Home > Recensioni > Torino Film Festival 2018 — Wildlife

Paul Dano debutta alla regia con “Wildlife”, dramma familiare che si trasforma via via in un racconto di formazione, scritto insieme alla compagna Zoe Kazan e tratto dal romanzo omonimo di Richard Ford (pubblicato in Italia da Feltrinelli con il titolo “Incendi”). 

Passato al Sundance e Cannes 71 e in concorso al Torino Film Festival 2018,  “Wildlife” racconta la storia di una famiglia in difficoltà nel Montana degli anni Sessanta. Il punto di vista è quello del figlio 14enne, Joe Brinson (Ed Oxenbould), testimone silenzioso della crisi matrimoniale dei suoi genitori.

C’è il padre Jerry (Jake Gyllenhaal), uomo ambizioso solo a parole, che crede di meritare di meglio da una vita che non gli ha mai concesso nulla, ma che non sa effettivamente dove rivolgere lo sguardo. Quando perde il lavoro nel golf club locale, decide di lasciare temporaneamente la famiglia per unirsi ai volontari impegnati nel domare un gigantesco incendio scoppiato più a nord, al confine con il Canada.

C’è poi la madre Jeanette (Carey Mulligan), il centro di gravità della famiglia Brinson. Una donna che sembra aver rinunciato a tutto – amici e lavoro – per tenere insieme le cose e assecondare il marito, malgrado le difficoltà economiche e i trasferimenti di città in città. Ed è proprio con la partenza di Jerry che Jeanette troverà la forza di uscire da quel ruolo estenuante, anche a costo di mandare tutto in frantumi. Perché spesso l’unico modo per sistemare le cose, è ricostruirle da zero.

«It’s a wildlife», ci dice Jake Gyllenhaal nel ruolo di Jerry. E in qualche modo, sembra giusto così. I protagonisti del film di Dano sembrano, chi prima chi dopo, rendersene conto nel momento stesso in cui trovano la forza di uscire dai ruoli che si sono autoimposti e cominciare a viverla, quella vita.

Paul Dano ci racconta questa storia con tono trattenuto, pacato e riflessivo come lo sguardo di Joe. Dilata il ritmo più che può e affida il racconto alle immagini, più che alle parole, con inquadrature statiche dai colori tenui che sembrano quasi degli scatti fotografici, dove ogni particolare dell’elegante composizione acquista una particolare rilevanza. In questo, è sicuramente aiutato dall’ottima fotografia di Diego GarciaTutto questo si contrappone alla grandiosità dei paesaggi del Montana e alla violenza visiva dell’incendio al confine. Incendio vero e simbolico, allegoria del dramma familiare di Joe.

Questo gioco di opposti e similitudini appare, tuttavia, non solo fin troppo evidente, ma spesso rigido, in un film che soffre forse di un eccessivo accademismo. Dano vuole fare bene, vuole essere visivamente elegante, ma il film perde in spontaneità e, probabilmente, portata emotiva.

Fortunatamente, c’è Carey Mulligan a infondere al film la forza vitale che richiede questo tipo di storia. È suo il compito di capire e portare sullo schermo Jeanette. Lo fa senza ambiguità, mostrando fragilità e debolezze del personaggio meglio scritto e sicuramente più complesso.

“Wildlife” è comunque una buonissima opera prima e Paul Dano regista dimostra di avere gusto, stile e capacità, soprattutto nella direzione degli attori, in attesa di trovare la sua voce unica e particolare.

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