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  • Torino Film Festival 2018 — Ride

    Diretto da Valerio Mastandrea

    Data di uscita: 29-11-2018

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Non è facile rappresentare un dolore personale come quello del lutto senza cadere nella trappola di una facile e lacrimevole retorica. Forse è per questo che alcuni autori preferiscono raccontarlo attraverso una sorta di filtro, abbandonando il dramma puro in favore di contaminazioni da generi diversi.

Valerio Mastandrea ci ha provato con “Ride”, presentato in concorso al Torino Film Festival 2018. Si tratta del suo primo lungometraggio da regista, in cui affronta coraggiosamente la difficile tematica delle morti bianche. Un argomento particolarmente sentito dall’attore e oggi regista romano, che tredici anni fa aveva già trattato nel suo unico corto “Trevirgolaottantasette”.

“Ride”, tuttavia, è un film dedicato ai vivi. Coloro che, malgrado tutto, si trovano a sopravvivere e spesso si sentono inadeguati di fronte ad una tragedia di questa portata. Soprattutto, nel modo in cui la vivono. Come se ci fosse una maniera giusta, socialmente accettabile e accettata di manifestare la sofferenza per un lutto.

Carolina (Chiara Martegiani), per esempio, ha appena perso il compagno di una vita e l’indomani dovrà presenziare ai funerali pubblici. Mauro, infatti, è morto sul lavoro all’improvviso e lei non riesce a piangere. Vorrebbe, perché è quello tutti si aspettano da lei, ma non ci riesce. Passa le giornate ascoltando le “loro” canzoni, ma le viene da a cantarle, perché lei e Mauro ascoltavano solo bella musica, dice.

Tutto questo mentre il figlio Bruno (Arturo Marchetti), sul tetto di un palazzo insieme amico Ciccio (Mattia Stramazzi), immagina di rilasciare improbabili interviste al funerale per far colpo su una sua compagna di scuola. In realtà, è solo un modo per non pensare alla perdita e a quell’apparente indifferenza che nota nella madre. Perché non piange?

Poi c’è Cesare (Renato Carpentieri), padre di Mauro, che ha lavorato per decenni nella fabbrica in cui è morto figlio, la cui sofferenza silenziosa è mescolata al senso di frustrazione per non aver potuto fare nulla, mentre l’altro figlio Nicola (Stefano Dionisi), tornato dopo tanto tempo, lo incolpa per morte del fratello.

Questi quattro personaggi, quattro modi diversi di vivere il lutto, a ventiquattro ore da un evento, il funerale del giovane operaio caduto in fabbrica Mauro Secondari,, al quale saranno presenti televisioni e rappresentati delle istituzioni.

Mi ha molto colpito il fatto che fosse ambientato a Nettuno e non a Roma. Forse perché conosco personalmente il piccolo centro di mare a un’ora dalla grande città. È come se Mastandrea stesse cercando una dimensione più decentrata, popolare, raccolta, che si trova all’improvviso al centro di un’attenzione non richiesta. Perché quello di Mauro sarà  il più grande funerale che si sia mai visto da quelle parti, che trasformerà definitivamente questa esperienza privata in un rito collettivo e mediatico.

Rito è forse la parola chiave di un film che non nega la necessità di trovare un modo per elaborare il lutto, ma cerca in tutti i modi di respingere le norme sociali imposte. Di dare ai suoi personaggi la possibilità di vivere l’esperienza liberamente. Lo fa con il tono apparentemente lieve di una commedia e un umorismo sottile, che poi sembra una diretta emanazione della personalità del suo regista, spiazzando con una serie di situazioni momenti assurdi e strampalati, ma estremamente sinceri. “Ride” commuove in modo inaspettato e assolutamente non ricattatorio.

In qualche modo, “Ride” ricorda un altro film visto al Torino Film Festival lo scorso anno, “Tito e gli alieni” di Paola Randi. Un film non di Mastandrea, ma sempre con Mastandrea, che usa il genere (in questo caso la fantascienza) per parlare dello stesso argomento, con quel tocco stralunato in grado di toccare delle corde scoperte. E se in quel caso Randi sembrava certamente una regista più consapevole, le due opere condividono il particolare approccio vitale, l’amore per i loro personaggi e, soprattutto, l’urgenza.

Purtroppo “Ride” è anche un film tanto sincero quanto imperfetto. Colpa di una scrittura (dello stesso Mastandrea e Enrico Audenino) spesso ingenua e poco equilibrata, che nel tentativo mettere in scena lo smarrimento provato dai protagonisti, alterna momenti molto indovinati ad altri decisamente impacciati e grotteschi, come la svolta narrativa che vede protagonista il fratello Nicola, interpretato da Stefano Dionisi.

Fortunatamente, alcuni di questi difetti sono decisamente minimizzati dalle interpretazioni di molto sentite degli attori. Ad un Renato Carpentieri gigantesco nel ruolo di questo padre tutto d’un pezzo, operaio d’altri tempi, che vede nella morte del figlio il fallimento delle sue lotte, si aggiunge la vera rilevazione di “Ride”, Chiara Martegiani. La sua interpretazione di Carolina, affida agli sguardi e ai gesti, più che alle parole, è credibile e toccante e arricchisce il personaggio tutta una serie di sfumature

 

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Contro

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