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  • Torino Film Festival 2019 — Synonymes

    Diretto da Nadav Lapid

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Fiore all’occhiello della selezione di Onde, la sezione del Torino Film Festival diretta da Massimo Causo e Roberto Manassero e dedicata al cinema sperimentale e alle nuove tendenze dell’arthouse mondiale, “Synonymes” trionfò all’ultima Berlinale lo scorso febbraio, portando a casa l’Orso D’Oro e aprendo di fatto un’annata cinematografica, questa del 2019, che si sarebbe poi rivelata straordinaria, come non accadeva da qualche tempo. Quinto lungometraggio dell’israeliano, ma residente in Francia da tempo, Nadav Lapid, è un raro (ma non certo unico) caso di opera autobiografica mascherata, con il protagonista Yoav a rappresentare una sorta di alter ego dell’autore, grottescamente esagerato in ogni sua qualità o difetto, emotivamente (e, inizialmente, anche fisicamente) nudo nei confronti della valanga di esperienze che il trasferimento a Parigi porta, inevitabilmente, con sé.

Appena giunto a Parigi, appunto, le cose non vanno esattamente bene per Yoav. Bussa alla porta di un appartamento solo per scoprire che il posto è vuoto e, mentre si fa il bagno, le sue cose vengono rubate. Arrivato con grandi prospettive, il giovane israeliano non si fa abbattere: è determinato a sbarazzarsi della sua nazionalità il più rapidamente possibile. Per lui, essere israeliano è un difetto, un tumore da asportare chirurgicamente. Yoav cerca di cambiare lingua, non pronunciando più una sola parola di ebraico, e il dizionario diventa il suo compagno costante: le visite all’ambasciata lo infastidiscono, e anche il test di naturalizzazione nasconde più si un’insidia …

Solo un israeliano di nascita avrebbe potuto realizzare un così duro atto d’accusa contro il suo Paese, il suo distorto senso dell’onore, la sua frusta e, in fin dei conti, ridicola retorica machista. E, allo stesso tempo, solo un francese d’adozione può disvelare le contraddizioni di una delle più grandi democrazie del pianeta, che stenta, ogni giorno di più, a coniugare la prassi istituzionale con gli altissimi principi costituzionali insegnati ad un gruppo di persone provenienti da ogni parte del mondo, che sono chiamati ad imparare ed applicare, cosa che non è più (ri)chiesta ai cittadini autoctoni. Problemi non solo francesi, naturalmente, ma che investono ogni Paese del cosiddetto “occidente”, Italia in primis.

Yoav (Tom Mercier) rischia di morire, viene deposto nudo come un Cristo del Mantegna, poi ritorna a nuova vita. A “salvarlo” sono due giovani ragazzi, borghesi e danarosi, e subito il film mette sul tavolo le sue carte, che si divertirà poi a scompaginare e rimescolare nelle sue (troppo) lunghe due ore abbondanti di durata. La generosità del giovane Émile (Quentin Dolmaire) si rivela volontà di controllo, di sopraffazione, niente più che un gioco con il quale divertirsi e divertire, perché poi sarà sempre lui (e di conseguenza la sua classe sociale d’appartenenza) a decidere come e quando aprire la porta, LE porte.

E il titolo, vi chiederete? Yoav sciorina le parole francesi come un mantra, le impara a memoria, le recita, le cantilena, le urla, le soffre. La profondità di una cultura è tutta nel suo linguaggio, crediamo e ci viene detto a scuola. Non è sempre vero. Due Paesi così diversi, come Israele e la Francia, hanno tratti comuni, non c’è inferno e non c’è paradiso, solo vita, dura, quotidiana, spesa ad allenare il fisico e la mente. Intriso di umori da Nouvelle Vague (il cappotto di cammello e l’appartamento vuoto da “Ultimo tango a Parigi” di Bernardo Bertolucci, altro non francese, non a caso), spesso estetizzante, con una narrazione rapsodica e sbalestrata che sembra giochi ad un corpo a corpo serrato e senza sconti con lo spettatore, “Synomymes” è un film tutt’altro che perfetto. Deraglia, sbanda, come il suo insopportabile e insieme amorevole protagonista: ma è una delle visioni più ricche e pregne di quest’anno, da non perdere assolutamente all’arrivo in sala (ove mai qualcuno dovesse prenderlo per la distribuzione, visti i temi e i copiosi nudi maschili, purtroppo, dubitiamo fortemente). Un film pessimista e che racconta di mancata integrazione non cozza forse con l’esperienza personale del suo autore? Forse, ma un caso non fa scuola e numero, e Lapid parla dei suoi conterranei senza risorse, impelagati in un eterno servizio militare che, al culto del corpo, unisce la disintegrazione della mente. Ancora una volta, fondamentale.

 

 

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