Home > Recensioni > Torino 2015 — The Lady in the Van

Presentato nella sezione Festa Mobile del Torino Film Festival 2015, The Lady in the Van è qualcosa in più rispetto alla maestosa prova attoriale di Maggie Smith di cui già si era rumoreggiato, tanto da essere una delle favorite ad entrare nella cinquina per la miglior interpretazione femminile ai prossimi Oscar.

È cinema metalinguistico, ibridato con il teatro e la letteratura, tramite dispositivi scoperti e porti al pubblico grazie ad una serie di idee visive, la più importante delle quali riprende lo sdoppiamento di Donald & Charlie Kaufman (entrambi incarnati sullo schermo da un Nic Cage che ne aveva ancora voglia) de Il ladro di orchidee di Spike Jonze, ma in chiave diversa: lo scrittore diviso in due, la metà “che vive” e quella che scrive, in perenne dialogo/soliloquio tra loro, semplice ed efficace.

Infagottata in strati di vestiti casuali e alla guida di uno scalcinato camper militare, Miss Shepherd (Maggie Smith) è una senzatetto piuttosto originale. Un giorno, chissà come, arriva nella borghesissima strada londinese dove vive il commediografo Alan Bennett (Alex Jennings) e decide di parcheggiare proprio lì. Seppur perplesso da quella strana vagabonda che vanta però studi parigini, Bennett le dà il permesso di restare per quelle che dovrebbero essere tre settimane, e che finiscono per diventare quindici anni.

Il film è tratto dal libro omonimo scritto dallo stesso Bennett, basato “quasi interamente” su fatti reali. Se il film di Nicholas Hytner ha un difetto, è quello di mettere troppa carne al fuoco nel secondo atto, per poi chiudere però con almeno due sequenze riuscitissime, di cui naturalmente non vi dico nulla perchè rappresentano dei “climax” importanti.

L’arrivo a Camden Town nella Londra anni Settanta della burbera signora e del suo furgone delinea il primo tema del film: i nuovi borghesi arricchiti tollerano e aiutano Miss Shepherd per alleviare il senso di colpa per la loro nuova condizione, e per stare a posto con la coscienza grazie a piccole gentilezze. Nessuno la vuole davanti casa, ma nessuno, una volta arrivata, la caccia via: il perbenismo “british” delineato con due tratti di penna.

Quando è il turno di casa Bennett, si apre ufficialmente il sipario: il commediografo è un ometto represso, sia nel rapporto con la madre che nella piena accettazione della sua omosessualità, e capisce che quel materiale umano lì davanti può essere sfruttato a proprio uso e consumo.

Bennett ha già scritto un testo sulla madre, anziana e malata, e la vecchia signora (accolta davanti casa ma mai invitata, se non di rado, ad entrare, o toccata), ne rappresenta un (ulteriore) doppio speculare. Miss Shepherd, invece, ha un passato denso, pieno di sensi di colpa e traumi difficili da rimuovere, che l’hanno trasformata, da ricca allieva di Cortot che era alla homeless che è: possono convivere in una sola persona DUE fedi assolute, per la musica e per la religione?

Materiale denso e problematico, come potete capire da queste poche righe. Se amate il cinema di parola, l’umorismo “british”, i copioni che innervano strutture da palcoscenico con il surplus che il cinema riesce ad offrire in termini espressivi, questo è il film che fa per voi, e dovete assolutamente recuperarlo, l’uscita in sala in Italia è pressochè certa.

Chiudo questa recensione con una struttura circolare anch’io, tornando a parlare della Smith: non è un film imperniato esclusivamente sulla sua prestazione attoriale ma, ragazzi miei, classe e talento dell’anziana interprete sono decisamente fuori dal comune. Se arrivasse davvero il terzo Oscar, dopo quelli del ’69 per “La strana voglia di Jean” e del ’79 per “California Suite”, non ci sarebbe altro da fare che alzarsi in piedi e tributare la doverosa standing ovation.

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