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  • Torino Film Festival 2018 — Santiago, Italia

    Diretto da Nanni Moretti

    Data di uscita: 06-12-2018

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La carriera parallela di documentarista che Nanni Moretti si è sempre ritagliato, tra un progetto di finzione e l’altro, si arricchisce di un nuovo elemento, un ritorno alla forma e alla dimensione del lungometraggio dopo “La cosa” (1990), dopo tante interessanti schegge di breve durata (soprattutto) cinefile, mai comunque uscite dal circuito festivaliero o dall’inserimento come extra in aggiunta ai film principali nelle uscite home video. Questa volta è diverso, questa volta Moretti fa quel film sugli italiani DAVVERO brava gente che forse aveva voglia da sempre di fare (ce lo immaginiamo così, a forzarsi all’impresa come metteva in scena nel fondamentale “Aprile” per il documentario sulle elezioni politiche del ’96), partendo dalla Storia, quella che cambia davvero le teste e le menti del mondo, dall’episodio che scosse e insieme cementò la sinistra internazionale, italiana e, ancora più, emiliana. Parliamo del golpe cileno dell’ 11 settembre 1973, quando il presidente socialista democraticamente eletto Salvador Allende venne destituito con la forza dalla giunta militare che poi metterà in breve tempo a capo della nazione il sanguinoso generale Augusto Pinochet. Non sta a me riassumere i fatti storici che portarono a quel tragico evento, anche perché Moretti riesce a farlo benissimo nel suo film, facendoseli raccontare dalle vive voci di perseguitati ed esuli, in maniera chiara e divulgativa, con qualche inevitabile semplificazione ma dando anche responsabilità dirette (uno su tutti, vedrete).

“Santiago, Italia” dunque, presentato in anteprima al Torino Film Festival 2018, e in tutte le sale dal 6 dicembre, ci racconta di come l’ambasciata italiana di Santiago ha ospitato, nei mesi successivi al colpo di Stato, centinaia di richiedenti asilo. Il corpo diplomatico italiano riuscì davvero a rendere possibile la salvezza di tante vite umane, prima accogliendo e poi favorendo l’espatrio verso il nostro Paese di ragazzi e intere famiglie, spesso poi rimaste a vivere da noi senza far più ritorno in patria. Il regista romano li incontra, li mette a proprio agio (nessuna testimonianza appare forzata o meno che naturale) e riesce a ottenere un racconto in tre parti compatto e progressivo: primo obiettivo raggiunto dunque, quello di rinsaldare la memoria storica.

Passiamo al secondo, chiaro a partire dal titolo: mettere insieme i due Paesi e, soprattutto, le loro sinistre, in quel periodo storico mai così vicine alla comunione di intenti, vetta spesso irraggiungibile per i partiti progressisti o riformisti (come piace chiamarli ora, lasciando i termini socialista, socialdemocratico, comunista confinati nel Novecento). Un’idea di giustizia ed equità sociale talmente forte e pericolosa per il capitalismo mondiale, da mettere in moto (comprovati) appoggi statunitensi al suo rovesciamento violento, con l’aviazione cilena che arrivò a bombardare la Moneda, la sede del governo dello stesso Stato le cui istituzioni in realtà avrebbe dovuto difendere.

Quindi non si può arrivare al potere in modo democratico, tanto è inutile, le forze reazionarie porranno fine a ogni governo comunista non difeso dalla cortina di ferro? Questo scatenò un forte sentimento di solidarietà, umana prima di tutto, verso la comunità cilena in fuga dalla barbarie, ma dall’altra un senso di disillusione che contribuì, anche se non ne fu di sicuro il principale elemento scatenante, alle derive del terrorismo rosso degli anni a venire, alla mancanza di fiducia verso lo stesso istituto democratico. La spaventosa forza della reazione, che interviene non solo per terminare sgradite esperienze di governo, ma perseguita successivamente ogni forma di dissenso passato e presente, è la forza oscura che inquina il naturale corso della storia e delle società. Un discorso che Moretti fa emergere dal sapiente montaggio dei materiali di Clelio Benevento, l’aspetto cinematograficamente più notevole dell’intero lavoro.

Ma chi sono, dunque, queste persone? Rappresentanti di tutte le classi sociali, economiche e culturali: importanti registi come Patricio Guzmàn e Miguel Littìn, artigiani come Victoria SáezArturo Acosta, giornalisti come Patricia Mayorga, operai come David Muñoz, esseri umani passati nello spazio di un tragico giorno dalla felicità al terrore, dall’orgoglio per la propria nazione al divieto di mettere persino il naso fuori di casa, perché era lì che venivano a prenderti, arbitrariamente, se ne sentivano il bisogno, per imprigionarti, per far tacere il tuo pensiero e costringerti, con indicibili torture, a fare il nome del tuo vicino, del tuo compagno, di chiunque, purché servisse a porre fine a quel tormento. Lo dice, fuori da ogni retorica, una delle testimoni: “Come posso condannare chi ha fatto il mio nome, quando probabilmente l’ha pronunciato mentre aveva degli elettrodi attaccati ai suoi organi sessuali?”.

Il terzo è l’unico di cui sentirete parlare su giornali e trasmissioni televisive, probabilmente, ma che trova forza dialettica solo in conseguenza degli altri due: il paragone con l’attuale situazione del nostro Paese e, di conseguenza, del governo che ne guida le sorti. Nell’ultima parte Moretti decide di far virare, non bruscamente, il film verso il “freeze frame” del finale, che ci conferma di essere di fronte a puro cinema, alla tradizionale capacità morettiana di trovare il termine più giusto ed esplosivo possibile alle sue storie. Ricordate il finale de “Il caimano”? Il popolo, aizzato dalle dichiarazioni di Silvio/Nanni, si rivolge contro i giudici, con “pietre e bastoni” (ma Pertini evocava i Pinochet di questo mondo). Poi si riattiva un ciclo: l’odio contro i politici porta gli odiatori al governo che, appena insediatisi, prendono di mira la stampa e i giudici, quando condannano uno dei loro. Dinamica inscalfibile, che in Cile ebbe una deriva militarista violenta che qui, in Italia, abituati a voci di golpe periodiche e fortunatamente mai finalizzate, nessuno prese sul serio, nemmeno i nostri connazionali impegnati a raccontare gli eventi sul posto. Poi, una mattina, la radio, a Santiago, annuncia che l’impensabile sta accadendo davvero …

Criticato da chi più o meno legittimamente si aspettava questo o quello, Nanni Moretti unisce storia, politica e critica sociale nella maniera più semplice e naturale possibile, dimostrando di padroneggiare molto bene il linguaggio proprio del documentario. Il trailer faceva tenere una deriva alla Michael Moore, deriva perché estranea al linguaggio padroneggiato da Moretti, e invece l’incursione mostrata è l’unica in video di tutta la pellicola, insieme a quell’inquadratura di spalle dominante Santiago che campeggia anche sulla locandina. Importante perché la parzialità è inevitabile in un lavoro del genere, la presa di posizione, il rigetto disgustato della fine delle ideologie tanto sbandierata di recente. Ora che quello che SI DOVEVA fare è stato fatto, speriamo ci regali davvero quel musical sul pasticciere trotzkista nella Roma degli anni Cinquanta, non aspettiamo altro.

 

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