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Torino Film Festival 2015 – Notte Horror

Non in Texas ma a Torino. Non all’Orbit ma al Cinema Massimo. Con un’intera notte completamente dedicata all’horror, sabato 21 novembre il Torino Film Festival ha dato a molti di noi l’opportunità di vivere l’esperienza delle grandi maratone notturne.

Fortunatamente, nessuna cometa ha inghiottito il Cinema Massimo (come accadeva ne “La notte del Drive-In” di Joe R. Lansdale), e questa grande celebrazione collettiva del genere si è conclusa come da programma alle 6.00 del mattino successivo, con gran parte del pubblico rimasto in sala, tra caffè e cornetti offerti dalla direzione del Festival durante gli intervalli.

Anche se non incluso ufficialmente nel biglietto della Notte Horror, “The Girl in the Photographs” di Nick Simon, ultimo lavoro di Wes Craven in veste di produttore esecutivo, ha aperto la serata alle 22.30. Il produttore Thomas Mahoney, presente in sala, ha ricordato Craven e ha spiegato come fosse diverso da quei grandi registi che si limitano a mettere i proprio nome sulla locandina, sottolineando il suo contributo attivo alla sceneggiatura e alla lavorazione del film. 

Tuttavia, dispiace dirlo, “The Girl in the Photographs” (**) non rende giustizia alla memoria né all’eredità di Craven (come, d’altronde, quasi tutti i suoi lavori degli ultimi 15 anni). Ambientata nella letargica provincia americana, la storia ruota intorno ad alcune foto di donne brutalmente assassinate mandate alla giovane Colleen (Claudia Lee).

Il film di Simon è costruito a partire dai tipici cliché dello slasher e dell’home invasion, prendendo inoltre una serie di elementi peculiari da classici come “Il silenzio degli innocenti” e “Non aprite quella porta”, senza un minimo di rielaborazione. La  sceneggiatura debolissima (scritta da Simon insieme a Osgood Perkins, regista di “February”), indugia su dialoghi volutamente irritanti, nel tentativo di abbozzare una riflessione – sterile e superficiale – sull’esposizione della propria immagine nell’era dei social networks. Il film si risolleva un po’ nel finale, con una conclusione non originale ma inattesa.

Mentre in sala veniva proiettato “The Girl in the Photographs”, fuori dal cinema Massimo si formava una lunga coda di infreddoliti appassionati, in attesa che iniziasse la vera Notte Horror: un solo biglietto per vedere “The Devil’s Candy” di Sean Byrne, “The Hallow” di Corin Hardy e “February” di Osgood Perkins.

In apertura, Emanuela Martini ha introdotto i tre film in programma, fornendo alcune istruzioni per l’uso («fuori ci sono caffè, Mole Cola e croissant caldi […] se doveste crollare e voler tornare a casa, ci sono sempre le repliche, ma alla Notte Horror ci si diverte di più»), dando così inizio a 6 ore non-stop di cinema horror indipendente.

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The Devil’s Candy” (****), nuovo lavoro di Sean Byrne, che sei anni fa aveva entusiasmato con il suo “The Loved Ones”, ha aperto la rassegna col botto. Jesse (Ethan Embry), artista, metallaro e padre amorevole, si trasferisce insieme alla sua famiglia in una bellissima casa nella campagna texana, che sembra esercitare su di lui un’influenza negativa, mentre i suoi dipinti diventano via via più tetri ed ispirati.

La musica metal ha un ruolo centrale nel film di Byrne: non si tratta esclusivamente di citazioni, tra un poster dei Ghost e una maglietta dei Sunn O))), o della, seppur importantissima, colonna sonora, composta da musiche originali – tra cui l’inquietante tema drone - dei già citati  Sunn O))) e pezzi degli Slayer, Metallica e Pantera.

La cosiddetta musica del Demonio, inaspettatamente, costituisce soprattutto l’elemento intorno a cui ruota il profondo e tenerissimo legame tra Jesse e la figlia adolescente Zooey (Kiara Glasco). Con l’introduzione del personaggio interpretato da Pruitt Taylor Vince, figlio mentalmente instabile dei precedenti proprietari della casa, “The Devil’s Candy” si pone a metà tra un film di possessione demoniaca e uno slasher.

La sceneggiatura di Byrne, forse, non approfondisce tutti gli spunti che offre (ad esempio, il discorso sul rapporto tra corruzione morale e successo che viene avviato con la figura del ricco gallerista), ma risulta ugualmente efficace. Si tratta di un film teso e inquietante, che, con la giusta dose di ironia, riesce a non prendersi veramente sul serio, come dimostra la sequenza finale, durante la quale, nonostante il suo sfoggio di pessimi effetti speciali, il pubblico è esploso in un lungo e fragoroso applauso.

Anche “The Hallow” (***), lungometraggio d’esordio di Corin Hardy, ruota intorno al legame familiare, raccontando la storia di una coppia che si trasferisce, con il figlio neonato, in un’isolata casa nella campagna irlandese, dovendo però confrontarsi con le spaventose leggende del folklore locale.

La sceneggiatura non brilla per originalità: si tratta, sostanzialmente, della classica vicenda notturna ambientata in una casa nel bosco. Tuttavia, presenta alcuni spunti interessanti, a cominciare dal modo semplice e onesto con cui il folklore irlandese è utilizzato per contestualizzare la storia, arricchito da una componente quasi fiabesca e un certo gusto per il body-horror. La cosa funziona e permette di sfoderare un campionario di inquietanti creature realizzate con trucchi prostetici vecchia scuola e con una CGI ben integrata, almeno nelle scene in notturna. Al di là dei problemi legati soprattutto alla sceneggiatura, un buon esordio, con ottimi margini di miglioramento.

Di possessione demoniaca – o presunta tale – si parla anche in “February” (***½), terzo e ultimo film di questa Notte Horror, che racconta la storia di Rose (Lucy Boynton) e Kat (Kiernan Shipka), costrette a passare le vacanze invernali nel collegio cattolico che frequentano, mentre Joan (Emma Roberts), a diversi chilometri di distanza, intraprende un viaggio verso la scuola.

Esordio alla regia di Osgood Perkins (figlio di Anthony Perkins e co-autore della deludente sceneggiatura di “The Girl in the Photographs”) è stata per me la vera sorpresa della serata. Si tratta di un film che, sebbene si avvalga sostanzialmente dei topoi del genere, si serve in maniera estremamente intelligente di una struttura narrativa non lineare.

Un horror sottilmente disturbante, che costruisce bene la tensione fino al climax finale, anche grazie all’interpretazione convincente delle tre protagoniste, alla cupissima fotografia di Julie Kirkwood, all’ottimo sound design di Allan Fung e all’azzeccatissima colonna sonora di Elvis Perkins, fratello del regista. Perkins sceglie con attenzione cosa mostrare e cosa lasciare all’immaginazione dello spettatore, lasciando spazio alle interpretazioni.

Al di là di qualche intoppo organizzativo, con un ritardo significativo nell’inizio della rassegna, si può dire che la Notte Horror del Torino Film festival sia stata un successo. La grande sala 1 del Cinema Massimo era praticamente al completo e verso la fine della maratona era rimasto più pubblico di quanto mi sarei aspettata. Forse quest’aura di evento ha portato più gente di quanta sarebbe andata al cinema in condizioni normali, ma a me piace pensare, con una certa ingenuità, che la voglia del pubblico di vedere in sala film horror di questo tipo, che in Italia raramente trovano spazio nei grandi canali di distribuzione, stia in qualche modo crescendo. 

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