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Torino Film Festival 2013: “Pelo malo”, “Prince Avalanche” e la New Hollywood

Il nostro Torino Flm Festival (qui la prima parte del diario) prosegue con il film in concorso “Pelo malo” di Mariana Rondòn, battente bandiera venezuelana. Uno spaccato di vita nella degradata periferia della tentacolare Caracas, protagonisti una madre e un figlio.
In un film stilisticamente abbastanza convenzionale se non per le raggelanti carrellate sugli alveari dove migliaia di persone vivono in cubicoli protetti da pesanti inferriate, l’elemento più interessante è rappresentato proprio dal rapporto tra i due protagonisti. Il piccolo Junior dalla folta chioma crespa (che cerca insistentemente di stirare per assomigliare a un cantante pop, da qui il titolo) e la madre Marta, indurita dalla vita e dalla prematura vedovanza, cercano di sopravvivere tra regolamenti di conti e datori di lavoro che lo elargiscono in cambio di sesso occasionale, amandosi e odiandosi, urlandosi in faccia e versando amare lacrime l’uno sulle spalle dell’altra. Le tendenze omosessuali del ragazzino vengono incoraggiate dalla nonna paterna, convinta che un “maricòn” non verrà freddato in giovane età da un killer ancora più giovane di lui come suo figlio. Uno spaccato arido e appassionato allo stesso tempo, che non coglie pienamente il bersaglio soltanto perché si limita ad illustrare senza trovare un centro morale ed un punto di vista forte: un difetto non da poco, comunque. Usciamo tutti dalla sala canticchiando “My limòn, my limonero”, la canzoncina adorata dal piccolo Junior.

Si continua con il fuori concorso “The Grand Seduction” di Don McKellar, remake statunitense di una commedia franco-canadese di qualche anno fa. Brendan Gleeson è il capo carismatico di una comunità di pescatori che ormai vive solamente di sussidio statale, quando si prospetta una svolta economica per il paesino: una grossa industria di trasformazione di prodotti petroliferi potrebbe aprire una filiale in zona dando lavoro a tutti, se solo ci fosse un medico condotto disponibile a rimanere lì in pianta stabile. Con l’inganno si riesce a bloccare lì per un mese, con la scusa dei servizi sociali in luogo di un arresto per possesso di cocaina, un giovane chirurgo plastico interpretato da Taylor “John Carter” Kitsch.
Da questo assunto parte una sequela di gag dal gusto tipicamente britannico (in un film americano ambientato in Canada con continua musica celtica in sottofondo, un melting pot strambo ma riuscito), il piccolo villaggio che s’industria per sembrare ciò che non è e convincere così il dottore a rimanere in pianta stabile ricorda molto pellicole come “Svegliati Ned”. Il lieto fine con tutti gli ex pescatori sorridenti e felici alla catena di montaggio rimanda un retrogusto amaro di fondo che rende più “vero” il tutto. Piena sufficienza, non di più.

L’altro remake di giornata è il ben più riuscito “Prince Avalanche” di David Gordon Green, regista che avevamo già visto a Venezia dove era in concorso con “Joe”. È il rifacimento dell’islandese “Á annan veg”, vincitore proprio qui a Torino due anni fa. Dopo l’incendio che ha devastato il Texas nel 1987, due operai cercano di rimettere a posto strade e segnaletica, in un paesaggio lunare tra tronchi anneriti a case ridotte in cenere. Rimangono a dormire in tenda, alternano lunghi silenzi alle dissertazioni più disparate, ogni tanto si concedono una capatina in paese per il weekend o per fare una telefonata. Sono interpretati da Paul Rudd e Emile Hirsch, entrambi perfettamente calati nella parte. Ennesima declinazione sul tema dell’amicizia virile tanto caro al cinema americano dai western classici in poi, il film è un piccolo miracolo, di quelli che ci fanno amare visceralmente la Hollywood più obliqua e antiblockbuster. Green sceglie l’ambientazione anni Ottanta sia per collegarsi ad un evento ancor oggi ricordato negli USA, sia per sganciarsi dalle dinamiche tecnologiche odierne: il cellulare uccide questo tipo di cinema, è fondamentale l’isolamento, è fondamentale drammaturgicamente la discesa in paese per poter telefonare e comunicare col mondo. Una vecchietta fantasma è la sua marca autoriale più forte, un personaggio totalmente assente nell’originale che qui svolge, e non sveliamo troppo, una precisa funzione catartica. Promosso a pieni voti.
[PAGEBREAK] Sorvoliamo velocemente su “Big Bad Wolves” di A. Keshales e N. Papushado, pulp israeliano che cerca di scimmiottare Tarantino e Besson cercando una via allo humour nero totalmente squilibrata. Per far ridere durante una tortura efferata bisogna avere una leggerezza di tocco che i due registi, semplicemente, non hanno. A Tarantino pare sia piaciuto molto ma questo, davvero, conta poco. Non ce ne frega davvero nulla né dei personaggi né di una bambina rapita, il film non riesce nemmeno a essere sottilmente ricattatorio. Primi venti minuti buoni, poi è una deriva senza fondo.

Il vero piatto forte di giornata è “Canìbal” dello spagnolo Manuel Martin Cuenca, originalissimo oggetto cinematografico a metà tra thriller e dramma psicologico, presentato nella sezione After Hours. Carlos è un sarto di Granada, bravissimo nel suo mestiere. Carlos ha un rapporto complicato con le donne causato da un trauma indelebile che non scopriremo mai. Carlos, di notte, uccide ragazze e poi le mangia. Se non v’incuriosisce un soggetto del genere, meritate di finire nel freezer di Carlos divisi in braciole. Due sorelle, interpretate dalla stessa attrice, incastonano il film nel solco della tradizione hitchcockiana, ma tutto il resto gronda originalità da tutti i pori. Il racconto procede in maniera ellittica, giustapponendo un episodio all’altro per farci entrare sempre più in empatia con il protagonista (empatia con un cannibale? Ebbene sì) fino a che l’Amore con la a maiuscola incrinerà per l’ennesima volta tutto. Accoppiato al turco “I’m Not Him” visto a Roma, il miglior thriller psicologico dell’anno. La faccia imperturbabile di Carlos vi rimarrà nella mente per parecchio tempo, così come il suo solitario, disperato primo piano che chiude il film.

In chiusura di giornata, mi concedo un’incursione nella New Hollywood con “Sfida nell’Alta Sierra” di Sam Peckinpah. Null’altro da aggiungere rispetto ai fiumi d’inchiostro già versati su questo seminale film che rinnova il linguaggio del western ancora prima dell’iniezione di adrenalina leoniana. Non più western d’archetipi, ma western di uomini. “Bloody” Sam merita una riscoperta critica totale, anche aldilà del suo riconosciuto capolavoro “Il mucchio selvaggio”. Stanco ma felice, passo e chiudo per oggi. Appuntamento a domani quando, tra gli altri, ci sarà da parlare dei fratelli Coen…

“Pelo malo”: 6/10
“The Grand Seduction”: 6/10
“Canìbal”: 7/10
“Prince Avalanche”: 7/10
“Big Bad Wolves”: 4/10
“Sfida nell’Alta Sierra”: 8/10

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