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  • Torino Film Festival 2018 — The Front Runner – Il vizio del potere

    Diretto da Jason Reitman

    Data di uscita: 21-02-2019

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Ad aprire la 36ma edizione del Torino Film Festival ci pensa Jason Reitman con “The Front Runner – Il vizio del potere”, il suo nuovo lungometraggio in uscita nel nostro Paese il 21 febbraio prossimo. La storia delle primarie democratiche del 1988, e dello scandalo sessuale che fece fuori il favoritissimo Gary Hart lasciando via libera a Michael Dukakis (poi sconfitto, come sappiamo, da George Bush senior) diventa l’occasione per mettere su un pamphlet onnicomprensivo in cui infilare tutte le connessioni con l’attualità possibili e immaginabili, dal Me Too ai Clinton, dalla spettacolarizzazione delle news all’imbarbarimento delle campagne politiche, perdendo forza e capacità d’invettiva proprio per la pluralità eccessiva di punti di vista e posizioni rappresentate. È questo il futuro del cinema “politico”, inserire contraddittorio fino a saturare ogni fotogramma in modo che il dibattito successivo non possa lamentarsi di eventuali mancanze? Speriamo vivamente di no.

Nella primavera del 1987, nella corsa per la nomina del candidato alle presidenziali del Partito democratico, emerse come favorito il senatore del Colorado Gary Hart (Hugh Jackman). Il suo intelligente e carismatico idealismo e la capacità di galvanizzare le folle sembravano farne il candidato ideale per la Casa Bianca, destinato a realizzare un nuovo capitolo della storia americana. Ad aprile, Hart aveva un ampio vantaggio nei sondaggi. Tre settimane più tardi, a seguito di uno scandalo che lo fece cadere in disgrazia, si ritrovò definitivamente estromesso dalla corsa per le presidenziali. “The Front Runner” esplora il momento dell’improvvisa caduta di Hart intendendolo come spartiacque per la storia del Paese.

Non sono chiare le intenzioni di Reitman, brillante figlio d’arte e autore di film ormai di culto come “Juno” e “Thank You For Smoking”, nel tratteggiare la figura di Hart, nuova speranza democratica e insieme scialbo e mediocrissimo ometto (nonostante il fisico scultoreo di Jackman, “giustificato”, come faceva Mann con l’improbabile hacker Hemsworth in “Blackhat”, con una velocissima sequenza in cui fa delle flessioni), senza una forte personalità (nel film), candido, ingenuo. Vittima di una stampa ormai costantemente votata allo scandalo pruriginoso? Mentitore e colpevole di aver ingannato il popolo americano? Sessista figlio di una cultura e di un’attitudine ormai (si pensava) al tramonto? L’ambiguità del film è probabilmente programmatica, ma non troppo funzionale. L’ultima, bellissima, inquadratura, che non vi anticipiamo, con il privato in ombra e il pubblico su uno schermo, sembra chiosare in maniera troppo chiara e netta un film che fa della libertà, di sguardo e di pensiero, la sua bandiera e il senso stesso della sua esistenza.

Un vertiginoso piano sequenza apre il film, e ci mostra la stampa al lavoro: si fanno prove d’inquadratura, si montano fari, si sale e si scende dai furgoncini della regia. Un lavoro senza glorificazioni o demonizzazioni, professionisti e maestranze che mettono in piedi uno show, con una sua veste e un suo linguaggio ben specifico. Tutta la prima parte trova ritmo e battute intorno a questo obiettivo, con riunioni di redazione, di staff, di strategia. Poi, il “fattaccio”: la soffiata, l’appostamento, Hart colto (forse) in fallo. E qui, prima di distendersi in un pugno di scene madri che fanno dell’ultima parte la più riuscita dell’opera, Reitman arranca con una piattezza espositiva e di messa in scena che non gli è solita. Non lo aiuta Jackman, che non regala al personaggio nulla se non spalle larghe e un’improbabile capigliatura che cerca la mimesi con l’originale.

Poi, però, il livello s’innalza di svariate tacche grazie, soprattutto, alle caratterizzazioni femminili: la Donna Rice di Sara Paxton, smarrita e frastornata dall’attenzione mediatica; la moglie di Hart, dalla quale è separato, Lee (Vera Farmiga), e tutte le giornaliste che ci danno la LORO interpretazione della storia. In un confronto a due tra moglie e marito, la Farmiga è vestita, pettinata e inquadrata come Hillary Clinton, a rappresentare il prototipo della vittima indiretta delle leggerezze di tanti, troppi candidati democratici. In conclusione, un film non pienamente riuscito ma di cui vi consigliamo comunque la visione, che scatena dibattiti all’uscita dalla sala, che invita al confronto su tematiche sensibili e sempre più fondamentali nell’agire politico contemporaneo. Non si tratta di dire che in politica non bisogna mai parlare di difetti personali, ma che piuttosto dovremmo chiederci: che cosa stiamo tralasciando quando i difetti personali assorbono tutta l’attenzione? Quali domande non ci stiamo ponendo? Nelle intenzioni, un Front Runner anche per la corsa agli Oscar prossima ventura; in pratica, o il miglior film a sorpresa in ottica “Il caso Spotlight”, o nulla.

Un’ultima annotazione: nel film ci s’interroga sul futuro della Rice, e sul rischio che questo scandalo potesse perseguitarla impedendole qualsiasi carriera lavorativa appagante. La Rice oggi è una scrittrice, produttrice, avvocato e attivista per la sicurezza su Internet. Il vero lieto fine è fuori campo.

 

 

 

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