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Torino Film Festival 2017 — Tra Sion Sono e i documentari

Il Torino Film Festival è l’appuntamento imperdibile dell’anno per tutti i cinefili che hanno voglia d’immergersi per una settimana abbondante in visioni multiple e variegate, in percorsi e traiettorie che portano dal documentario sperimentale all’horror di mezzanotte (e oltre) passando magari per un esordio italiano.

Ogni sezione del festival ha la sua ragion d’essere e la sua riconoscibilità: After Hours per i film di genere, Festa Mobile per le grandi produzioni internazionali, Onde per il cinema sperimentale, Tffdoc per documentari e prodotti ibridi di cinema del reale, e un Concorso per opere prime, seconde e terze che tiene fede all’iniziale denominazione del festival nelle prime edizioni, quella di Torino Cinema Giovani. Impossibile vedere e seguire tutto, bisogna organizzarsi. Cercheremo di darvi conto delle cose principali, dai film più attesi a quelli semplicemente più belli e innovativi.

E iniziamo con un fedelissimo del TFF, il regista giapponese Sion Sono, celebrato con una retrospettiva completa della sua prolificissima filmografia qualche anno fa, e che ogni anno porta regolarmente qui a Torino i suoi nuovi lavori. Questa volta è il turno di “Tokyo Vampire Hotel”, una riduzione per la sala di una serie Tv di prossima uscita per Amazon, dieci episodi dai quali sono stati estratti i 142 minuti a cui abbiamo assistito in apertura di festival. L’impressione è che Sono abbia espunto tutti gli snodi narrativi e ci abbia tenuto a mostrare le scene più adatte per il grande schermo, i combattimenti, gli smembramenti, le materie, gli umori e i liquami , sfogando tutta la sua dirompente cine/energia prima di rinchiudere il progetto sul piccolo schermo di un Pc. Un clan di vampiri si rintana in un hotel inespugnabile, gli umani malcapitati sono cibo per tutti oppure oggetto di contesa tra le bande rivali. Fuori, l’umanità lotta per la sopravvivenza. Dentro, una ragazzina trova una bambina protettrice. Fantasia visiva libera e sfrenata, lunghe scene splendidamente girate e coreografate, tutte gli elementi per rintracciare il Sono autore (l’alternanza tra il bianco e nero e forti contrasti di colori primari, la bomba atomica). Promosso per il momento, perché siamo sicuri di trovare la sostanza che qui latita all’interno del progetto completo, che aspettiamo con ansia di vedere. Chi non conosce il regista può anche avvicinarsi a questa sorta di teaser prolungato, rimarrà conquistato da un virtuosismo visionario che mescola l’alto e il basso, la citazione e lo scatologico in maniera (quasi) sempre mirabile.

Rimaniamo in Estremo Oriente, spostandoci in Corea del Sud, che quest’anno ha sottoposto agli Oscar per essere rappresentata questo “A Taxi Driver” di Hoon Jang. Ambientato durante le proteste contro il governo di Chun Doo-hwan nel 1980, governo che ordinò all’esercito di aprire il fuoco e massacrare i manifestanti nella cittadina di Gwangiu, il film è una sorta di buddy-movie. La strana coppia è composta da un tassista locale (lo strepitoso, come sempre, Song Kang-ho) e da un giornalista tedesco (Thomas Kretschmann): il primo deve portare il secondo, per un lauto compenso, a documentare quello che sta accadendo a Gwangiu, censurato dall’informazione coreana. Un film dalla varietà di stili e temi notevole, che il regista riesce a gestire con brillantezza. Parte come una commedia, ma nella seconda parte diventa un dramma straziante, che concede qualcosa (specie nell’uso enfatico delle musiche) ad una certa retorica occidentale legata al film d’impegno civile ma al contempo è durissimo quando deve mostrare la violenza degli scontri e la durezza degli soprusi. Più di un tema a sovrapporsi e a compenetrarsi in una sceneggiatura notevole: il cittadino medio e qualunquista, attento solo al suo particolare, che prende coscienza e compie atti di eroismo, il popolo che non crede a quanto raccontano i testimoni oculari “perché il notiziario non l’ha detto”, l’importanza della stampa … Un film per tutti i palati, soddisferà lo spettatore medio come il cinefilo di stretta osservanza.

Chiudiamo con un progetto più sperimentale, così da racchiudere in questo pezzo introduttivo molte anime del TFF. Nella sezione Tff Internazionale.doc abbiamo visto “Va, Toto!”, del francese Pierre Creton. Il documentario parte da un parallelismo, l’amore di una vecchia signora per un cucciolo di cinghiale salvato da una battuta di caccia e cresciuto fino ad età adulta e l’ossessione, fin da bambino, di un uomo per le scimmie. Tenuto fermo questo scheletro tematico il regista cerca il film sul campo, attraversando le campagna della Normandia con una puntata in India, usa lo split screen in maniera significante e semantica come  il De Palma dei tempi d’oro (completa retrospettiva dedicata al regista americano al TFF, a proposito), ci regala un paio di sequenze oniriche semplicemente strepitose. Un film con il quale e nel quale perdersi, senza cercare una stretta consequenzialità ma osservando i campi e la natura, gli animali e la pioggia, e queste strane creature, quelle sì bestie davvero, spesso armate, che la attraversano, gli esseri umani.

Era solo un antipasto, seguiteci in questi giorni e cercheremo di portarvi con noi tra le strade di Torino e sotto la Mole Antonelliana, per raccontarvi il festival che, probabilmente l’avrete capito, preferiamo ad ogni altro.

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