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Torino Film Festival 2015 — Tre film imperdibili

Il Torino Film Festival, da sempre, presenta una selezione di film numericamente imponente, che permette ad ogni tipologia di pubblico di crearsi il proprio percorso, tra grandi produzioni, film di genere, sperimentazione, documentari e grandi film d’autore selezionati dai maggiori festival internazionali dell’anno in corso.

È proprio di quest’ultima categoria che ci occuperemo in questo approfondimento, delle pietre miliari che ci porteremo nel cuore e nella mente una volta ritornati alle nostre case e alla vita normale, e che non se ne andranno via per un bel po’.

Non parleremo certo di visioni facili o di puro intrattenimento, ma provate a fidarvi dei nostri consigli e a recuperare qualcuno dei film che vi segnaliamo in questa sede, di sicuro la vostra vita e la vostra visione (e comprensione) del mondo cambieranno radicalmente e acquisteranno in complessità e profondità.

Tre opere provenienti da ogni angolo del globo terracqueo, da cinematografie perlopiù sconosciute a chi non frequenta i festival, ma che ora, grazie alla rete, potranno essere ammirate da spettatori nuovi, curiosi, con l’insaziabile voglia di evadere dal monopolio italoamericano che, specie in provincia, cannibalizza anche le (poche) sale che non si arrendono all’aggressività e all’invasione dei multiplex; qui si parla di Russia, Filippine e Portogallo.

E cominciamo da”Under Electric Clouds di Alexey German Jr., in Concorso all’ultima Berlinale. Il regista russo è forse l’unico figlio d’arte in grado di competere e di convivere con l’immensa figura artistica del defunto padre, di cui quel Jr. sottolinea l’omonimia, senza rimanerne sovrastato e senza rimanere vittima d’impietosi paragoni.

La sovrumana capacità di messa in scena di German Jr. ci permette di ammirare quadri compositivi di una bellezza abbacinante, con personaggi stagliati su paesaggi freddi e desolati, la cui infinitezza è amplificata da una profondità di campo che si perde in nebbiosi orizzonti.

Un film che attraversa la storia della Russia pre e post caduta dell’Unione Sovietica, partendo da un futuro prossimo (il 2017) per poi viaggiare avanti e indietro nel tempo  in sette episodi che hanno per protagonisti due giovani eredi di un oligarca, un operaio Kyrgyz, un architetto in crisi, una guida museale yeltsiniana e una dodicenne rapita.

Un apologo potente, astratto e insieme concreto, che intreccia arte e storia in un unico discorso coerente, complesso nei rimandi e nelle connessioni, ma fruibile anche per chi non è addentro alla storia del Paese, che può semplicemente perdersi nella bellezza delle immagini, nell’intensità degli sguardi, nell’umana pietas verso un orientale digiuno della lingua locale, verso chi cerca di ridare vita e presente ad un passato tralasciato e rimosso, verso un artista che vede la sua opera dismessa e lasciata a metà.

Una critica feroce al regime putiniano, ancor più funzionale perché non diretta, che al pamphlet politico sostituisce un umanesimo commosso e partecipe, che mostra i risultati e lascia a noi il compito di dedurre le cause. Un capolavoro, senza mezzi termini. Straconsigliato anche il precedente “Soldato di carta”, che trattava della folle corsa alla conquista dello spazio, con il cosmonauta Gagarin rappresentato nella sua fragilità di uomo al di là del santino poi creato dalla propaganda.

Ci sono opere che oltrepassano lo stretto confine che esiste tra cinema e vita, che si compongono pian piano attraverso quarant’anni (1975-2015), che diventano qualcosa di più delle iniziali intenzioni.

È il caso di “Balikbayan #1 – Memories of Overdevelopment Redux III di Kidlat Tahimik, uno dei padri artistici del cinema filippino, che ha in Lav Diaz il nume tutelare, vero e proprio idolo per i cinefili militanti contemporanei. Davvero difficile provare a comprimere in poche parole la gigantesca visione di Tahimik, che realizza un film frazionato in due parti, all’apparenza, ma che può parcellizzarsi in infiniti atomi di senso.

Si può tentare di abbozzare una sinossi: schiavo di Ferdinando Magellano, il filippino Enrique partecipò alla circumnavigazione del globo e fu forse il primo a portarla a termine, dopo la morte del suo padrone. Nel 1980 Kidlat Tahimik girò un film mai finito su Enrique (interpretandone anche il ruolo); nel 2013 ha ripreso quelle immagini sia per vedere cosa ne era stato nel frattempo sia per tornare nella provincia di Ifugao, alla ricerca della verità su un personaggio storico dimenticato.

Alternando frammenti del film mai finito alla ricerca odierna di un occidentale che percorre le Filippine in cerca di un uomo anziano rimasto impresso sulle pellicole fotografiche ritirate fuori dopo molto tempo (ed è questo il primo e il più importante dei tanti percorsi paralleli che il film dispiega), Tahimik conbatte il colonialismo e la cristianizzazione forzata del suo Paese con l’unica arma che le sua mani possono impugnare: la pura arte.

Rimarrete atterriti, vi divertirete anche molto con le contaminazioni musicali e linguistiche, conoscerete artisti e musicisti a noi sconosciuti, concepirete il mondo come un’unica entità interconnessa, e tutto questo soltanto assistendo alle due ore abbondanti di quest’opera magnifica.

Il primo uomo a compiere la circumnavigazione non è stato Magellano, non è stato Pigafetta, ma (forse) l’ex schiavo Enrique, assistente e scacchista, giocattolo di corte e indomito viaggiatore. La nostra storia vista attraverso un filtro e una prospettiva totalmente nuovi (per noi occidentali) e inaspettati, che sottolinea anche come le società e le culture a volte siano generate dal caso, unica vera divinità.

Il concetto di sovraesposizione del titolo si estende, si amplia a dismisura, diventa una perfetta sintesi del mondo: resilienze fotografiche, epoche sovrapposte (e, quindi, sovraesposte) l’una all’altra, l’una sull’altra, l’una contro l’altra. Mi capita spesso d’imbattermi in film bellissimi nel mio peregrinare per festival, ma questa volta sono uscito dalla sala davvero scioccato ed estasiato al contempo, doppiamente esposto a mia volta. Anche questo capolavoro è passato originariamente all’ultima Berlinale.

E chiudiamo ancora con un progetto ambizioso e unico, che affronta la crisi economica degli ultimi anni attraverso una chiave coraggiosa e incosciente e, per questo, inevitabilmente imperfetta.

Il regista portoghese Miguel Gomes realizza una trilogia fiume — “As mil e uma noites. Volume 1, O inquieto – Volume 2, O desolado – Volume 3 – O encantado” — che prende la struttura delle “Mille e una notte” per immergerla nella crisi portoghese (ma non solo) contemporanea, già passata alla Quinzaine des Réalisateurs dell’ultimo Festival di Cannes, tre film diversi e insieme simili, un unico percorso tra l’incanto delle narrazioni di Sherazade e la prosa della verità sociale, il vero evento della stagione festivaliera internazionale.

Nel primo capitolo il regista, incapace di filmare la chiusura di un cantiere navale, fugge nel mito per deridere con ironia quasi bunueliana i potenti dell’economia globale.

Nel secondo, intreccia storie di vita selvaggia e condominiale con le pene infinite di un giudice pietoso, a rappresentare l’impossibilità di una giustizia davvero equa per tutti.

Nel terzo, il meno riuscito, cerca nuovi e possibili racconti grazie al canto degli usignoli allevati dal popolo.

Si può unire la narrazione realistica della quotidianità di un popolo ad un approccio fantastico? È questo il dilemma che si pone Gomes nel prologo che fa da cornice all’imponente progetto. È la risposta è naturalmente positiva, se si ha un talento notevole e la capacità di trascendere stili e generi diversi.

Qualche imperfezione, come abbiamo detto, ma tanti momenti divertenti nelle quasi sette ore di proiezione. La seconda parte, indubbiamente la più riuscita, è stata proposta agli Oscar dal Portogallo.

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