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  • Torino Film Festival 2017 — Riccardo va all’Inferno

    Diretto da Roberta Torre

    Data di uscita: 30-11-2017

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In uscita il 30 novembre in tutte le sale, e presentato in anteprima nazionale al Torino Film Festival“Riccardo va all’inferno” rappresenta il ritorno della regista milanese, ma con il cuore nel Meridione, Roberta Torre al musical (lei però preferisce, chissà perché, la definizione “film musicale”), dopo che “Tano da morire”“Sud Side Stori” la lanciarono tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila. C’è da riconoscere alla Torre la volontà e la capacità di misurarsi con un genere che ha scarsissima tradizione qui in Italia, e di affrontarlo con un’attitudine “kitsch” e sfrontata che è ormai vera e propria marca autoriale, ma non possiamo proprio dire che, questa volta, il bersaglio sia stato centrato. Il film è un adattamento del “Riccardo III” shakespeariano, attualizzato e portato in Italia, nella pretestuosissima ambientazione romana del quartiere Tiburtino III, solo nominata e mai realmente mostrata. Questo è il primo grande problema: il film non sceglie una strada netta tra realtà e fantastico e cerca di posizionarsi nel mezzo, ottenendo il pernicioso effetto di non dare nessuno spessore all’adattamento, con nessun rimando diretto al reale e al quotidiano , gettando parzialmente via l’ottimo lavoro del comparto tecnico (segnaliamo tra gli altri gli splendidi costumi di Massimo Cantini Parrini). Ci duole dirlo, ma è proprio il polso registico che sembra mancare, una direzione precisa, un controllo dei segmenti che intervallano le canzoni (realizzate dal maestro Mauro Pagani) con un occhio alla loro consequenzialità, e appare ancora più incredibile visto che c’è una struttura solida come la tragedia originale a far da collante potenziale.

In un fantastico regno alle porte di Roma vive, in un decadente castello. la nobile casata dei Mancini, che gestisce traffici illeciti, in primis la droga. Riccardo Mancini (Massimo Ranieri) è da sempre in lotta con i fratelli per la supremazia e il comando in famiglia, dominata dagli uomini ma retta dall’ombra della potente Regina Madre (Sonia Bergamasco). Un tragico incidente ha reso Riccardo storpio fin dalla tenera età, minando fortemente la sua salute mentale e obbligandolo a trascorrere anni in un ospedale psichiatrico. Tornato a casa, apparentemente guarito, Riccardo inizia a tramare per assicurarsi il possesso della corona, assassinando chiunque ostacoli la sua scalata al potere.

Il film parte molto bene. L’uscita di Riccardo dal manicomio è seguita dalla prima canzone, probabilmente anche la più bella, potenti riff chitarristici e una coreografia semplice ma energica ambientata in una sorta di anfiteatro. Ranieri è di sicuro la cosa migliore del film: voce inconfondibile, carismatico con il suo costume quasi steam/punk e una pelata che lo rende incredibilmente simile, almeno nei primi piani, al Fester di Christopher Lloyd nei lungometraggi di Sonnenfeld dedicati agli Addams. Sonia Bergamasco recita con una maschera di lattice sul viso per buona parte del film, e ridiventa se stessa solo in flashback, così da poter interpretare la vecchia regina: l’espediente ne ingessa la recitazione, che quasi annulla l’inquietudine profonda che dovrebbe portarsi dietro il suo personaggio.

C’è troppo poco musical, ed è il secondo problema, questo davvero gigantesco: i segmenti, LUNGHI, tra una canzone e l’altra sono un campionario di noia mortale e caratterizzazioni tra lo sbagliato e il disarmante, dove la fantasia visiva e scenografica viene depotenziata dalle insopportabili figurine che vi si muovono all’interno. Non c’è un filo d’ironia, d’umorismo seppur grottesco, di riflessione metacinematografica sul (cattivo) gusto dell’eccesso programmaticamente portato in scena. Qualche immagine, qualche momento musicale, qualche spunto coreografico rimangono, perché l’idea era giusta e Ranieri funziona benissimo, confermando la bontà di una scelta di casting indubbiamente rischiosa. Tra le tante (ma non tantissime, rispetto ad altre opere del Bardo) riduzioni cinematografiche della tragedia, continuano a svettare quelle di Laurence Olivier (e ci mancherebbe altro), Roger CormanRichard Loncraine. Questa della Torre rimane, insieme forse al “Titus” di Julie Taymor dal “Tito Andronico”, un’idea potenzialmente esplosiva sulla carta, ma le cose non sono andate esattamente come previsto. Ci dispiace, ma la colpa è di una mano registica totalmente incapace di regalare ampiezza metaforica e sostanza narrativa ad un testo che ha già tutto al proprio interno. Pollice verso, “l’inverno del nostro scontento”, nel 2017, passa anche di qua.

 

 

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