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  • Torino Film Festival 2017 — Smetto quando voglio – Ad Honorem

    Diretto da Sydney Sibilia

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Tutte le saghe, prima o poi, sono destinate a terminare. La trilogia imperniata sulla “Banda dei ricercatori”, inaugurata da Sydney Sibilia nel 2014 con “Smetto quando voglio” e giunta ora al terzo e ultimo capitolo con “Ad Honorem“, è stata e sarà importante nella (piccola) storia della commedia italiana degli anni Duemila, sia per le modalità produttive che per aver narrativamente (specie col primo capitolo, che aveva un’urgenza espressiva stemperatasi poi nel citazionismo formale dei successivi) centrato il cosmo (micro e macro insieme) umano e culturale da portare sulla scena.

Mettere al centro del discorso la generazione di un élite culturale drammaticamente esclusa dalla realizzazione economica e sociale, svilita e offesa ripetutamente da politica e grandi media, quella dei 35/45enni laureati e iperformati, e farlo da coetanei, da padroni di tic e modi di dire, era una ricetta che già potenzialmente poteva sembrare esplosiva.

Ma c’era bisogno di tanto talento per condurla in porto, che davvero non manca nel cast tecnico di “Smetto quando voglio – Ad honorem”: dal regista Sydney Sibilia ai suoi cosceneggiatori Francesca Manieri Luigi Di Capua (membro di quei “The Pills” che hanno patito invece il passaggio al grande schermo più del preventivabile) fino ad arrivare alla produzione Procacci – Rovere e al tappeto musicale di Michele Braga, non sempre incisivo ma felicemente in bilico tra elettronica e funky anni ’70. Seconda e terza parte sono state girate in “back to back”, contemporaneamente, riuscendo a rimanere due film distinti e con peculiarità differenti, altra scommessa vinta; se “Masterclass” era un’action comedy, in “Ad Honorem” siamo più dalle parti dell’heist-movie, e non usiamo i (pur appropriati) inglesismi invano perché, come già si diceva più sopra, siamo nel campo del cinema citazionista, che ha il suo faro, nel nuovo secolo almeno, nel “Kill Bill” tarantiniano. Noi continuiamo a preferire il primo capitolo, proprio per la sua originalità mista a tradizione da pura commedia all’italiana, e per quell’impressione di “instant movie”, di registrazione in diretta di una realtà verosimile (sì, lo so, anche lì era pieno di rimandi, da “Breaking Bad” in giù, ma nell’universo del film non esistevano).

Ed allora ecco tornare la banda per l’ultima volta, il neurobiologo Pietro Zinni (Edoardo Leo), i latinisti ed esperti di semiotica interpretativa ed epigrafia Mattia Argeri e Giorgio Sironi (Valerio Aprea e Lorenzo Lavia), l’archeologo Arturo Frantini (Paolo Calabresi), il macroeconomista Bartolomeo Bonelli (Libero De Rienzo), il chimico Alberto Petrelli (Stefano Fresi), l’antropologo culturale Andrea De Sanctis (Pietro Sermonti), l’anatomopatologo Giulio Bolle (Marco Bonini), l’avvocato specializzato in diritto canonico Vittorio (Rosario Lisma) e l’ingegnere meccatronico Lucio Napoli (Giampaolo Morelli), tutti degni di essere nominati come fosse un’ultima chiamata prima della definitiva chiusura del sipario. Una mole impressionante di personaggi da gestire, molti interessanti, tutti inevitabilmente sacrificati e con potenzialità inespresse esclusi i tre veri protagonisti, i tre lati del triangolo oscuro dei tagli devastanti sui fondi statali per istruzione e ricerca: l’ingenuo e onesto Zinni, l’ingegnere navale Claudio Felici detto “Er Murena” di Neri Marcorè e il villain vero e proprio Walter Mercurio, chimico, un Luigi Lo Cascio chiamato a interpretare un classico scienziato pazzo da cinefumetto.

Non possiamo non citare anche le due presenze femminili nel cast principale, Valeria Solarino Greta Scarano, due punti di riferimento per il protagonista. Le “migliori menti della cultura italiana” hanno usato le loro conoscenze per produrre una smart drug non (ancora) illegale, sono stati incarcerati dopo aver fatto da collaboratori per riconoscere e sgominare analoghe bande operanti sul territorio italiano, hanno un’ultimo obiettivo da portare a termine, fermare Mercurio, che vuole sterminare i vertici politici e baronali dell’istituzione universitaria con il gas nervino.

È praticamente obbligatoria la visione dei capitoli precedenti se si vuole godere appieno di quest’ultimo, anche la rivisione per chi non dovesse ricordarli, ma soltanto per cogliere gli incastri narrativi tutti portati a compimento, con la scelta precisa di curare più la coerenza interna che i singoli passaggi logici. Sibilia gira solo quello che gli serve, taglia pochissimo, arriva sul set con un’idea precisa ma non è mai cieco di fronte alle pepite d’oro trovate sul campo ed ottiene quindi un film dal ritmo incalzante, che non lascia il tempo di prendere fiato, non privo di difetti (anzi) ma che emergono tutti a bocce ferme, quando la visione comincia a sedimentarsi. Durante si ride davvero tanto, di gusto, con il cervello e non con la pancia.

L’ultima avventura è strutturata in due grandi sequenze (la fuga da Rebibbia e la cerimonia alla Sapienza) e un lungo preambolo al quale vengono affidati gli spiegoni di raccordo, in maniera sicuramente meccanica ma non (troppo) didascalica. Il voto è relativo al progetto in generale, per chi scrive il più interessante partorito dall’asfittica industria nostrana negli ultimi anni, ed è un invito a seguire la strada ad altri, su tutti il Mainetti di “Jeeg Robot”.

L’universo espanso della Banda, che aveva già avuto un corrispettivo a fumetti per il lancio di “Masterclass”, potenzialmente colmo di personaggi con potenzialità infinite di sviluppo, pare chiuda qui, per parole dello stesso Sibilia. Noi non ci giureremmo, ma l’unico augurio è quello di riuscire a piazzare tra qualche anno questa trilogia nella casella delle opere specchio del proprio tempo, sperando che, con un’economia ripartita e nuove risorse di spesa pubblica, si possa guardare a questi tempi girandoci alle spalle da un futuro nuovo e diverso. Ecco, ci sembra molto più probabile “Smetto quando voglio 4″ …

Il film sarà in sala dal 30 novembre, con un’anteprima nazionale al Torino Film Festival. 

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