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Torino Film Festival 2018 – Notte Horror

Uno degli appuntamenti tradizionalmente più attesi e seguiti del Torino Film Festival, e tra i fiori all’occhiello della direzione di Emanuela Martini, sempre a cavallo tra il pop e l’autoriale nelle forme più svariate grazie a sezioni come “After Hours”, “Onde” e “Tffdoc”, è la Notte Horror del sabato interno alla manifestazione. Tre film di seguito a partire dalla mezzanotte, con brevi pause tra uno e l’altro intervallate dall’offerta, gratuita e graditissima, di caffè e cornetti (o brioches, com’è meglio dire qui a Torino).

Una notte “all’americana”, sempre seguita da un pubblico attento e numeroso, rimasto in gran parte fino al termine, che quest’anno è scoccato poco prima delle cinque del mattino. Ma, come ogni volta, la notte vera e propria è stata anticipata da un’altra proiezione a tema, da un film proveniente niente meno che dalla Quinzaine des Réalisateurs dell’ultimo Festival di Cannes.

mandyMandy di Panos Cosmatos

E cominciamo il nostro resoconto proprio con quest’ultimo, quindi: stiamo parlando di “Mandy” di Panos Cosmatos (sì, proprio il figlio di quel George Pan nume tutelare dell’action “muscolare” negli anni Ottanta, il regista di “Cobra” e “Rambo 2″ per intenderci) con protagonista Nicolas Cage, mai così coscientemente autoparodico. Il problema di un film che è già cult istantaneo (e “scult” per tantissimi altri, compreso chi vi scrive) è la sua apparente seriosità, davvero non adatta a una produzione del genere. Cosmatos ha dichiarato di aver tentato di realizzare “un pezzo d’arte naïf, l’evocazione della memoria muscolare del mio passato e dell’arte, della musica e dei film che crescendo ho amato”, squalificando involontariamente la sua stessa operazione. Che non è niente più (ma anche niente di meno) di un remake di “Commando”, IL film action manifesto di quell’epoca. La seconda ora del film, con la truce rivincita di uno scatenato Cage sotto (metaforiche) anfetamine, unisce la vendetta da videogioco di Schwarzy nel film di Lester, con un “body count” di morti ammazzati da record della storia del cinema, ad un tentativo di umorismo che non può non ricordare quello dell’Ash de “La casa”, motosega inclusa. Ma è la prima ora ad affossare irrimediabilmente l’opera: “Starless” dei King Crimson in apertura, insensati e lunghissimi pistolotti di un gruppo di cattivoni tristissimi e con carisma zero, un tentativo d’inquadrare l’opera come satira politica affidato a due minuti di parlato da una radio in macchina (siamo negli anni Ottanta, e ci viene detto che l’America con Reagan sta ridiventando moralista, richiamo nemmeno troppo velato all’attualità), tutto appiccicato senza costrutto, l’alto più sublime e il basso più becero. Inutile sconsigliarvene la visione, perché lo vedrete comunque, se v’interessa il genere; v’invito soltanto a considerare cosa sarebbe stata quella seconda ora di violenza, sangue, e Cage sciroccato che fa le faccette, beve in mutande, urlando, nel bagno e s’arrabbia per la triste fine della sua maglietta preferita in puro stile John McClane (è proprio il secondo “Die Hard” di Renny Harlin, in termini di “body count” a detenere ancora oggi il record assoluto) senza visionarietà posticcia e con una sensata introduzione a cattivie moglie di Cage, la Mandy del titolo, interpretata da Andrea Riseborough. C’è chi dice che il film replica le sensazioni dell’assunzione di droghe pesanti, con l’effetto che monta pian piano: consiglierei comunque a Cosmatos di cambiare spacciatore.

ghostlandLa casa delle bambole – Ghostland di  Pascal Laugier

La notte vera e propria inizia con un’anteprima che precede di pochi giorni l’uscita nelle sale italiane prevista per il 6 dicembre, quindi a breve potrete toccare con mano: stiamo parlando del nuovo film di Pascal Laugier (“Martyrs”) a sei anni dall’ultima fatica, “I bambini di Cold Rock”. Questa volta, con “La casa delle bambole – Ghostland”, il talentuoso (e, forse, sopravvalutato) cineasta francese gioca con gli stereotipi del genere, organizza una narrazione a più livelli, mentali più che temporali, riporta il Male alle icone, didascalicamente dichiarate, dell’orco e della strega, e intrattiene con un film dal ritmo (fin troppo) forsennato che tira dritto fino al funambolico finale. Un paio di circonvoluzioni narrative di troppo, il mondo onirico di uno dei personaggi filmato come la realtà, senza transizioni avvertibili e con leggerissimi (ma evidenti) cambi d’illuminazione, una realtà mentale più potente e inscalfibile di quella reale. Chi vi scrive non ama molto, l’avrete forse capito, il cinema di Laugier, ma questa volta l’(ex) enfant prodige transalpino colpisce nel segno, con uno slasher puro e ammirevole, pur difettoso, ma è quasi inevitabile, sul piano dell’originalità. Bravissime e bellissime che le due attrici che interpretano la protagonista Beth da adulta e da adolescente, Crystal Reed e Emilia Jones. 

Peepingtomposter

Peeping Tom – L’occhio che uccide di Michael Powell

Questa notte horror aveva un sottotitolo: Maniac! Notte tematica creata appositamente intorno al film che, per la Martini, era l’asse portante di questo appuntamento: per introdurre la straordinaria retrospettiva che il Festival dedica a Michael Powell & Emeric Pressburger, il secondo appuntamento è stato appaltato allo straordinario “Peeping Tom – L’occhio che uccide”, con il protagonista Mark Lewis che, insieme al coevo Norman Bates di “Psycho” sempre nel 1960, apre la grande stagione degli psicopatici cinematografici. È completamente inutile dire qualcosa in questa sede su un capolavoro assoluto sviscerato e analizzato in ogni dove. Si deve purtroppo però sottolineare una cosa: un film di questa portata e di questa complessità visiva e tematica non è adatto per una visione alle tre del mattino in un contesto del genere. Gli “aficionados” dell’horror sono rimasti spiazzati e, purtroppo, qualche abbandono della sala si è registrato.

piercing

Piercing di Nicolas Pesce

In chiusura, invece, un piccolo film adattissimo al contesto: parliamo di “Piercing” di Nicolas Pesce, con Christopher Abbott e un’esplosiva Mia Wasikowska, sempre perfettamente in parte quando si tratta d’interpretare personaggi con tendenze maniaco-depressive. Una buonissima idea di soggetto, ottanta minuti che danno comunque l’impressione di un corto fin troppo stiracchiato, un modellino di città che esibisce la sua finzione e in cui agiscono questi due personaggi, il maniaco “perbene” e la prostituta sadomaso depressa e svampita. Colonna sonora che riprende i classici del thriller all’italiana degli anni Settanta (segnaliamo su tutti i sempre mitici Goblin, con temi da “Profondo rosso” e “Tenebre”), l’aggiornamento della caratterizzazione di genere alle nuove istanze di cinema e società (chi sarà la VERA vittima tra i due, secondo voi?), i continui e giocosi ribaltamenti di prospettiva, un modo ideale per chiudere questa lunga cavalcata. E uscire, stanchi ma felici, in una notte torinese mai così mite come quest’anno.

 

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