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  • Torino Film Festival 2017 — Seven Sisters

    Diretto da Tommy Wirkola

    Data di uscita: 30-11-2017

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Non si può dire che “Seven Sisters” (in originale “What Happened to Monday”) non abbia una premessa interessante. Il problema è che la premessa non può bastare, soprattutto quando si tratta di fantascienza distopica.

Siamo nel 2073. La scarsità di risorse naturali e l’aumento incontrollato delle nascite plurigemellari, con conseguente crescita non sostenibile della popolazione, ha costretto i governi a mettere in atto la drastica politica del Figlio Unico. Ogni figlio in eccesso viene destinato così al sonno criogenico dal Bureau per il Controllo delle Nascite, diretto dalla la dott.sa Nicolette Cayman (Glenn Close).

Terrence Settman (Willem Dafoe), però, non vuole perdere le sette gemelle (Noomi Rapace) che la figlia ha dato alla luce prima di morire. Così, dando alle nipoti i nomi di giorni della settimana, le educa in modo che ognuna possa uscire solo nel giorno corrispondere al proprio nome, condividendo l’unica identità di Karen Settman.

Tratto da una sceneggiatura originale di Max Botkin, arrivata in Blacklist già nel 2010 (con protagonisti maschili) e adattata da Kerry Williamson per Tommy Wirkola, “Seven Sisters” è forse che un film che avrebbe dovuto finire in altre mani. 

Sono la prima ad apprezzare la cifra stilistica ironica e chiassosa di Wirkola, ma il regista norvegese sembra del tutto impreparato a gestire una storia di tale tragicità e dal forte background politico e sociale, in qualche modo affine, nella tematica, allo struggente “I figli degli uomini” di Alfonso Cuarón.

Sceglie, così, di girare un puro film d’azione senza farsi troppe domande, rimanendo concentrato esclusivamente sull’espediente di avere una sola interprete, Noomi Rapace, per sette ruoli diversi. 

Una trovata totalmente gettata al vento, perché l’approfondimento psicologico di queste sette donne rimane sulla superficie. In sostanza, al di là di qualche attitudine più marcata, finiscono per distinguersi dal loro taglio dei capelli. Sette parrucche (questa passatemela) non possono fare, da sole, sette persone diverse. Penso che sia un problema di scrittura, più che di interpretazione, anche se l’attrice svedese non cerca nemmeno a metterci del suo.

Certo, le gemelle si fanno notare, se confrontate con gli altri – pochi – personaggi bidimensionali di “Seven Sisters”, a cominciare da Glenn Close nel ruolo dell’antagonista standard.

Vorrei poter dire che dal punto di vista dell’intrattenimento “Seven Sisters” sia inattaccabile, ma non è così. Abbonda di inseguimenti, esplosioni, scontri a fuoco e corpo a corpo, ma non c’è un solo momento veramente in grado di farti stare in piedi sulla sedia.

Dispiace per Wirkola, perché sembra quasi che, considerando il tono un po’ più sostenuto di racconto distopico, abbia dovuto smussare il proprio stile solitamente travolgente. 

Un vero peccato, perché sono convinta che sia possibile fare ottima fantascienza politica senza rinunciare all’intrattenimento. Purtroppo “Seven Sisters” non fa nessuna delle due cose. Anzi, non riuscendo a sviluppare una riflessione sull’idea di base, riduce i confini del proprio film, lasciando fuori dalla storia delle sorelle Settman quel mondo da cui dovrebbero trarre forza.

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Contro

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