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Torino Film Festival 2013: Tra i vampiri di Jarmusch e i sogni di Fellini

La quarta parte del nostro diario dal Torino Film Festival (prima, seconda e terza) inizia con un recupero. Nella sezione Onde una piccola retrospettiva personale è stata dedicata al regista Yu Likwai, originario di Hong Kong, con una presentazione del cineasta stesso prima di ogni proiezione. “Love Will Tear Us Apart“, del 1999, è un film da vedere e rivedere, per apprezzarne appieno una trama fatta di drammi intimi sullo sfondo del disorientamento di un Paese intero. Il passaggio di Hong Kong dal controllo britannico a quello cinese ha completamente frantumato i riferimenti di un popolo che ha strenuamente provato a difendere almeno a livello culturale la propria indipendenza e unicità. Il film spesso indugia su uomini e donne che guardano alla Tv vecchi melodrammi nazionali, come a rimarcare un proprio immaginario pop aldilà del suo effettivo valore. Quattro personaggi vivono questa situazione mentre le loro vite vanno avanti, s’intrecciano e collidono una sull’altra. A parte qualche vecchio passaggio su “Fuori orario”, la distribuzione italiana ha ancora una volta perso un’occasione.

Ma a Torino è anche il momento dei vampiri di Jim Jarmusch, con l’attesissima prima nazionale (e forse unica, nessuno ha ancora comprato il film, a proposito di quello che si diceva sulla distribuzione qualche riga fa) del ritorno di uno dei più influenti esponenti della “new wave” americana formatasi negli anni Ottanta, che negli ultimi dieci anni è riuscito a realizzare solamente tre film. Questo è di sicuro il migliore dai tempi di “Dead Man”, meraviglioso western lisergico ingiustamente dimenticato. Difficile per me essere obiettivo, perché “Only Lovers Left Alive” è diretto in particolare ad un determinato tipo di pubblico che mi comprende pienamente: immerso in atmosfere musicali dark-noise, feticista nei confronti della migliore oggettistica del Novecento, imbevuto di riferimenti culturali e cinematografici. Può risultare freddamente intellettualistico, o perfino l’esatto contrario, superficiale e modaiolo: è un film che divide e dividerà perché si basa su un gusto oggi definitivamente demodè, eppure cerca il “cool” a ogni costo.

La coppia di vampiri protagonisti (bravissimi Tom Hiddleston e l’onnipresente nei festival di questo 2013 Tilda Swinton) è depositaria di tutta la cultura del mondo, ha influenzato artisti di ogni campo nel corso dei secoli, i loro nomi sono Adam e Eve. La vera progenie generatrice è quella che viene dall’oscurità, i padri dell’umanità sono gli uomini che l’hanno fatta progredire, incarnati nei due vampiri che ormai rappresentano la memoria del mondo. Vagano per una Detroit con interi quartieri ormai desertificati dalla crisi economica (“ma la gente tornerà”, è uno dei pochi lampi di luce), in una Tangeri dove risiede l’altro vampiro Christopher Marlowe (sì, proprio lui, il commediografo inglese che una leggenda vuole autore di molto Shakespeare) e dove trovare sangue “pulito” da bere è ormai impossibile, e negli scambi di battute salgono vertiginosamente in su, dove in un’altra galassia una stella diamante emana un suono simile a un gong. Dopo il primo minuto si può già uscire dalla sala e gridare al capolavoro (e vedrete perché). Per gli abitanti della capitale: il film passerà in un’unica proiezione lunedì 2 dicembre alle ore 22 al cinema Alcazar nell’ambito della rassegna “Da Torino a Roma“. Disdite ogni impegno, mi ringrazierete (forse).
[PAGEBREAK] Dopo l’overdose vampiresca c’è bisogno di qualcosa di meno svolazzante, bisogna tornare sulla Terra e nei territori del reale. Arriva quindi ad hoc il documentario di Maurizio Zaccaro “Adelante petroleros!“, dedicato allo scottante tema della distruzione dell’Amazzonia sistematicamente operata dalle aziende petrolifere. Il giornalista de “Il Fatto quotidiano” Pino Corrias intervista attivisti, operatori socioculturali e semplici abitanti di un Parco nazionale dell’Ecuador che il governo locale, con una liberatoria firmata da poco, intende sventrare con le trivellazioni. Uno dei luoghi con la più grande biodiversità del mondo sta per scomparire (anche grazie alla nostra ENI, che ripaga le popolazioni locali per le sue devastazioni ambientali con palloni, tazzine e sacchi di riso). Il problema è che di cinema ce n’è davvero poco, lunghe interviste inframezzate da dettagli naturali. Anche il più “alto” dei temi (come Michael Moore insegna e, a volte, abusa) ha bisogno di un minimo di narratività per essere “digerito” dal pubblico. Didattico e comunque necessario, ma davvero impresentabile in sala.

Nemmeno il tempo di pensare alla cecità della brama di denaro e d’indignarsi contro la miopia di un certo capitalismo da cambiare e aggiornare ma sostanzialmente immutabile perché immutabili sono gli stili di vita che lo supportano e lo nutrono, e subito si ritorna in soffici spazi onirici. Ma questa volta stiamo parlando del sognatore per eccellenza. Piomba a Torino la versione restaurata dell’immortale “8 ½” di Federico Fellini. E qui sul film non dico una parola, perché non si può comprimere una tale massa di sensazioni in poche righe. Dedicheremo nei giorni successivi al TFF un apposito articolo all’evento e al suo cinquantennale. Vi dico solo qualcosa della presentazione che lo ha preceduto. Il direttore Paolo Virzì ha imbroccato l’unico suo discorso riuscito del Festival, parlando della durata anch’essa immaginaria del film, che cambia inevitabilmente ad ogni visione: può durare pochi intensi minuti o tutta una notte, la gente puntualmente ricorda scene che non sono mai state girate perché parliamo di una di quelle opere d’arte che continua la sua vita nella mente dello spettatore, che vi aggiunge il suo particolare pezzo di sogno. Insieme a Virzì una Sandra Milo leggermente spaesata ma meno oca del solito, forse per l’assenza del deformante filtro televisivo, e un Carlo Rossella venuto a parlare del contributo di Medusa al restauro a un’oretta scarsa dalla decadenza dal Senato del suo padrone. Momento di sublime kitsch involontario, a Fellini sarebbe sicuramente piaciuto molto.

A chiudere l’inoffensivo “The Husband” di Bruce McDonald, commediola canadese su un marito tradito dalla moglie con un ragazzino 14enne e per questo in spaventosa crisi di autostima. Ottanta minuti che si lasciano anche guardare, ma dopo venti secondi dalla parola FINE il film è già scomparso, volatilizzato.
Domani grossi calibri: Bela Tarr, Alejandro Jodorowsky, Shane Meadows. Rimanete sintonizzati su queste frequenze.

“Love Will Tear Us Apart”: 7/10
“Only Lovers Left Alive”: 8/10
“Adelante petroleros!”: 6/10
“8 ½”: 9/10
“The Husband”: 5/10

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