Home > Recensioni > Torino Film Festival 2018 – Juliet, Naked

Presentato nella sezione “Festa mobile” del Torino Film Festival 2018, e opzionato da Bim per una prossima uscita anche in sala, “Juliet, Naked” di Jesse Peretz è un manualetto diligente d’ingredienti anche abusati ma sempre utili, se diversamente combinati, a scatenare l’empatia di milioni di spettatori in tutto il mondo.

Il rock anni Novanta e Sessanta, in quest’ordine, l’amore, il deficit di maturità del quarantenne contemporaneo, un umorismo tagliente e penetrante: la ricetta Nick Hornby, insomma, dal cui omonimo romanzo del 2009 è tratta la sceneggiatura. Che, scritta a sei mani, mette in evidenza una disomogeneità di stili e situazioni davvero eccessiva in più punti: il film ha momenti deliziosi, divertenti, ma anche momenti in cui la vicenda viene fatta procedere frettolosamente con cambiamenti epocali nello spazio di due sequenze.

Siamo dalle parti dell’Apatow world dunque (su Wikipedia figura ancora come coproduttore, ma nei titoli di coda non ve n’è traccia, qualcosa sarà successo), e quindi, se amate come il sottoscritto questo fecondo filone della commedia americana, sapete già cosa aspettarvi, anche se qui il film inalbera produttivamente la bandiera dell’Union Jack.

Duncan (Chris O’Dowd) e Annie (Rose Byrne) vivono una relazione abitudinaria da quindici anni: lui è ossessionato da un musicista ritiratosi misteriosamente dalle scene, Tucker Crowe (Ethan Hawke), mentre lei vorrebbe un figlio ma non osa insistere. Quando emerge un album inedito di Crowe e il musicista entra di fatto nelle loro vite, le crepe tra i due diventano insanabili.

Scontro di opposti: fan contro hater, padre plurimo e sciagurato e madre mancata, generazione Nineties e millennials. Ognuna di queste contrapposizioni ottiene una parte del film a sé dedicata, e il risultato, come già detto, è diseguale. Partenza lanciata, risate, battute ficcanti: poi, dopo l’entrata in scena di Hawke, che ormai interpreta il ruolo del fallito “figo” stile “Boyhood” a occhi chiusi, tutto si adagia su una serie di situazioni forzate o poco sfruttate, rendendo evidente ogni meccanismo narrativo, senza alcuna sorpresa, senza nemmeno provare ad uscire dai binari del genere. L’assunto conta poco in produzioni di questo genere, contano le battute, ma della struttura romanzesca di Hornby ci aspettavamo venisse conservata una maggiore compattezza.

Tante cose funzionano: Hawke e la Byrne si scrivono via mail, dalle parti opposte dell’oceano Atlantico, in pieno “old style” alla “C’è post@ per te”, perché loro due SONO gli anni Novanta; la scena della reunion della famiglia allargata di Hawke in ospedale ha tempi comici perfetti; O’Dowd recita meravigliosamente con le espressioni facciali più che con le parole (e nel secondo atto viene fatto fuori troppo frettolosamente). Ma forse una mano registica più solida e non al completo servizio di attori e e situazioni avrebbe gestito meglio la seconda parte, dove l’iniziale entusiasmo va via via scemando fino a un finale abbastanza posticcio e oltre il convenzionale.

Ma non bisogna nemmeno esagerare con la severità, il film fa il suo dovere, intrattiene e diverte, e per gli appassionati del rock sono disseminate chicche qua e là, come la scalcinata cover di “Waterloo Sunset” dei Kinks che fa capolino in un momento importante (ma gestito malissimo). Sufficienza piena dunque, ma non di più: se vi aspettavate, come noi, un nuovo manifesto generazionale del livello di “Alta fedeltà”, rimarrete delusi.

Qui a Torino il film ha avuto un buon successo, di pubblico e tra gli addetti ai lavori: prova ulteriore che, tra mille visioni seriose di qualità altalenante, una buona commedia e qualche risata sono sempre ben accette. Come diceva ironicamente Moretti, che chiuderà il festival con il suo nuovo documentario, ne “Il caimano”: “E’ sempre il tempo di fare (e di vedere) una commedia”.

 

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