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  • Torino Film Festival 2020 — The Dark and the Wicked

    Diretto da Bryan Bertino

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Fare paura è un’arte. Non mi riferisco alla paura da ottovolante, quello che ti fa saltare sulla sedia ma poi passa, in attesa del prossimo spavento improvviso. Parlo della paura che ti penetra sotto la pelle, che ti fa rizzare i peli sulle braccia, che ti fa fissare lo schermo, incapace di distogliere lo sguardo. Anche se non sta accadendo nulla. Anche quando sai che invece succederà qualcosa. 

Un’arte, dicevo, ma intesa come mestiere, fatta tecnica e metodo. La nuova sezione dedicata al cinema di genere del 38esimo Torino Film Festival, Le stanze di Rol, si apre con un film esemplare da questo punto di vista: “The Dark and the Wicked” di Bryan Bertino, già autore dell’home invasion “The Strangers” (2008) e del dramma psicologico travestito da horror “The Monster” (2016).

Il regista americano dimostra qui una grande padronanza degli strumenti e del linguaggio della paura cinematografica, mettendoli al servizio di un film asciutto, spietato e assolutamente terrorizzante anche per gli appassionati di horror più accaniti. 

“The Dark and the Wicked” inizia con il ritorno di Louise (Marin Ireland) e Michael (Michael Abbott Jr.), sorella e fratello, nella fattoria di famiglia, per rimanere accanto al padre terminale (Michael Zagst,  in quelli che potrebbero essere gli ultimi giorni della sua vita. L’accoglienza della madre (Julie Oliver-Touchstone) però è fredda. Sembra tormentata, e non solo dalla malattia del marito. Vorrebbe tenere i figli lontani dalla fattoria, dove sta succedendo qualcosa di strano, oscuro e inquietante, ma difficile da decifrare per una famiglia di non credenti. 

Non voglio svelare altro della trama. Naturalmente, è chiaro fin dal principio che ci troviamo di fronte a un film che si propone di indagare sul dolore della perdita, quella progressiva che la malattia e la vecchiaia portano con loro. Si tratta di un’esperienza universale, che Bertino sceglie di raccontare attraverso due protagonisti, Louise e Michael, appena delineati e due genitori privi addirittura del nome proprio. 

Quella che potrebbe apparire una pecca di scrittura, credo invece che sia una scelta. Forse non sempre riuscita, ma consapevole. In “The Dark and the Wicked” sembra esistere solo il presente, in quel determinato spazio familiare. Non conosciamo nulla del passato o delle esperienze vissute dai due fratelli lontano dalla fattoria. Sappiamo solo che le loro strade si sono divise, per poi riunirsi in uno dei momenti centrali dell’esperienza umana: la morte di un familiare. La caratterizzazione dei personaggi è funzionale, dunque, a delineare il contesto e non viceversa, permettendo allo spettatore l’identificazione.

Un film esperienziale, dunque, non cerebrale come altri horror costruiti intorno allo stesso tema. Penso al recentissimo “Relic” di Natalie Erika James, di argomento affine (il film trattava della progressiva perdita di coscienza di un genitore), ma diversissimo per l’approccio, o ai più stratificati “Babadook” di Jennifer Kent e “Hereditary” di Ari Aster.

L’allegoria, nel film di Bryan Bertino, non sembra portare con sé riflessioni complesse sull’elaborazione del lutto, sulla natura della fede e l’isolamento emotivo nelle situazioni di lutto. L’orrore riveste qui la più classica delle sue funzioni: scendere a patti con le proprie paure guardandole attraverso il filtro del fantastico. Così, lo spettatore viene brutalmente trascinato all’interno di questo ambiente familiare tanto opprimente da diventare innaturale, costretto a provare la stessa angoscia dei due protagonisti, anche grazie alle interpretazioni potenti di Michael Abbott Jr., ma soprattutto di Marin Ireland.

Al resto ci pensa naturalmente Bryan Bertino, magistrale nel costruire la tensione senza cadere in artifici dozzinali, la cupa fotografia di Tristan Nyby e l’evocativa colonna sonora di Tom Schrader. 

Personalmente, rimane un po’ di amarezza per la mancata esplorazione di uno degli aspetti più interessanti della storia che Bertino ci racconta: quello della fede, o meglio della sua mancanza, in una situazione in cui è difficile trovare conforto nella realtà percepibile. Da questo punto di vista, “The Dark and The Wicked” mi sembra un’occasione sprecata. Ma sono dettagli, perché un film horror tanto spaventoso non si vedeva da parecchio.

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