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Torino Film Festival 2015 — Guida agli horror della sezione After Hours

Il Torino Film Festival si è sempre distinto per l’attenzione verso un tipo cinema indipendente, soprattutto horror e thriller, che raramente riesce a trovare distribuzione nelle sale del nostro Paese.

“The Loved Ones” (2009), “V/H/S” (2012), “Big Bad Wolves” (2013), “It Follows” (2014) e “The Babadook” (2014, distribuito quest’estate al cinema da Koch Media) sono solo alcuni dei film che sono stati proposti negli anni.

Da questo punto di vista, questa 33esima edizione si presenta particolarmente ricca di nuovi ed interessanti titoli (anche se l’assenza dell’horror più interessante dell’anno, “The Witch” di Robert Eggers, miglior regia al Sundance Film Festival, è stata un’amara sorpresa).

After Hours, sezione dedicata al cinema di genere, si aprirà infatti con una Notte Horror che durerà dalle 22.00 del 21 novembre fino alle 6.00 del giorno successivo, durante la quale verranno presentati “February” di Osgood Perkins, “The Girl in the Photographs” diretto da Nick Simon e prodotto da Wes Craven, “The Devil’s Candy” di Sean Byrne (autore di “The Loved Ones”) e “The Hallow” di Corin Hardy. Ma queste non saranno le uniche proposte horror del Festival.

Per aiutare gli amanti del genere ad orientarsi nel vastissimo e complesso programma del TFF, ecco una sorta di guida ai film dell’orrore – ma non solo – della sezione After Hours.

Kat (Kiernan Shipka) e Rose (Lucy Boynton) non sono amiche, ma sono costrette a passare le vacanze invernali nel collegio cattolico che frequentano. Intanto, a diversi chilometri di distanza, Joan (Emma Roberts) intraprende una sorta di macabro pellegrinaggio verso la scuola. Via via che la ragazza si avvicina, Kat sembra essere perseguitata da una diabolica presenza. Osgood Perkins (figlio di Anthony Perkins, proprio il Norman Bates di “Psycho”), anche sceneggiatore di “The Girl in the Photographs” (presentato quest’anno nella stessa sezione), esordisce alla regia con quello che, già dal trailer, appare come un thriller psicologico dal sottotesto demoniaco, che punta tutto sulle atmosfere e trae ispirazione da film come “Rosemary’s Baby” (1968) e “Carrie – Lo sguardo di Satana” (1976). Presentato al Toronto Film Festival 2015, ha avuto un’accoglienza media.

Jesse (Ethan Embry), un pittore appassionato di musica metal, si trasferisce con la famiglia in una bellissima – e stranamente economica – casa nella campagna texana. La nuova abitazione sembra però esercitare una qualche influenza negativa su Jesse, mentre i lavori dell’artista si fanno via via più tetri. Sean Byrne torna alla regia a quasi 6 anni dall’incredibile esordio con “The Loved Ones”, considerato da molti uno dei migliori horror del 2009, con un film che attinge a classici come “Rosemary’s Baby” e “Il presagio” (1976), la cui storia che potrebbe ricordare “Amityville Horror” (1979). La musica metal sembra avere un ruolo centrale, come nell’ottimo “Deathgasm” (2015) di Jason Lei Howden, anche se il tono di “The Devil’s Candy” non sembra altrettanto ironico e scanzonato. Presentato quest’anno a Toronto, ha avuto un’accoglienza altalenante, condizionata forse dalle grandi aspettative verso il secondo progetto di una delle promesse del cinema horror degli ultimi anni.

Una famiglia londinese trasferitasi in un’isolata casa nella campagna irlandese con figlio neonato dovrà affrontare alcune misteriose creature demoniache che vivono nei boschi.  «Amo i film horror degli anni Settanta e Ottanta […] che prendono un’idea semplice e la portano avanti in modo lineare, intenso ed emozionante, con rispetto, intelligenza e un alto livello di qualità, di attenzione ai dettagli e bellezza delle immagini» dice l’esordiente Corin Hardy, promettendo, con il suo “The Hallow”, esattamente questo. Presentato al Sundance Festival 2015, dal trailer sembra un film a cui dare sicuramente una chance, con effetti prostetici vecchia scuola e interessanti riferimenti al folklore irlandese.

Colleen (Claudia Lee), una giovane donna che vive in nella piccola e tranquilla Spearfish, inizia a ricevere foto di giovani donne brutalmente assassinate. Sono vere o semplicemente la messa in scena di qualcuno con un malato senso dell’umorismo? Peter Hemings (Kal Penn) celebre fotografo originario della cittadina, torna con il suo entourage per indagare. Nick Simon ha esordito con “Removal” nel 2010 e collaborato con Alexandre Aja alla sceneggiatura di “The Pyramid” (Grégory Levasseur) nel 2014. “The Girl in the Photographs”, co-sceneggiato insieme a Osgood Perkins (presente quest’anno al TFF con “February”) e Robert Morast, è il suo secondo lungometraggio e l’ultimo film di Wes Craven come produttore esecutivo: un tipico slasher ambientato nella sonnolenta provincia americana, che potrebbe veicolare una qualche riflessione sul ruolo dell’immagine nell’epoca moderna. Presentato quest’anno a Toronto, il film non ha entusiasmato nessuno.

È il 31 ottobre e la giovane Dora (Chloe Rose) scopre di essere incinta. Di ritorno dal medico, deicide di rimanere a casa da sola durante la notte di Halloween, ma verrà attaccata da un gruppo di piccoli esseri mascherati, vivendo una sorta di incubo ad occhi aperti. Bruce McDonald, già regista del particolarissimo “Pontypool” (film del 2009 ambientato in una stazione radiofonica, che racconta la diffusione di una terribile epidemia di follia dalle modalità di trasmissione particolari), sembra voler continuare sulla strada della sperimentazione, con un horror metaforico, classico per tematica e ambientazione, ma singolare per messa in scena. Questo è chiarissimo già dal trailer, con la sua surreale e straniante fotografia virata nettamente verso un innaturale rosa amniotico. Presentato al Sundance di quest’anno, “Hellions” è sicuramente un film che ha diviso il pubblico. 

La timida ventenne Ruth (Lindsay Burdge) comincia a manifestare alcuni strani e repellenti cambiamenti fisici dopo un appassionato e fugace incontro sessuale con un fantasma. Harrison Atkins debutta con un curioso indie-horror, «che mescola Cronenberg e il mumblecore». Sesso con i fantasmi? Il primo paragone che viene in mente è certamente quello con il terrificante “Entity” (1981) di Sidney J. Furie, ma “Lace Crater” appare, almeno nelle intenzioni, come un metaforico comedy-drama che prende in prestito elementi soprannaturali dal cinema fantastico per parlare d’altro. Un esperimento rischioso, ma che di recente ha dato buoni risultati — ad esempio, con “Spring” (2014) di Justin Benson e Aaron Moorhead o “The One I Love” (2014) di Charlie McDowell.

Alcune studentesse di una scuola femminile diventano i bersagli di un’invisibile forza assassina. La giovane Mitsuko (Reina Triendl) sarà costretta ad una disperata fuga che la porterà in mondi paralleli, in bilico tra sogno e realtà. Tratto da un romanzo di Yusuke Yamada, che precedentemente aveva ispirato una serie di sei film intitolata “Chasing World”, “Tag” è descritto come «un horror al femminile onirico e spiazzante, che si tinge nel finale di elementi fantascientifici». Sion Sono (al TFF con ben tre film) è un autore in grado di spaziare tra registri nettamente differenti, dal lirismo di pellicole come “Himizu” (2011), al violento e irresistibile surrealismo di opere come “Why Don’t You Play in Hell?” (2013): a giudicare dal trailer, questa volta potremmo essere dalle parti di quest’ultimo.

In una remota isola abitata esclusivamente da giovani donne e bambini maschi, Nicolas (Max Brebant) e gli altri ragazzi sono sottoposti sono regolarmente a misteriosi controlli e trattamenti medici, mentre strani riti notturni coinvolgono le madri e il mare. Lucile Hadzihalilovic, che aveva parlato di un mondo tutto al femminile nell’inquietante “Innocence” (2004), torna con un film molto interessante, che potrebbe porsi a metà strada tra folk e body horror: un racconto di iniziazione, evoluzione e mutazione. “Evolution” è stato presentato a Toronto Film Festival 2015 e, in Europa, al San Sebastian Film Festival 2015, dove ha vinto il Premio Speciale della Giuria.

Mentre Max (Taissa Farmiga) assiste alla proiezione celebrativa di un classico slasher interpretato dalla madre, morta da qualche anno, viene letteralmente risucchiata dentro il film insieme ai suoi amici. È possibile, dopo “Scream” (1996) e “Quella casa nel Bosco” (2012), girare un meta-horror che dica veramente qualcosa di nuovo? Todd Strauss-Schulson, regista di “Harold e Kumar, un Natale da ricordare” (2011), sembra volerci provare, virando pesantemente verso la commedia e partendo da una premessa simile a quella di “Last Action Hero” (1993).

Dopo “Room 237” (2012), sui presunti significati nascosti di “Shining” (1980) di Stanley Kubrick, Rodney Ascher firma un inquietante documentario sul fenomeno delle paralisi del sonno (lo stesso disturbo che ispirò a Wes Craven “Nightmare – Dal profondo della notte” nel 1984). “The Nightmare” è un documentario atipico: un vero e proprio horror che ricostruisce in modo del tutto particolare otto spaventose storie, a partire dai racconti dei protagonisti.

Afghanistan, 2006: un battaglione inglese di stanza vicino alla diga Kajaki rimane intrappolato in un campo minato. Ci sono film impossibili da collocare in un preciso genere: “Kilo two bravo”, primo lungometraggio di Paul Katis, potrebbe essere un’opera di questo tipo. Si tratta di un film di guerra tratto da una storia vera, con una messa in scena asfissiante e claustrofobica e, a detta di chi l’ha visto, inaspettate venature horror.

Un’enorme frana precipita nelle acque del fiordo di Geiranger, provocando la formazione di un gigantesco tsunami. Il geologo Kristian Eikfjord (Kristoffer Joner) dovrà affrontare la situazione. Ben lontano dall’essere un film dell’orrore, mi sembrava interessante segnalare la presenza di questo disaster-movie norvegese diretto da Roar Uthaug, già regista dello slasher “Fritt Vilt”, che qui si appropria di un genere ad alta tensione tipicamente hollywoodiano per raccontare una storia di distruzione attraverso le vicende di una piccola comunità.

Per tutte le informazioni sugli orari e i biglietti, si rimanda al sito ufficiale del Torino Film Festival.

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