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  • Torino Film Festival 2017 — L’ora più buia

    Diretto da Joe Wright

    Data di uscita: 18-01-2018

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Presentato in anteprima mondiale al Festival di Telluride lo scorso novembre, e nella sezione Festa Mobile del Torino Film Festival 2017“L’ora più buia” arriverà dal 18 gennaio 2018 anche in sala. Il film è un veicolo lussuoso e iperaccessoriato per la candidatura all’Oscar del suo protagonista Gary Oldmanche si cala nei panni del Primo Ministro britannico Winston Churchill cercando la mimesi, sepolto sotto plurimi strati di trucco e lattice. Al timone dell’operazione il diligente Joe Wright, in cerca di riscatto dopo il flop di “Pan – Viaggio sull’isola che non c’è”, aiutato qui da un cast tecnico di primissimo livello, citiamo per tutti la fantastica fotografia di Bruno Delbonnel, forse il migliore attualmente su piazza (“Faust”, “A proposito di Davis”). L’operazione è indubbiamente condotta in porto, senza particolari svolazzi né demeriti, ma una mezz’ora finale dalla retorica populista francamente indigeribile abbassa irrimediabilmente il valore della produzione.

Pochi giorni dopo essere diventato Primo Ministro della Gran Bretagna, Winston Curchill deve affrontare una delle sue prove più turbolente e definitive: decidere se negoziare un trattato di pace con la Germania nazista, o proclamare la guerra per difendere gli ideali e la libertà della propria nazione. Quando le inarrestabili forze naziste iniziano a conquistare tutta l’Europa occidentale e la minaccia di invasione diventa imminente, con un’opinione pubblica non preparata, un re scettico, e col suo stesso partito che trama contro di lui, Churchill dovrà sopportare la sua ora più buia, mobilitando l’intera nazione, e tentando di cambiare il corso della storia mondiale.

La Gran Bretagna, dopo la Brexit, ha un gran bisogno di ritrovare la grandeur smarrita, teme l’isolazionismo dopo secoli di dominio coloniale in ogni angolo del globo e si affida al cinema per rinfocolare l’orgoglio patrio. Le coincidenze poi, nella storia della Settima Arte, fanno parte del mito: dopo qualche mese, rivediamo ancora una volta la flotta delle navi private che partono dall’isola britannica per arrivare a prelevare i soldati in rotta a Dunkerque, dopo il film di Christopher Nolan in cui quell’evento era centrale.

Oldman tratteggia un Churchill ironico e burbero insieme, costretto in corso d’opera a mettere da parte l’alterigia per avvicinarsi a quello che è ormai diventato il SUO popolo, nel momento più critico dell’ultimo secolo. C’è chi vuole trattare di fronte alla potenza della Germania hitleriana, chi invece non vuole piegare la testa, e in mezzo c’è il popolo, ripreso (in una delle più felici idee di regia dell’intero lungometraggio) in piano sequenza intento alle piccole azioni di tutti i giorni, mentre dietro le pareti la classe dirigente discute del suo destino. L’altra grande intuizione è quella di riprendere i sacrificati di Calais (4mila uomini mandati allo sbaraglio pur di salvare i 300mila di Dunkerque) con una controplongèe dal basso verso l’alto e di ripeterla due volte in successione, prima dalla trincea bombardata dai tedeschi, e poi isolando Churchill sul tetto di un palazzo sotto la pioggia, la stessa pioggia.

L’isolamento del Primo ministro è reso tramite la messa in cornice della sua figura in ascensori, stipiti di porte, finestre; quando riuscirà a diventare davvero un leader invece, sarà sempre e comunque solo, ma con ali di folla adorante a cedergli il passo.

Il problema gigantesco è la progressione finale, con il bagno “di popolo” di Churchill (o Winston, come lo chiamano insensatamente le didascalie finali) nella metro e il successivo pistolotto alla Camera. Il populismo non è un’invenzione moderna né del film di Wright, ma la sequenza ci ha inquietantemente ricordato un estratto dall’ultimo libro del pentastellato Di Battista in merito alla candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024. Bambini, signore, un ragazzo di colore che prima saluta come un ebete e poi si esibisce in una citazione colta, una pagina di cinema da dimenticare il prima possibile.

In sostanza auguriamo a Oldman di vincere l’Oscar per il complesso dei ruoli interpretati, non vedremmo male un premio anche a Delbonnel, ma subito dopo ci si fermi, perché il film non è nemmeno funzionale ad un ripasso di eventi storici fondamentali per il destino del mondo. Ancora nelle famigerate didascalie finali (una sciagura, vorremmo conoscere l’estensore) si dice che da Dunkerque vennero salvati la gran parte degli uomini che si erano rifugiati sul molo, notizia errata, senza giri di parole. Teniamo sotto controllo questo revanscismo cinematografico britannico, e vediamo dove e cosa ci porterà.

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