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Torino Film Festival 2013: Da Jodorowsky al maestro Béla Tarr

Il cinema non è mai quantità, ma qualità. Solo tre film visti in chiusura, ma uno di questi potrebbe tranquillamente bastare per una vita intera. A volte arrivano, inaspettate e per questo ancora più gradite, opere d’arte totali, che conquistano anima e cervello e che influenzano profondamente il tuo futuro senso critico, ridefinendo e ridiscutendo convinzioni date ormai per assodate. Ma ne parleremo alla fine di questo report, perché un po’ di spazio a se stante il film di cui vi parlerò lo merita tutto.

Iniziamo comunque con robetta mica da ridere. Torna dopo ventidue anni dall’ultima prova Alejandro Jodorowsky alla regia, con una sorta di autobiografia realizzata nel suo classico stile surreale ed eccessivo. “La danza de la realidad” è una biografia familiare più che personale. Tutta la famiglia Jodorowsky è stata coinvolta in qualche modo nella realizzazione, a partire dal figlio e dal nipote che interpretano, rispettivamente, il padre dell’artista e lo stesso Jodorowsky da bambino. Stiamo parlando di un biopic intimo e inevitabilmente retorico? Ma naturalmente no.

Quello che colpisce da sempre del maestro cileno, e che trova conferma piena in questo film, è la totale libertà di sguardo, la completa assenza di pregiudizi. Dittatori cileni, teosofi di strada, disabili in rivolta, clown e piccoli sciuscià, sono solo alcuni dei mille personaggi che affollano il film, e ad ognuno è regalato anche solo un momento da protagonista assoluto. L’intento è altissimo e riuscito solo in parte: mostrare attraverso la parabola di uno stalinista convinto che, attraverso un percorso incredibile che non voglio rovinare descrivendolo nel dettaglio, si ritrova ad essere un martire cristologico della rivoluzione; e mostrare le storture e le contraddizioni insite in tutte le ideologie, da sinistra a destra (e anche i non pochi punti di contatto).

Speriamo davvero che l’opera trovi una distribuzione e che riusciate a vederla. Vi troverete davanti ad oltre due ore di torture e violenze, ma anche di abbracci e letali malattie guarite con l’urina. Jodorowsky si mette alla ricerca del suo personale tempo perduto, apparendo spesso come narratore/spirito guida, e non mi sorprenderei se il film rappresentasse il suo personale testamento artistico. Una barca si allontana dalla costa, in un mare che trascolora in una pozza di un bianco abbacinante fino a scomparirvi dentro. Tanti registi vorrebbero chiudere la propria carriera con un’immagine così evocativa. Opera non perfetta, ma assolutamente impossibile non amarla.
[PAGEBREAK] Tra i tantissimi documentari presentati qui a Torino, l’unico prettamente musicale è quello che Shane Meadows (il regista di “This is England”) ha dedicato al suo gruppo preferito in assoluto, gli Stone Roses. “The Stone Roses: Made of Stone” è un totale atto d’amore di un fan verso gli idoli di una vita. Emozionato come uno scolaretto, Meadows segue il gruppo di Manchester nelle prove e nelle date inglesi del loro tour di reunion, documentando soprattutto l’equilibrio estremamente instabile dei rapporti interni alla band. Per chi non lo sapesse, gli Stone Roses hanno rappresentato un fenomeno assoluto nella prima metà degli anni Novanta, due soli dischi sono bastati per occupare un posto di rilievo nella storia del rock (avete presente la capigliatura e le pose sul palco di Liam Gallagher? Ecco, sono una pedissequa imitazione di Ian Brown, voce e leader dei Roses) per poi non sopravvivere all’abbandono del batterista Alan Wren (Reni). Un documentario che sarà apprezzato anche da chi ascolta le canzoni per la prima volta: c’è tanto cinema oltre alla musica nell’ora e mezza abbondante di proiezione. Bravo Shane, ancora una volta.

E arriviamo all’opera d’arte. Il film è del 2011, ha una distribuzione in dvd/bluray ed è già stato passato qualche tempo fa da Enrico Ghezzi su “Fuori Orario”, quindi è difficile ma non impossibile che vi ci siate già imbattuti. A me non era capitato. In occasione della presentazione del documentario “Used to be a Filmmaker” di Jean-Marc Lamoure dedicato al regista ungherese Béla Tarr, è stata proiettata anche la sua ultima opera la cui realizzazione occupa la parte principale del documentario con una sorta di making-off. Sto parlando di “The Turin Horse“, diretto da Tarr insieme ad Ágnes Hranitzky. Un capolavoro assoluto. A volte si abusa di questo appellativo ma qui stiamo parlando di un’opera tra le dieci più importanti della storia del cinema.

Il titolo viene da un famoso aneddoto. Friedrich Nietzsche, passeggiando per Torino, assiste a questa scena: un cocchiere frusta senza pietà un cavallo che non ha intenzione di muoversi. Pare che il filosofo si sia avvicinato, e abbia abbracciato l’animale versando un fiume di lacrime. Il carrettiere che apre il film tornando a casa potrebbe essere, secondo il regista, proprio reduce dall’incontro col filosofo. Quest’uomo vive isolato in una cascina di campagna con la figlia, vivendo giorno dopo giorno i riti ancestrali di una quotidianità contadina aspra nella sua ascetica austerità. E qui bisogna fermarsi, non si può cercare di ridurre il tutto ad una trama, ad una semplice concatenazione di eventi. Nei sei capitoli che rappresentano ognuno un giorno di vita, succede l’imponderabile. Qualcuno o qualcosa decide di mettere alla prova, di sterminare questi due esseri umani prosciugandone le poche vitali risorse. Se non siete appassionati d’arte, o di cinema autoriale completamente sganciato dalla narrazione sequenziale (eppure legatovi a doppio filo), io NON vi consiglio questo film: lo trovereste insensato e mortalmente noioso. Ma se avete la disposizione e l’apertura mentale di rallentare per due ore e mezza della vostra vita (che saranno mai?) i ritmi e i tempi della fruizione, vi troverete davanti a qualcosa che vi segnerà per l’eternità.

Ogni fotogramma è un quadro, ogni minimo gesto unisce realismo estremo e insieme rimando e metafora di qualcos’altro che tutto è fuorché reale. Un padre e una figlia in cui si specchia e si riflette l’umanità intera. Una interminabile e sempre più violenta tempesta di vento spazza i campi, la povera casa e noi spettatori rapiti, in balia totale dell’abilità affabulatoria di un anti-narratore che recupera la grandezza dei maestri che pensavamo ormai facessero parte soltanto di un glorioso passato. Mi fermo e potrei davvero non continuare più e chiudermi in una casa guardando il film in loop lasciandomi morire di stenti senza un lamento, con estrema dignità, come i protagonisti del film: ma non sono altro che un piccolo imperfetto essere umano.

“The Turin Horse”: 10/10
“La danza de la realidad”: 7/10
“The Stone Roses: Made of Stone”: 7/10

Qui le puntate precedenti del diario dal TFF: prima parteseconda parteterza parte - quarta parte + tutti i vincitori.

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