Home > Recensioni > Toronto 2015 — Room

Tratto dal romanzo omonimo dell’irlandese trapiantata in Canada Emma Donoghue, “Room” è la storia di una ragazza madre e di suo figlio di cinque anni, chiusi per un motivo misterioso in un capanno, dove un altrettanto misterioso uomo li rifornisce di cibo e altre necessità.

La ragazza (Brie Larson), chiamata semplicemente come la chiama il figlio “Ma”, ha concepito e partorito il piccolo Jack (Jacob Tremblay) nella Stanza, per cui quest’ultimo non ha la minima idea di come funzioni il mondo di fuori. Finché, a metà film, scappa.

La storia è drammatica, certo: un sequestro con ripetuti stupri e un bambino di mezzo. Nel romanzo poteva anche avere un aspetto interessante in più, ovvero la narrazione dal punto di vista esclusivo del piccolo Jack.

Come tutto questo si sarebbe dovuto tradurre in un film di Lenny Abrahamson, uno dei registi più inventivi e talentuosi di questi anni, era ciò che costruiva l’altissima aspettativa per “Room”.

Il risultato è invece un melodramma anonimo in cui il talento di Abrahamson si riconosce solo per pochi momenti, quasi tutti all’interno della Stanza, ma insufficienti a renderlo un film riconoscibile, e lontano anni luce dall’originalità di “Frank”.

Il primo film americano di Abrahamson è più americano che di Abrahamson, e ogni potere di adattamento è stato lasciato nelle mani di Emma Donoghue, che ha trasposto da sé il suo libro in sceneggiatura.

Di surreale, malinconico, ironico non rimane assolutamente nulla, a meno che non vogliamo considerare surreale la stessa incessante attesa che accada qualcosa di surreale ma che non accadrà mai.

Sembra a suo agio il piccolo Tremblay, che domina la scena, ma rimangono più incisive le performance brevi e secondarie di Joan Allen e William H. Macy nei ruoli dei genitori di Ma.

Pro

Contro

Scroll To Top