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Torino Film Festival 2015 — Gran Premio Torino, incontro con Terence Davies

Affermatosi come uno degli autori europei più originali e sensibili emersi negli anni Ottanta, Terence Davies ha ricevuto quest’anno il Gran Premio Torino, assegnato nel corso del 33esimo Torino Film Festival.

Il regista di “Voci lontane… sempre presenti” (1988, proiettato per l’occasione al TFF di quest’anno), “Il lungo giorno finisce” (1992) e di “The Deep Blue Sea” (2011, con Rachel Weisz e Tom Hiddleston), ha presentato alla manifestazione piemotese il suo ultimo lavoro, “Sunset Song” (qui la nostra recensione), tratto dal omonimo classico della letteratura scozzese di Lewis Grassic Gibbon.

Abbiamo incontrato Terence Davies e il produttore Roy Boulter alla conferenza stampa del 27 novembre, durante la quale il regista ha parlato della lunga e travagliata storia produttiva del film e del particolare legame affettivo che lo lega al romanzo.

È riuscito a realizzare l’adattamento cinematografico di “Sunset Song” di  Lewis Grassic Gibbon dopo moltissimi anni. Quali sono state le difficoltà?

Avevo visto l’adattamento televisivo del romanzo nel 1971, trasmesso dalla BBC in 6 episodi. In quel periodo ero a Londra, lavoravo come contabile e ogni settimana attendevo di vedere l’episodio. Ho subito acquistato il libro. Amavo quella storia. Così, diciotto anni fa ho cominciato ad occuparmi della stesura. Solo dopo ho capito che non sarebbe stato facile realizzarlo. Infine, due anni fa, mi si è aperta l’opportunità di girarlo. Si tratta una storia fantastica, di un’intima epopea.

Roy Boulter: Nel 2008, dopo aver realizzato con Terence “Of Time and the City”, film di cui sono molto fiero, gli abbiamo chiesto progetto volesse realizzare dopo. Lui ci ha parlato di “Sunset Song”. Nel frattempo abbiamo iniziato a lavorare a “A Quiet Passion”, perché non eravamo sicuri di “Sunset Song”, a causa della sua storia e del periodo in cui è ambientato. Poi abbiamo letto la sceneggiatura ed era fantastica, c’era molta passione. Nei successivi sette anni abbiamo cominciato a sviluppare il progetto. Terence è un ottimo regista, ma è stato il modo in cui ha scritto la sceneggiatura a convincerci.

Come mai è così legato a questa storia?

Semplicemente, amo il libro e quando ami qualcosa, non la dimentichi mai. È lo stesso amore che ho provato per “Jane Eyre” di Charlotte Brontë a 15 anni. Sono libri che raccontano epopee. È epica, è la storia di un grande viaggio. Arrivi a provare una grande empatia per questa ragazza che all’inizio ha 14 anni e alla fine ne ha 21, è diventata vedova ed è cambiata moltissimo.

La guerra è presente, ma non si tratta di una storia di guerra. La Seconda Guerra Mondiale è stato un evento tragico, durante il quale ogni singola città e villaggio della Gran Bretagna ha subito delle perdite. Ma il film – e credo anche i libro – riguarda più la natura dello stoicismo e l’importanza del perdono. Chris capisce che deve perdonare per essere liberata dal passato e avere speranza. Passa dall’essere studentessa a essere madre, poi vedova e poi il simbolo della Scozia. La guerra accade lontano e non sa cosa fare. Quando il marito torna da lei, è assolutamente terrorizzato e molto cambiato. Tuttavia, riesce ad ottenere  la redenzione, non perché è giustiziato come disertore, ma perché dice all’amico «Volevo rivederla». Non siamo noi a perdonarlo, ma è la stessa Chris. È questa la forza della storia.

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Come avete selezionato la protagonista Agyness Deyn, famosa modella ma attrice alle prime armi (al cinema l’abbiamo vista, per esempio, nel ruolo di Afrodite in “Scontro tra titani”, ndr), dimostrando una grande fiducia? 

Il provino si è svolto in maniera piuttosto semplice. Se credi nelle audizioni, devi dare fiducia a questo processo.  Capisci subito se un attore possa funzionare o meno. È stata la prima attrice che abbiamo visto. Non sapevo nemmeno che fosse una modella. L’ho trovata straordinaria, completamente aperta e innocente.

La prima immagine del film, in cui vediamo Agyness Deyn emergere da un campo di grano, dice praticamente tutto di una storia che parla di una donna che deve alzarsi, eppure rimanere ancorata alla terra. Come è nata la scena?

Quando lavori su un film, è importante avere un’idea precisa di quello di cui parlerai. Bisogna avere una scena d’apertura molto forte, con la quale introdurre il personaggio. Abbiamo girato in un campo d’orzo dai colori caldi. La ragazza che si alza è molto legata alla sua terra. È una scena che fa capire allo spettatore qualcosa che ancora non sa.  È semplicemente dispositivo filmico: hai rivelato cosa andrai a dire del film. Avevo già previsto la scena, poi durante le riprese sono stato benedetto, perché si è alzato il vento e ha aggiunto questo elemento inaspettato.

Terence Davies ha poi parlato dell’uso della musica in “Sunset Song”, che rende i canti tradizionali contadini parte della narrazione stessa:

La musica deve essere presente in maniera naturale. Il mio film è ambientato tra i contadini scozzesi, dove raramente veniva suonata musica. Si cantava e si suonava durante le ricorrenze, battesimi o matrimoni. È sempre il contenuto a fornire la forma. Così, in “Sunset Song” la musica è utilizzata in modo limitato, mentre in “The Deep Blue Sea”, per esempio, è utilizzata in modo più romantico. La musica deve approfondire le risposte, mai provocarle. C’è una sola eccezione a questa regola, ed è “Psycho”. Molto spesso la musica è usata in maniera superflua. Quello che importa è guardare attraverso le immagini ed esplorare l’ambiguità tra una scena e un’altra, perché questa ambiguità sta nel taglio che si dà alla scena con il montaggio. Bisogna essere molto attenti.  Se all’interno del film non c’è musica, il canto diventa molto potente. Alla fine del film, viene cantata “Flower of the Forest” nel dialetto scozzese di Aberdeenshire. Anche se non si capisce il testo, si percepisce esattamente il senso. La musica ha questo potere.

Il regista inglese ha poi spiegato il ruolo di Peter Mullan nella costruzione del personaggio di John Guthrie, padre violento e autoritario di Chris:

Peter Mullan ha aggiunto alla figura di John Guthrie molto più calore di quello a cui avevo pensato. Ha utilizzato un registro di voce molto più basso che ha trasmesso più empatia al personaggio. Il padre ha così acquisito un lato più tenero e diventa brutale solo quando i suoi figli non obbediscono. Succedeva spesso nelle famiglia della working class, anche mio padre era così.

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