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  • Torino Film Festival 2018 — Colette

    Diretto da Wash Westmoreland

    Data di uscita: 06-12-2018

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Parigi. La Belle Époque. “Colette”. Il nuovo film di Wash Westmoreland, presentato in anteprima in Italia al Torino Film Festival 2018 nella sezione Festa Mobile, porta sul grande schermo la vita di una delle più rilevanti, innovative scrittrici e artiste di Francia, Sidonie-Gabrielle Colette (Keira Knightley), considerata fra le maggiori figure della prima metà del XX secolo.

Lo fa concentrandosi solo su una parte della sua vita, all’alba della sua lunghissima carriera, quando sposò, a 20 anni, lo scrittore, editore, pubblicitario più grande di lei Henry Gauthier-Villars, detto “Willy” (Dominic West). Più che un soprannome, un marchio. Willy era a capo di una officina letteraria, composta da scrittori emergenti che utilizzava come ghostwriter.

Anche il talento letterario di Colette fu a lungo sfruttato dal marito, che pubblicò a suo nome i famosi romanzi semi-autobiografici della serie Claudine, personaggio diventato una vera icona in Francia. Un’immagine, quella della spregiudicata adolescente Claudine, in cui Willy, che aveva fama di viveur e provocatore, aveva imprigionato la stessa Colette.

Il film di Westmoreland vuole essere il racconto della presa di coscienza di Colette, la sua liberazione emotiva, sessuale e letteraria. Infatti si ferma qui, alla vigilia del suo straordinario successo personale, con la rottura del legame con il marito.

La sceneggiatura di Richard Glatzer, Wash Westmoreland e Rebecca Lenkiewicz si concentra, quindi, sulla scelta di Colette, più che su quello che ha fatto di lei il simbolo dell’autodeterminazione femminile, cioè la sua indipendenza economica, la libertà sessuale (tre mariti e diverse relazioni con persone di ambo i sessi) la sua produzione letteraria post-Claudine, caratterizzata da figure femminili decisamente non convenzionali.

Tutti aspetti che hanno fatto riscoprire, già negli anni ‘70, il lavoro di Colette alle studiose femministe della seconda ondata – proprio lei che, paradossalmente, aveva dichiarato di disprezzare le femministe e le suffragette della sua epoca, forse non rendendosi conto di essere stata una pioniera dell’emancipazione femminile -  alla ricerca di modelli e voci del passato che potessero incarnare le loro istanze sociali e politiche.

Il film di Westmoreland, naturalmente, non vuole essere un manifesto politico, ma è chiaro che si voglia inserire in un contesto preciso. Quello del dibattito sulla liberazione femminile da un certo tipo di potere maschile, nato in seguito a movimenti come il #metoo e Times up. E la figura del narcisista e arrogante Willy, interpretato qui da un un forse troppo divertito e divertente Dominic West, si presta ad incarnare questo tipo di condizionamento sociale in maniera insolita. Willy è un libertino a cui piace dare scandalo e, apparentemente, non sembra limitare la moglie nel essere ugualmente libera, sia sessualmente e che artisticamente. L’abuso del suo potere sta nel tentativo di volerla plasmare secondo i suoi desideri e non permetterle di brillare di luce propria. È una gabbia dorata, quella in cui vive Colette, ma sempre un gabbia.

Purtroppo Westmoreland sceglie di rinchiudere la storia di questa donna anarchica che rifiutava di essere rinchiusa in ruoli di genere, che dalla sua biografia appare un’esplosione di vivacità, sensualità, talento e ingegno, nella struttura classica del biopic in costume, dall’animo britannico più che francese (e non si tratta solo di scelta della lingua in cui è recitato). Non basta qualche breve montaggio per raccontare l’affair e con la ricca americana Georgie Raoul-Duval (Eleanor Tomlinson) o le lunghe passeggiate per i campi che alludono alla sua relazione con la  marchesa Mathilde de Morny, detta Missy (Denise Gough), personaggio interessantissimo e poco sfruttato.

La scelta di Keira Knightley come protagonista, poi, si rivela poi un’arma a doppio taglio: sicuramente in grado di attirare una fetta più grandi di pubblico, ma troppo riconoscibile e sempre uguale a se stessa per riuscire a incarnare la personalità vulcanica di Colette e sovrapporre la sua immagine a quella della scrittrice. Il risultato è un prodotto lineare, ma modesto e poco ambizioso, con qualche eccesso di pathos e di didascalismo.

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Contro

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