Home > Recensioni > Torino 2015 — The Forbidden Room

Due ore di delirante patchwork visivo, che unisce stili cinematografici, narrativi e letterari in un pastiche che può spiazzare o atterrire, senza mezzi termini.

Chi di voi conosce già il cinema di Guy Maddin (ma non sarete di certo in molti) ha già un’idea precisa della materia trattata: il suo tratto distintivo più evidente è l’abilità nel ricreare l’aspetto e lo stile delle pellicole dell’epoca del muto dei primi anni del sonoro, mescolandolo con una sensibilità post-moderna e infarcendo il tutto con umorismo, clichè freudiani e allusioni psicosessuali. Per descrivere al meglio l’indescrivibile, questa volta possiamo (e, forse, dobbiamo) affidarci alla parole dello stesso regista: “Abbiamo troppa narrativa nelle nostre teste, talmente tanta che ci sembra che il cervello possa esplodere. Con questo film abbiamo creato un ambiente controllato, una rete di racconti fatta di serrature sotterranee, paratoie, scomparti, sifoni, canali di scolo e grotte in cui tutti i film del presente, del passato e del futuro che abbiamo nelle nostre grosse teste possano esplodere in tutta sicurezza! Un luogo dove nessuno rimarrà ferito dalla spettacolare catastrofe in Two-Strip Technicolor che infliggeremo allo schermo, sapendo che il tutto verrà sciacquato via dai titoli di coda. Rimanete al sicuro e godetevela!”

Ha poco senso, quindi, tirar fuori una sinossi seppur minima, possiamo solo dire che tutto ha inizio con l’equipaggio di un sottomarino che sembra destinato a morire sul fondo dell’oceano. L’improvvisa comparsa di un boscaiolo, in fuga da un gruppo di banditi delle foreste, cambia tutto. E poi ancora un battaglione di bambini soldato, un famoso chirurgo, una ragazza in viaggio su un treno che va da Bogotà a Berlino, una donna bellissima da salvare, ladri di calamari, baffi emotivamente sensibili … L’anarchia si fa racconto, il caos diviene cinema, il film esplode in mille frammenti di narrazione colorati.

La costruzione è a scatole cinesi, interconnesse tra di loro attraverso sogni, racconti, libere associazioni mentali che ci riportano dalle parti dell’avanguardia surrealista. Una serie di andate e ritorni, di cerchi concentrici che si espandono cercando energia al proprio interno, di stili cinematografici e recitativi che interagiscono anche all’interno della medesima sequenza (si veda, ad esempio, un dialogo tra un personaggio proveniente dal cinema d’avventura della Hollywood classica e uno dal cinema muto: il primo si esprime sonoramente, il secondo con l’aiuto di didascalie). A chi è destinato il film? Probabilmente a due nicchie molto differenti tra loro: gli intellettuali che amano questi giochi metalinguistici e i consumatori di ogni tipo di sostanza stupefacente, che, vi assicuro, s’innamoreranno dell’estrema visionarietà dell’opera.

Un numero impressionante di attori coinvolti, e tanti camei illustri, e qui vi elenco soltanto i più celebri: Udo Kier, Geraldine Chaplin, Mathieu Amalric, Maria de Medeiros, Charlotte Rampling.

Un problema gigantesco, però, è rappresentato dalla durata: due ore, per un prodotto del genere, sono un’enormità. Si arriva alla fine spossati, senza riuscire più a sorprendersi per l’eccentricità continua di quanto ci scorre davanti agli occhi. Difficile che abbia una distribuzione canonica ma, se volete stupire i vostri amici, organizzate una proiezione casalinga di The Forbidden Room, anzi proiettatelo sulla vostra parete di continuo, come un’installazione: gli regalerete, probabilmente, la sua collocazione ideale.

Pro

Contro

Scroll To Top