Home > Recensioni > Torino Film Festival 2018 — Blaze

Con “Blaze”, nuovo film di, presentato al Torino Film Festival 2018 nella sezione Festa Mobile, Ethan Hawke ci racconta la storia di Blaze Foley, cantautore texano assassinato a 39 anni, come se stesse componendo lui stesso una ballata country-folk. L’amarezza e la malinconia sono le stesse, così come quel velo di leggenda che circonda questo tipo di racconti.

Il nome di Blaze Foley, qui interpretato dal musicista Ben Dickey, probabilmente non dirà nulla alla maggior parte di noi. Ed è per questo che esiste questo film di Ethan Hawke, tratto dal romanzo biografico “Living in the Woods in a Tree: Remembering Blaze scritto da Sybil Rosen, attrice, scrittrice ed ex moglie di Foley, autrice insieme a Hawke della sceneggiatura del film.

In quella casa sull’albero nel bosco, Sybil e Blaze ci hanno vissuto davvero, come in uno strano e tenero idillio fatto di musica e parole. Così, i ricordi di Sybil, la «bella ragazza ebrea dai capelli strani», qui interpretata da una straordinaria Alia Shawkat, si intrecciano con le vicende della vita del musicista a Austin, dopo la rottura con la moglie. A Hawke rimane il compito di far sì che la sua musica venga scoperta anche da chi non ha mai messo piede in un pub in Texas.

Lo fa attraverso un racconto che si snoda tra questi tre piani temporali ben precisi, intrecciando passato e presente e ritagliando per se stesso un piccolo ruolo. Quello solo vocale del DJ che, durante un’intervista al cantautore – e amico fraterno di Foley – Townes Van Zandt (Charlie Sexton) si stupisce di non aver mai sentito parlare della persona a cui è dedicato il suo ultimo album. «Chi è Blaze Foley?»

Blaze, al secolo Michael David Fuller, era un ragazzotto robusto e gentile nato a Malvern, in Arkansas, con una vita difficile alle spalle e un padre alcolizzato. Da bambino si era ammalato di polio e per questo zoppicava. Conobbe Sybil in una comunità di artisti appena fuori Whitesburg, in Georgia, e con lei si trasferì a Austin per tentare la carriera musicale. Fu l’alcool, che influiva sul suo temperamento, a farlo allontanare la moglie. Morì assassinato dal figlio di un suo amico, mentre cercava di impedirgli di prendere l’assegno della pensione del padre.

Il film di Hawke riassume tutto questo in tre distinti momenti, intrecciati tra loro con naturalezza e coerenza narrativa: la sua vita con con Sybil, fatta di momenti di intimità di estrema tenerezza; l’ultimo concerto suonato in un bar di Austin, la stessa sera della morte; l’intervista radiofonica a Townes Van Zandt, artista profondamente ispirato dal lavoro di Foley.

Ne risulta un’opera toccante che trasuda passione e amore. La passione di Hawke per il personaggio, l’amore di Rosen per questo uomo complicato che si è autodistrutto senza che lei potesse impedirlo. Un film che non guarda il cantautore con indulgenza, non lo idealizza, ma che lo ritrae con un’onestà e affetto percepiti in ogni gesto, in ogni inquadratura, in ogni linea di dialogo. In ogni sbaglio.

Ben Dickey è estremamente convincente nell’interpretare un uomo a volte inaccessibile, in grado di esprimersi solo attraverso la dolente malinconia delle sue note. Alla fine, a parlare è soprattutto la splendida colonna sonora, che comprende nuove registrazioni di composizioni classiche di Foley, cantate da Ben Dickey (già uscita per Light in the Attic Records). Personalmente, ringrazio Ethan Hawke per avermi fatto scoprire Blaze Foley e averlo fatto con tale grazia e delicatezza.

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