Home > Recensioni > Toronto 2015 — He Named Me Malala

Malala Yousafzai a quindici anni ha subito un attentato mentre era su uno scuolabus con le sue compagne. L’obiettivo era proprio lei, che da qualche tempo scriveva anonimamente in un blog per la BBC raccontando come i talebani in Pakistan, fra le altre cose, concepivano l’educazione per le ragazze.

Quando in un documentario ha finalmente rivelato la sua identità, Malala ha cominciato a ricevere minacce. Ma spinta dal padre insegnante ha continuato la sua lotta per l’educazione delle ragazze, fino a diventare un caso internazionale. All’attentato è sopravvissuta, rimettendoci metà della faccia, ormai paralizzata, ma senza perdere la lucidità e la convinzione con cui persiste nella sua missione, che l’ha portata l’anno scorso a vincere il premio Nobel per la pace.

Un documentario molto intenso che segue Malala e suo padre in giro per il mondo, e che proprio al padre, Ziauddin Yousafzai, dedica un delicato ritratto. Il titolo si riferisce proprio a lui, quando scelse per la sua prima figlia il nome di un’eroina afgana, indicandone forse già da allora il destino di attivista per i diritti umani.

A commento di questa storia drammatica ma allo stesso tempo di speranza troviamo inaspettati intermezzi animati, raffinatissimi e suggestivi a opera di Jason Carpenter (si trova in giro in rete il suo cortometraggio “The Renter”, nominato agli Annie Awards).

Il regista Davis Guggenheim ha già vinto un premio Oscar con il documentario ambientalista “Una scomoda verità”. Qui, che carica molto di più sull’aspetto emotivo, grazie anche alla colonna sonora pregiata di Thomas Newman, punta sicuramente a una nuova statuetta dorata, e ha grosse possibilità, nonostante già qui al Festival di Toronto abbiamo trovato degli avversari molto forti fra i documentari (“Je suis Charlie”, “Where to Invade Next” e altri di cui parleremo nei prossimi giorni).

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Contro

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