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Torino Film Festival 2011: Paesaggi e figure

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«Per il rigore e la pulizia del suo linguaggio, la sensibilità della sua rappresentazione del mondo contemporaneo, la comprensione e l’ironia con cui si avvicina a un’umanità normale, sempre più sola, confusa e in cerca di rapporti veri»: è la motivazione del Gran Premio Torino 2011 che sarà consegnato ad Aki Kaurismäki nel corso della serata di apertura della 29esima edizione del Torino Film Festival il prossimo 25 novembre.

Tra la corposissima retrospettiva dedicata a Robert Altman e la monografia su Sion Sono, c’è ovviamente spazio per la sezione competitiva Torino 29 con i suoi sedici film firmati da autori emergenti (qualche titolo: “50/50″ di Jonathan Levine con Joseph Gordon-Levitt, Bryce Dallas Howard, Anjelica Huston e la musica di Michael Giacchino, “I Più Grandi di Tutti” di Carlo Virzì, “Win Win” di Thomas McCarthy con Paul Giamatti), per la varietà di «formati, durate, tecnologie e linguaggi» di Onde col suo omaggio a Eugène Green, per Italiana.doc e per Italiana.corti.
Creano ulteriori e interessanti percorsi tra le sezioni anche il Premio Cipputi, per le opere che sviluppano argomenti legati al lavoro, e il premio per il miglior documentario internazionale.

Festa Mobile, articolata nelle due sottosezioni Figure nel paesaggio e Paesaggio con figure, offre “L’Arte di Vincere – Moneyball” di Bennet Miller (film d’apertura del Festival), George Clooney in “The Descendants” di Alexander Payne, Glenn Close nelle vesti maschili di “Albert Nobbs” di Rodrigo Garcia (film di chiusura), Mathieu Amalric con “L’illusion Comique” e “Joann Sfar (Dessins)”, Daniele Segre con “Sic Fiat Italia”, “Midnight in Paris” di Woody Allen; e ancora Jean-Marie Straub, Claire Denis e José Luis Guérin con un trio di film in digitale per un progetto commissionato dal festival coreano di Jeonjou, Werner Herzog con “Into the Abyss” e Martin Scorsese con “George Harrison: Living in the Material World”.

E c’è ancora molto, molto altro. Per non smarrirsi nel mare di fotogrammi in arrivo a Torino, ecco a pagina 2 un brevissimo elenco di consigli per la visione: tre titoli, tre autori, tre storie.
[PAGEBREAK] Massimiliano Pacifico è nella sezione Cinema e Cinemi con “394 – Trilogia nel Mondo“: la trilogia è quella della villeggiatura di Carlo Goldoni che Toni Servillo e i suoi attori hanno messo in scena per quasi quattro anni (e 394 repliche) nei teatri di tutta Italia e di mezzo mondo; proprio sulle tappe della tournée internazionale si concentra questo documentario diretto dal giovane regista e montatore Massimiliano Pacifico. Dev’essere strano e complicato portare sullo schermo la gioia semplice e faticosa del fare teatro e dell’incontro, sempre imprevedibile, tra teatranti e spettatori ma Pacifico c’era già riuscito con un progetto più piccolo, “Cafsob” (prima parteseconda parteterza parte), sull’ansiogeno debutto napoletano dello spettacolo spogliato di scene e costumi a causa di uno sciopero degli autotrasportatori.

Sylvain George è francese, ha una laurea in filosofia e uno sguardo cinematografico politico: nei suoi film parla di immigrazione preoccupandosi non di proclamare opinioni ma di tradurre la complessità del reale in immagini cinematografiche fatte di luce, materia e ombra, laddove il reale comprende il linguaggio, la geografia dei luoghi, l’acqua, gli insetti, le forme del terreno e le relazioni che gli uomini stabiliscono con gli spazi urbani e naturali.
Al Festival (sezione Festa Mobile – Paesaggio con figure) George porta “Les Éclats (Ma Gueule, Ma Révolte, Mon Nom)“, ideale completamento del bellissimo “Qu’ils Reposent en Révolte (Des Figures de Guerre)”, presentato nel 2010 proprio a Torino.

Heart’s Boomerang” (“Serdca Bumerang”), in competizione, è il terzo lungometraggio di Nikolay Khomeriki: nato a Mosca, ha studiato in Russia e a Parigi ed è stato l’assistente alla regia di Philippe Garrell per “Les Amants Réguliers”. Il titolo si riferisce alla malattia cardiaca che il protagonista scopre di avere e che può portarlo a morire improvvisamente.
Il film precedente di Khomeriki, “Tale in the Darkness” (“Skazka pro temnotu”), era un dramma grigio e tristissimo che riusciva a essere buffo attraverso una regia e una recitazione semplici e impeccabili.

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