Home > Recensioni > Torino Film Festival 2017 — Tito e gli alieni

Avete mai ascoltato i suoni che producono i pianeti? Di tanto in tanto, io mi ritrovo a risentire le registrazioni della NASA, pensando che non ci sia nulla di più magico e straordinario nell’interno Universo.

Naturalmente,  non c’è nessuna magia, anche quei suoni prodotti dalle onde elettromagnetiche sembrano ricordarci quanto sia piccolo questo pianeta, di fronte una tale maestosità. Sono in grado di farci sentire terribilmente isolati, nell’affrontare i grandi e piccoli problemi di tutti i giorni, ma, in fondo, mai completamente soli.

Non so se sia proprio la stessa cosa per il Professore (Valerio Mastandrea) in “Tito e gli Alieni” di Paola Randi, presentato nella sezione Festa Mobile al Torino Film Festival 2017.

Dopo la morte della moglie, il fisico napoletano impegnato in una ricerca governativa segretissima in Nevanda, accanto all’Area 51, passa le sue giornate su un divano, in un deserto dall’aspetto lunare, ad ascoltare i suoni sinistri e allo stesso tempo consolatori dello Spazio, aspettando ogni giorno che i segnali trasmessi possano ricevere risposta. 

Il suo solo contatto con il mondo è Stella (Clémence Poésy), che organizza matrimoni spaziali per i turisti. La malinconica routine del Professore viene spezzata con l’arrivo da Napoli dei suoi due nipoti rimasti orfani, Anita (Chiara Stella Riccio) di 16 anni e Tito (Luca Esposito) di 7. Il piccolo desidera solo trovare un modo per parlare di nuovo con il padre e pensa che lo zio scienziato sia l’unico in grado di aiutarlo.

“Tito e gli Alieni” è una commedia delicatissima, divertente e toccante che parla della vita (l’universo e tutto quanto) riuscendo a smarcarsi dagli schemi canonici del cinema italiano. 

Tutto il cast contribuisce a rendere speciale questa piccola storia, a cominciare da un Valerio Mastandrea perfetto nel ruolo del malinconico Professore di poche parole, ma soprattutto Chiara Stella Riccio e Luca Esposito nel ruolo di Anita e Tito, che di parole invece ne usano molte.

Uno dei temi centrali di “Tito e gli Alieni” è, appunto, questa difficoltà di comunicare. Comunicare con parlanti di lingue che non si conoscono, come si ritrovano a fare i due piccoli protagonisti arrivati in America. Comunicare con le persone che non ci sono più. Comunicare con l’altrove, lo Spazio profondo, l’ignoto. Comunicare per elaborare il lutto.

Non un film di genere, ma che usa il genere con testa e cuore, ispirandosi dichiaratamente al cinema di Steven Spielberg, con un gusto per l’assurdo che potrebbe ricordare un certo tipo di produzioni indipendenti da Sundance Festival (lo so, non è proprio un complimento).

Randi, però, è molto brava ad non esasperare la stramberia del suo film, andando a riequilibrare una scrittura non certo priva di ingenuità con la semplicità di una storia di affetti, perduti e ritrovati, semplice e genuina, dietro la quale si percepisce un’urgenza personale che travalica il confine nello schermo e commuove davvero. 

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