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Torino Film Festival 2014 — La sezione After Hours

Il programma del Torino Film Festival è da sempre il più completo e variegato nel panorama delle rassegne nazionali. Per muoversi agevolmente tra le centinaia di proiezioni che si susseguono ininterrottamente dal mattino a notte inoltrata ci sono varie strade. Ci si può muovere attraverso percorsi tematici (i documentari internazionali, le retrospettive, i film dei vari concorsi) oppure affidarsi al passaparola per recuperare le sorprese e per scoprire prima di tutti il nuovo fenomeno della prossima stagione cinematografica.

After Hours, in questa edizione 2014 appena conclusa, era la sezione dedicata al nuovo cinema prevalentemente anglosassone, ai “midnight movies”, a quelli che si preparano a diventare i “cult” dei prossimi anni. Una selezione davvero  interessante e variegata aperta da “Tokyo Tribe” di Sion Sono, regista giapponese mai distribuito nel nostro Paese ma che ormai ha raccolto attorno a sé un nutrito seguito di aficionados anche da noi.

Qui di seguito vi segnaliamo i film più meritevoli, quelli che, anche non centrando completamente il bersaglio, contribuiscono comunque a spostare in avanti i confini del cinema contemporaneo.

Cominciamo, in ordine rigorosamente alfabetico, da “The Guest” di Adam Wingard (***), diretto da uno degli autori del dittico “V/H/S” che abbiamo potuto ammirare qui a Torino nelle edizioni precedenti, una delle produzioni horror più innovative degli ultimi anni. Un misterioso sconosciuto (interpretato dal Dan Stevens di “Downtown Abbey”), reduce dall’Afghanistan, arriva a casa del suo commilitone Caleb, perito durante un’azione, per mettersi a disposizione della famiglia. Il film parte come una versione aggiornata di “Teorema” di Pasolini, con il gentile sconosciuto che porta scompiglio nella tranquilla famiglia borghese, ma presto si trasforma in qualcos’altro: un vero e proprio scontro generazionale tra un rappresentante del cinema degli anni 80 (che ha qualcosa di Rambo e di Terminator, pur senza imporre questa visione ma solo suggerendola) e la nuova generazione dei nativi digitali, che magari amano la musica di quel periodo ma che quei film li hanno GIÀ visti e hanno altre conoscenze a quei tempi inimmaginabili. Portentoso lo scontro finale in un allucinato labirinto orrorifico approntato per Halloween, io però preferisco l’atmosfera opprimente che pian piano viene instillata nella narrazione senza scossoni, ma in un continuo crescendo.

Life After Beth” di Jeff Baena (**1/2, nella foto) è una copia carbone di quel “Buryng the Ex” del maestro Joe Dante che tanto ci era piaciuto all’ultimo Festival di Venezia. La moda zombie rivisitata in chiave commedia: lì il tema portante era la difficoltà di mollare una storia d’amore in declino, qui l’elaborazione del lutto, la necessità di “lasciar andare” la persona amata (ma chissà se poi davvero amata). Beth (Aubrey Plaza, davvero brava) muore durante un’escursione in seguito al morso di una vipera ma, dopo qualche giorno, torna dalla morte, presentandosi come se niente fosse alle quattro del mattino a casa dei genitori. E non è l’unica, i morti stanno pian piano uscendo dalle tombe, senza compiere particolari danni, immemori della loro condizione, tornando semplicemente a fare quello che facevano in vita. Prima o poi, però, dovranno pur mangiare… Il film soffre di un errore madornale, a mio parere, nella scelta del protagonista, che non sa darsi pace per il fatto che l’ultimo contatto con la sua ragazza sia stato un litigio: Dane Dehaan (“Chronicle” e “The Amazing Spider-Man” nel ruolo del giovane Osborne che era stato di James Franco nella trilogia di Raimi) è inadatto all’ironia, con il suo pallore, la sua frangetta e i suoi atteggiamenti da hipster supremo. Il resto del cast funziona alla grande, però, con John C. Reilly e Anna Kendrick in due ruoli di contorno che risaltano più dei principali.

Continuiamo segnalando un film che arriva da territori cinematografici in genere poco battuti, i Paesi Baltici, una coproduzione Estonia/Lettonia: parliamo di “M.O.Zh. – The Man in the Orange Jacket” di Aik Karapetian (**) che vi segnaliamo perché, in un’opera con differenti chiavi di lettura, chi non ne cerca nessuna si divertirà davvero alla follia. Un folle assassino in tenuta da operaio stermina brutalmente il magnate che ha messo tanti portuali sul lastrico, e stiamo parlando solo dei primissimi minuti dell’opera. Potrebbe essere uno “slasher” con un vendicatore operaio che si fa giustizia da solo, e non lo è. Potrebbe essere un film sull’operaio sterminatore che, appena comincia a godere dei privilegi dell’agiatezza, comincia ad aver paura dei suoi stessi colleghi, e non lo è. Lo sterminatore folle, in fin dei conti, potrebbe non essere nemmeno reale. In settanta minuti densissimi, divisi in quattro capitoli senza motivazione apparente, c’è tutto quello di cui vi ho parlato e tanto altro, o forse niente. Scombinato, assolutamente folle, stracolmo d’idee mal sfruttate o non portate a compimento, ma coraggioso e addirittura temerario. Spero di avervi incuriosito, nemmeno io so ancora in fondo cosa pensare di un film che mi ha esaltato e irritato, alternando le due sensazioni, mediamente, a intervalli di cinque minuti.

Chiudiamo con una doverosa citazione per Jim Mickle, regista americano a cui è stata dedicata una piccola personale all’interno della sezione. Qualche giorno fa abbiamo pubblicato il resoconto del suo incontro con la stampa, qui vogliamo segnalarvi almeno i suoi due ultimi lavori in ordine cronologico, l’horror “Stake Land” e il neo-noir “Cold in July”.

Stake Land” (***) è un horror citazionista e cinefilo che, nell’apocalisse da “Day after” che mette in scena, riesce a creare un mix esplosivo di diverse mitologie di genere, unendo lo zombie-movie al postapocalittico in una cornice da cinema “del contagio”. Non sappiamo bene chi siano questi mostri divoratori, vampiri dalle fattezze zombie che sterminano in poco tempo la maggior parte della popolazione. E allora ecco un giovane ragazzo solo al mondo (Connor Paolo) che si unisce all’eroico Mister (Nick Damici, cosceneggiatore abituale di Mickle, oltre che attore, anche per questo film) per tentare un viaggio verso New Eden, una parte del Canada dove, pare, gli umani stiano ricostituendo la civiltà. Classico percorso di formazione infarcito di scene truculente, tirate antireligiose (ancora più pericolosa dei “mostri” è la setta d’invasati che li usa per punire i “peccatori”) e, naturalmente, incontri salvifici. Il film è del 2010, quindi è reperibile, con un po’ di ricerca, nel circuito home-video.

Per quanto riguarda “Cold in July”, vi rimando alla recensione dedicata.

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