza che sta uccidendo le sue compagne di scuola e che la costringe ad una disperata fuga attraverso mondi paralleli. 

Quella raccontata dall’autore giapponese è essenzialmente la storia di una forsennata corsa per la salvezza, un film quasi tutto al femminile dal ritmo serratissimo, che ben si destreggia tra horror spiccatamente gore, commedia adolescenziale, drama e fantascienza, mescolando i generi tra loro con incredibile equilibrio e compattezza, dove il violentissimo bagno di sangue può convivere, senza conflitti, con il lirismo.

Si tratta di un film ben girato, che fa buon uso di splendidi campi lunghi, riprese aeree effettuate con i droni e del carrello in soggettiva.  Sion Sono gioca con la camera per rendere, attraverso le inquadrature, gli stati d’animo della protagonista, aiutato dalla splendida colonna sonora di Tomonobu Kikuchi (punteggiata da brani dei MONO).

“Tag” è un film per immagini, che si compone di una serie di quadri differenti, anche attraverso suggestioni visive che rimandano a pellicole molto diverse tra loro, come “La Casa” (1981), “Tetsuo” (1989) o – anche se, in questo caso, potrei essere io a farmi trasportare troppo dal gioco di citazioni – classici del gore come “Motel Hell” (1980, nel caso della sequenza della testa di maiale), per raccontare lo spaventoso viaggio lisergico di questa Alice in un paese delle meraviglie malato.

E se la forza del film sta appunto nella sua interessantissima componente visiva, probabilmente la sua debolezza risiede in una storia che, una volta svelata la chiave di lettura, risulta essere una metafora ben poco sottile e un po’ superficiale della condizione femminile in Giappone. Ad ogni modo, alla fine la metafora lascia il tempo che trova e Sono si fa perdonare le ingenuità narrative confezionando un film incredibilmente divertente e quasi spossante, come se anche lo spettatore avesse lottato, in questa estenuante corsa per la sopravvivenza, insieme a Mitsuko.

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Contro

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